Articoli marcati con tag ‘Valerio Fioravanti’
Nel covo di Montecitorio
Spara ad un ragazzo di ventiquattro anni e finiscilo con un colpo alla testa; devasta, saccheggia e tieni in caldo il Kalashnikov; lancia qualche bomba a mano ed incazzati se non ci scappa il morto; uccidi il tuo nemico e pazienza se sbagli persona, tanto avrai modo di rifarti; ammazza un poliziotto, meglio se giovane, magari diciannovenne, e fottigli il mitra; giustizia i tuoi sodali; beffa i carabinieri senza dimenticare di farli fuori; spappola il cervello di chi ti dà la caccia, specialmente se quel giorno ha l'auto blindata dal meccanico; non avere pietà di un ragazzo innocente.
Se ancora non ti basta, fai saltare in aria la sala d'aspetto di una stazione ferroviara in piena estate. Sono ottanta punti: la figlia piccola vale uno come la mamma.
Poi fatti della galera; sposati la compagna di mille stragi; sottovoce, recitate le preghiere prima di andare a dormire. Pentitevi. Tenete qualche conferenza; bussate alla porta di "Nessuno tocchi Caino" e aspettate fiduciosi il radicale merdoso che vi verrà ad aprire: presto andrete ad amministrare ciò che resta di questo stramaledetto Paese, il giusto premio a chi lo ha servito con cotanto zelo.
Maledetti
fonte: Babysnakes – 3 Marzo 2010
Emma Bonino ha annunciato di avere coinvolto la coppia di criminali fascisti Valerio Fioravanti – Francesca Mambro nella sua campagna elettorale. Il che prelude sicuramente ad un prossimo imbarco in politica. Del resto, Fioravanti l'aveva detto quando, lo scorso 2 agosto, anniversario della strage di Bologna per la quale è stato inutilmente condannato all'ergastolo con la moglie, ricevette la libertà piena e definitiva: “Sono fuori grazie alla Costituzione antifascista”. Pareva un atroce sarcasmo, proprio da fascista infame, invece era un proclama. Poi aggiunse Giusva: “Non penso a una carriera politica”. E lì si capiva che quella era l'autocandidatura ufficiale, che i tempi erano maturi. Era un segnale, neanche troppo in codice: siamo qui, siamo pronti, al miglior offerente, fatevi sotto. Scrissi per l'occasione: chissà, magari se li imbarcano proprio i Radicali. O il PD, perchè no? Venni accusato di sciacallaggio, di facile disfattismo: ecco, ci siamo. Ottimi compagni di viaggio anche per Di Pietro. Ma io non ci sto, non voglio vedere queste due vergogne senza vergogna, questi abominii viventi, questi due serial killer ancora in libertà che, non paghi di essere liberi, nutrono pretese di carriera, non li voglio vedere in politica, tra gli eletti, tra quelli che comandano e che decidono, non li voglio vedere riveriti da chi dipenderà dal loro potere, non voglio vederli fare i soldi, premiati per tutto il sangue che hanno sparso, per la ferocia insana, per la delinquenza senza fondo, per il loro lurido fascismo, per i rapporti osceni con la mafia, con la Magliana, con la P2. NON CE LI VOGLIO VEDERE, CRISTO!!! Mi fa schifo Emma Bonino, mi fa schifo la setta dei Radicali, mi fa schifo questa politica che ormai è una cloaca, mi fa schifo questa nostra gente che accetta ogni liquame, mi fanno schifo tutti quelli che inevitabilmente diranno che è giusto, che hanno pagato, che è una conquista della società e della democrazia, mi fa schifo questo Paese, mi faccio schifo io stesso per esserci nato, per continuare a viverci. Mi faccio schifo adesso, mentre piango di rabbia come se un'altra strage fosse scoppiata. Perchè questa è una strage, di valori, di ideali, di dignità, di esempio per i giovani, di speranze, di giustizia, di onestà, di trasparenza, di memoria, di umanità. Perchè io vedo quello che c'è sotto, e quello che ancora ne verrà. Perchè capisco che non sono fatti a se stanti, ma che lasciano intuire una vertigine di vergogna, un senso di catastrofe abissale, un vortice di squallore che ci chiama, ci risucchia. Perchè sento sulla mia pelle tutto il sangue versato da quei due. Sangue versato invano. Niente ha più senso, denunciare, incazzarsi, indignarsi, ribellarsi. Niente di niente. Niente.
Chi è STATO?
Antonella Ceci, anni 19
Angela Marino, anni 23
Leo Luca Marino, anni 24
Domenica Marino, anni 26
Errica Frigerio In Diomede Fresa, anni 57
Vito Diomede Fresa, anni 62
Cesare Francesco Diomede Fresa, anni 14
Anna Maria Bosio In Mauri, anni 28
Carlo Mauri, anni 32
Luca Mauri, anni 6
Eckhardt Mader, anni 14
Margret Rohrs In Mader, anni 39
Kai Mader, anni 8
Sonia Burri, anni 7
Patrizia Messineo, anni 18
Silvana Serravalli In Barbera, anni 34
Manuela Gallon, anni 11
Natalia Agostini In Gallon, anni 40
Marina Antonella Trolese, anni 16
Anna Maria Salvagnini In Trolese, anni 51
Roberto De Marchi, anni 21
Elisabetta Manea Ved. De Marchi, anni 60
Eleonora Geraci In Vaccaro, anni 46
Vittorio Vaccaro, anni 24
Velia Carli In Lauro, anni 50
Salvatore Lauro, anni 57
Paolo Zecchi, anni 23
Viviana Bugamelli In Zecchi, anni 23
Catherine Helen Mitchell, anni 22
John Andrew Kolpinski, anni 22
Angela Fresu, anni 3
Maria Fresu, anni 24
Loredana Molina In Sacrati, anni 44
Angelica Tarsi, anni 72
Katia Bertasi, anni 34
Mirella Fornasari, anni 36
Euridia Bergianti, anni 49
Nilla Natali, anni 25
Franca Dall'olio, anni 20
Rita Verde, anni 23
Flavia Casadei, anni 18
Giuseppe Patruno, anni 18
Rossella Marceddu, anni 19
Davide Caprioli, anni 20
Vito Ales, anni 20
Iwao Sekiguchi, anni 20
Brigitte Drouhard, anni 21
Roberto Procelli, anni 21
Mauro Alganon, anni 22
Maria Angela Marangon, anni 22
Verdiana Bivona, anni 22
Francesco Gomez Martinez, anni 23
Mauro Di Vittorio, anni 24
Sergio Secci, anni 24
Roberto Gaiola, anni 25
Angelo Priore, anni 26
Onofrio Zappala', anni 27
Pio Carmine Remollino, anni 31
Gaetano Roda, anni 31
Antonino Di Paola, anni 32
Mirco Castellaro, anni 33
Nazzareno Basso, anni 33
Vincenzo Petteni, anni 34
Salvatore Seminara, anni 34
Carla Gozzi, anni 36
Umberto Lugli, anni 38
Fausto Venturi, anni 38
Argeo Bonora, anni 42
Francesco Betti, anni 44
Mario Sica, anni 44
Pier Francesco Laurenti, anni 44
Paolino Bianchi, anni 50
Vincenzina Sala In Zanetti, anni 50
Berta Ebner, anni 50
Vincenzo Lanconelli, anni 51
Lina Ferretti In Mannocci, anni 53
Romeo Ruozi, anni 54
Amorveno Marzagalli, anni 54
Antonio Francesco Lascala, anni 56
Rosina Barbaro In Montani, anni 58
Irene Breton In Boudouban, anni 61
Pietro Galassi, anni 66
Lidia Olla In Cardillo, anni 67
Maria Idria Avati, anni 80
Antonio Montanari, anni 86
STRAGE ALLA STAZIONE DI BOLOGNA DEL 2 AGOSTO 1980" E'
WWW.STRAGI.IT
Tg P2 o la sera delle bestie
di Massimo Del Papa
Per sapere chi erano Giusva Fioravanti e Francesca Mambro, la coppia nera, leggetevi “La fiamma e la celtica” di Nicola Rao. Perchè è un amarcord dell'estremismo di destra molto documentato e molto comprensivo. Ebbene, perfino da lì Mambro e Fioravanti escono come una coppia di assassini nati, due fascisti organici, due squadristi consacrati alla violenza e alla sopraffazione. Talmente efferati da rendere penosi i loro tentativi di rivestire, a posteriori, le loro bestialità di una patina politica (senza rinnegare minimamente le loro origini). Che senso ha oggi la riabilitazione pubblica di criminali simili, con un centinaio di morti sulla coscienza, giusto per dire?
Mambro-Fioravanti non hanno addosso “solo” la strage di Bologna, comunque certificata dalla Cassazione. Lasciano dietro di se' una scia parallela di morti, di gesta sanguinarie, di collusioni pericolose, di sospetti più o meno ammuffiti, come quello che, a un certo punto, lambì Giusva in relazione all'omicidio di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, rimasti senza giustizia.
La coppia nera è libera, lo sappiamo, lavorano entrambi, offensivamente, in “Nessuno tocchi Caino”, cioè i dispensatori di morte contro la pena di morte; sono tra i pochi non precari in questo Paese e, chissà, un giorno magari sbarcheranno in Parlamento. Sono anche una famiglia felice, hanno una figlia e non si risparmiano il vezzo di spiegarle chi sono stati loro, i due eroi negativi: probabilmente la versione sarà un po' comprensiva, ma comprendiamo.
Quello che invece si fa fatica a mandare giù, sono le interviste con tutti gli onori del Tg2 per lanciare un libro revisionista scritto con la complicità di un comunista del Manifesto e di Liberazione, e prima o poi bisognerà pure spiegarsi questa attrazione fatale di certi compagni per il peggio del passato, per l'epopea del piombo, a maggior ragione fascista.
Vediamo le cose per quelle che sono: c'è uno stragista pluriassassino, marito di cotanta moglie, che si scrive addosso libri sponsorizzati dalla televisione pubblica, dai telegiornali nazionali. È questa la strada per il successo in Italia? E nei ricordi di Giusva, ci sarà anche quello di quando lui salì a cavalcioni dello studente Roberto Scialabba e gli sparò in testa, come a un vitello in un rodeo?
23 Aprile 2007
http://babysnakes.splinder.com
Basta fischi. Avanti con gli sputi
Bologna – Fischiati dalla piazza i rappresentanti delle istituzioni, da Cofferati a Tremonti.
E' successo nell'anniversario della strage alla stazione durante la manifestazione in memoria dei caduti - a proposito: io, in quel maledetto 2 Agosto 1980, ero a Rimini in vacanza, il telegiornale, inizialmente, parlò di fuga di gas. Che voi sappiate, quante stazioni ferroviarie nel mondo sono saltate in aria, negli ultimi venticinque anni, a causa di una fuga di gas? -
Sdegno e condanne piovono da una consistente parte della nostra italietta politica, da destra a sinistra, ben coadiuvata dalle solite, affilate, squadriste penne di regime. Quelle penne che si trovano in regalo assieme ai Rolex in regalo e che, al posto dell’inchiostro, utilizzano una miscela di colore nero composta da bava e peli di culo mangiucchiati.
In modo che possiate farvi un’idea abbastanza precisa della vicenda, pubblico un articolo di Ernesto Galli della Loggia, dal Corriere della Sera del 3 Agosto, e la difesa puntuale di Marco Travaglio (sempre lui, lo so, anche perché è uno dei pochissimi che ancora va a inchiostro), dalle pagine dell’Unità del giorno successivo.
Perché, è proprio vero, le vittime della strage, e della storia di questo paese, continuano a morire e la mano è ancora e sempre la stessa.
Riccardo Gambuti
L'invettiva come rito
di Ernesto Galli della Loggia
Un Paese bambino inguaribilmente maleducato e fazioso: questa è l'immagine dell'Italia che ci consegna la piazza di Bologna che ieri ha accolto con una prolungata salva di fischi e di improperi i rappresentanti delle istituzioni e del governo alla commemorazione della strage della stazione. Salva di fischi e di improperi che si ripete regolarmente da venticinque anni a questa parte, qualunque sia la maggioranza, qualunque sia il clima politico, qualunque faccia compaia sul palco.
In effetti gli immancabili fischi bolognesi del 2 agosto non esprimono dissenso verso qualcuno o verso qualcosa di preciso. Essi sono piuttosto la traduzione sonora del rifiuto di un'idea: l'idea che ad un certo punto il passato, qualunque passato, vada non già dimenticato (ripeto, non già dimenticato) ma accolto nella memoria per ciò che esso è stato, e dunque anche con tutte le sue oscurità, le sue ambiguità, le sue contraddizioni. Invece no: in Italia il passato non deve passare mai, neppure dopo venticinque anni dal fatto, neppure dopo un quindicennio da che è diventata definitiva la sentenza che ha condannato all'ergastolo i due neofascisti colpevoli della strage e ha indicato le complicità di cui essi godettero.
E' per l'appunto a non farlo mai passare che serve la continua, ossessiva evocazione — a cui si applica da anni una disinvolta congrega formata da familiari delle vittime, da giornalisti «democratici», da magistrati e uomini politici alla ricerca di consensi — l'ossessiva evocazione, dicevo, degli «ispiratori e mandanti», naturalmente ancora e sempre nell'ombra, delle «coperture» naturalmente mai rivelate, della «strage di Stato» naturalmente mai provata. Poco importa che la magistratura italiana non sia certo nota per la sua subalternità al potere, che da tempo in tutte le segrete stanze della Repubblica si siano succeduti esponenti delle più diverse tendenze politiche e dunque anche della sinistra, che per anni e anni abbia indagato su tutte le stragi una apposita commissione parlamentare presieduta sempre da uomini al di sopra di ogni sospetto: no, tutto questo non importa nulla di fronte alla possibilità di continuare a celebrare il rito dell'invettiva vestendo i panni gratificanti dei paladini della verità (presunta).
A quel rito partecipa certo da protagonista la sinistra radicale, che cerca di esserne anche la principale fruitrice politica. Ma in realtà la mobilitazione della piazza bolognese rimanda a qualcosa di profondo che si agita largamente e da sempre nelle viscere del Paese e che va assai oltre la destra e la sinistra. E' la profonda, storica ineducazione politica della società italiana che appena può inclina irresistibilmente verso il qualunquismo. Quella società italiana che ha bisogno di credere che lo Stato faccia sempre schifo, sia sempre nel torto, non sia capace di nulla, perché in realtà ne teme, essa per prima, inconsciamente, la giustizia e l'efficienza eventuali; quella società italiana, ancora immersa in un primitivismo ideologico plebeo, che pensa infantilmente che chi detiene il potere non possa che essere un farabutto o un ladro, che l'avversario politico sia un nemico da vilipendere e da distruggere; che vuole continuare a non farsi mai l'esame di coscienza per credersi esente da ogni responsabilità per i mali del Paese.
Avere difensori tratti da questa schiera, per gli italiani uccisi il 2 agosto 1980, in un certo senso è come essere vittime una seconda volta della storia del proprio Paese.
Corriere della Sera – 3 Agosto 2005
Chi fischia chi scorda
di Marco Travaglio
Il 2 agosto di ogni anno, puntuale come i temporali di mezza estate, una «disinvolta congrega» di «maleducati», «faziosi», «ineducati», «qualunquisti» affetti da «infantilismo e primitivismo ideologico» si dà convegno a Bologna con la scusa di ricordare la strage del 1980, ma in realtà con il preciso scopo di guastare le vacanze a Ernesto Galli della Loggia.
Il noto pensatore sottovuotospinto ha pazientato per ben 25 anni. Ora ha deciso di dire basta, sulla prima pagina del Corriere della Sera, con un vibrante attacco alla «disinvolta congrega formata da familiari delle vittime, giornalisti “democratici”, magistrati e politici alla ricerca di consensi». La piantino, i farabutti, con l’«ossessiva evocazione degli “ispiratori e mandanti”».
La finiscano col «rito dell’invettiva» e con gli «immancabili fischi ai rappresentanti del governo». Non disturbino il manovratore e lascino riposare il pensatore, sennò diventa nervoso e ce lo rimane per tutto l’anno. Perché «a un certo punto il passato va accolto nella memoria per ciò che è stato, con tutte le sue oscurità, ambiguità, contraddizioni».
Insomma, «il passato deve passare».
Hanno avuto mogli, figli e genitori scannati da quella bomba fascista? Se ne facciano una ragione e l’accolgano nella memoria con tutte le sue oscurità, ambiguità e contraddizioni.
Che ci vorrà mai? Invece schiamazzano sotto la Loggia del Galli, gli infantili faziosi. «Si credono esenti da ogni responsabilità per i mali del Paese». Rifiutano di farsi «l’esame di coscienza», per sé e per i loro morti, che vi si sono appositamente sottratti 25 anni fa. Già. Che ci facevano quegli 85 scioperati tutti insieme alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980? Potevano starsene a casa. Potevano dividersi fra le stazioni di Cesenatico, Terontola e Casalecchio.
Invece no, tutti assembrati alla stazione di Bologna alla stessa ora, gli ineducati qualunquisti: e poi a una Mambro e a un Fioravanti non devono prudere le mani. Per lo tsunami son morte ben più di 84 persone, ma in Indonesia non staranno certo a menarla fino al 2029.
«Il passato deve passare», quindi per favore dall’anno prossimo aboliamo questa seccante cerimonia del 2 agosto.
O facciamo come con Tangentopoli: lasciamo che siano i colpevoli a riscrivere la storia. Una bella orazione di Mambro & Fioravanti e non se ne parli più. O magari del senatore Cossiga, che ci illustrerà la pista islamica spuntata fuori l’altro giorno.
Lasciando Galli Della Loggia e passando alle cose serie, resta la questione dei fischi. Nello speciale galateo tracciato dal regime col filo spinato per delimitare ciò che possiamo fare e ciò che non possiamo fare, il fischio a ministri, sottosegretari, portaborse e affini è severamente proibito.
Finora in nessuna democrazia nessuna legge, penale o morale, aveva mai vietato le contestazioni. Che, anzi, sono la regola a teatro, all’opera, ai concerti, allo stadio, in qualunque pubblica manifestazione artistica, sportiva e ludica. Un tempo anzi, quando il politically correct ancora non ammorbava la vita civile, dai loggioni partivano robusti lanci di ortaggi e di materiali organici. Poi ci si limitò a manifestare il proprio disappunto fischiando. Ma non è raro, in Paesi civilissimi come quelli anglosassoni e scandinavi, assistere a lanci di torte contro presidenti e ministri.
Nel grande Truman Show berlusconiano, invece, si può scendere in piazza solo per applaudire. Vietato fischiare. Ma non a tutti: solo a chi contesta il regime. Nel qual caso i fischi diventano «odio», «violenza», «demonizzazione», anticamera del terrorismo. Se invece i fischi sono contro gli avversari del regime, tornano a essere quel che sono in ogni Paese serio: un effetto collaterale, sgradevole ma sacrosanto, della democrazia.
Nella campagna elettorale del ’96, in due assemblee della Confcommercio, Prodi si confrontò con Berlusconi e fu sonoramente fischiato. Entusiasmo della stampa e delle tv berlusconiane, nessuno che parlasse di odio.
Nel 2002 Giuliano Ferrara invitò i suoi lettori a recarsi al Festival di Sanremo non per fischiare, ma addirittura per «lanciare uova marce» contro Roberto Benigni. Appello caduto ovviamente nel vuoto per mancanza di lettori (ma Benigni, da allora, non è più lo stesso). L’altro giorno, sempre sul Foglio, Antonio Socci invitava i ciellini a fischiare Gianfranco Fini al prossimo Meeting di Rimini, così impara a votare No al referendum.
Nessuno, giustamente, ha parlato di odio. Le cronache parlamentari riportano ogni giorno scambi di insulti, quando non di calci e di pugni, fra gli eletti dal popolo. Teodoro Buontempo invita i camerati a «sodomizzare Casini, non in senso metaforico».
Carlo Giovanardi tappezza l’Emilia di manifesti che paragonano a Hitler gli avversari della legge sulla fecondazione. Berlusconi e Fini, dopo aver esposto l’Italia al rischio di attentati inviando truppe di occupazione in Iraq, accusano Prodi di esporre l’Italia al rischio di attentati per aver chiamato occupanti gli occupanti.
Bossi parla di fucilate e mitragliate da mane a sera, prima e dopo i pasti. Il ministro Calderoli guida cortei con bare per seppellirvi i giudici Papalia e Forleo. Berlusconi insulta da dieci anni i magistrati con ogni sorta di calunnie e accusa l’opposizione di voler seminare «terrore e morte» una volta vinte le elezioni. Taormina va al tribunale di Milano e domanda: «Il giudice Carfì non è ancora morto? Lo odio».
Poi, al primo fischio che si leva in lontananza da una piazza, questi raffinati stilnovisti arrotondano la bocca a cul di gallina e fanno gli schizzinosi. «Aiuto, ci odiano, attentato!». E chiamano la pula.
Il rito dell’«unanime condanna ai fischi» è talmente ridicolo che non vi abboccherebbe nemmeno un lontano parente di Giovanardi. Invece abboccano quasi tutti, da destra a sinistra, perché l’impostura è diventata pensiero unico, ripetuta 24 ore su 24 a reti ed edicole unificate.
«Non si fischiano i ministri». Per smontarla basterebbe un bimbo che si levasse dal coro per domandare: «E chi l’ha detto? Perché mai non si può fischiare?». Qualcuno dirà: chi fischia «fa il loro gioco», «cade nella trappola» di chi non aspetta altro per scatenare la canea.
E chi se ne importa. Tanto, avendo in tasca tutta l’informazione che conta, la canea la scatenano anche se non succede niente. Il rubinetto dello scandalo e dello sdegno l’hanno in mano loro. Lo aprono e lo chiudono a piacimento. Perché mai, allora, cedere al ricatto e rinunciare via via ai nostri elementari diritti civili? Per scansare qualche calunnia che tanto arriva comunque?
Due anni fa, a commemorare la strage, il regime mandò il ministro Lunardi, quello che «con la mafia bisogna convivere». Nel suo discorso agli attoniti bolognesi, sottolineò i danni che la bomba del 1980 aveva causato al materiale rotabile: un incidente ferroviario, ecco. Fu sacrosantamente fischiato, il minimo che si potesse fare. Unanime sdegno del mondo politico. Non per le parole di Lunardi, ma per quei fischi così inurbani.
Quest’anno han mandato Tremonti, che andrebbe fischiato solo per la faccia che porta. Ai primi fischi, The Genius ha ironizzato con quella boccuccia da uova fresche: «Bella piazza». E giù altre bordate, liberatorie, sacrosante. Onestamente: che altro si può fare, di nonviolento, quando si ha di fronte un Tremonti, se non fischiare?
Naturalmente i fischi non erano soltanto per lui e la sua boccuccia. Ma anche per il governo del tesserato 1816 della loggia P2 (il cui gran maestro, insieme ad altri confratelli, fu condannato per i depistaggi della strage). E per una maggioranza piena di vecchi camerati e nuovi difensori di Mambro & Fioravanti, oltre ad alcuni vecchi amici di Cosa Nostra, l’altra organizzazione terroristica che ha insanguinato l’Italia a suon di stragi (quel Casini che ora parla di «macabro rituale dei fischi» è lo stesso che telefonò macabramente la sua «amicizia e stima» a Dell’Utri alla vigilia della condanna per mafia).
Una maggioranza che ha abolito la commissione Stragi, che fa la guerra alla giustizia e all’antimafia, che si ostina a coprire col segreto di Stato qualcosa che noi non conosciamo, ma che lorsignori devono conoscere benissimo.
Ora, che deve mai fare un cittadino comune che vuole semplicemente la verità sui mandanti occulti di quella strage e di tutte le altre? È giusto criticare i fischi. Perché fischiare è troppo poco.
L'Unità – 4 Agosto 2005

