Think Tank | Monte Cerignone e dintorni

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Officine del pensiero e fabbriche del consenso

Quando leggo questi pezzi mi viene sempre in mente quell'autorevole membro dell'Aspen Institute Italia, intellettuale di meritata fama mondiale e gigante del pensiero contemporaneo, che ogni tanto tiene a farci sapere che lui, generalmente, non crede ai complotti, tranne quando diventano pubblici e che un complotto non presente sui libri di storia è da considerarsi un fallimento.
Io, con tutto il dovuto rispetto, penso sia esattamente il contrario.

I think tank, ossia quando Dio e Darwin benedicono l'Impero

di Miguel Martinez

 

I think tank sono nati, negli Stati Uniti, molti decenni fa, con uno scopo di straordinaria ampiezza: ricostruire scientificamente il mondo in funzione degli interessi del capitalismo americano.

Le grandi imprese del paese, ognuna delle quali muoveva un'economia paragonabile a quella di diverse nazioni, hanno delegato a squadre di tecnici il compito di analizzare razionalmente la realtà e trasformarla. Un progetto curiosamente parallelo nel tempo e negli scopi alla grande pianificazione sovietica.

Il think tank non va visto in chiave complottista: la sua è una funzione tecnica, con molta indipendenza, che serve a un vasto complesso di interessi.

Il contesto è lontano da quello feudale italiano, dove simili istituzioni diventerebbero immediatamente ricettacoli di cugini sfaticati di onorevoli e fabbriche di chiacchiere e messaggi trasversali.

Il think tank statunitense, per svolgere bene le proprie funzioni, ha bisogno di libertà: non è una lobby o una semplice emanazione della ditta che lo paga; e come le singole aziende premiano il grafico pubblicitario creativo, anche i think tank cercano continuamente le menti migliori, che si trovano spesso tra i contestatori e i liberi pensatori. Durante la guerra del Vietnam, le aziende che guadagnavano milioni di dollari dai bombardamenti aerei usavano i think tank anche per pagare antropologi, che riferivano correttamente dei fallimenti della politica statunitense di deportazioni forzate di centinaia di migliaia di contadini, strappati alle loro terre e rinchiusi in "villaggi strategici". Ciò che questi contestatori non contestavano era l'obiettivo finale: la vittoria.

Idealmente, i think tank tessono la grande rete che unisce la razionalizzazione della produzione, l'istruzione, la politica, la potenza militare, il controllo dei mercati esteri, l'omologazione dei consumatori mondiali e la regolamentazione del flusso delle merci e del denaro.

In origine, sono quindi più liberal che conservative, dedicandosi ad affermare nel mondo l'ordine che permette gli investimenti e a creare ovunque un ceto medio abbastanza benestante da acquistare le merci statunitensi.

Il lavoro dei think tank è insieme obiettivo e ideologico. I militari non hanno bisogno di pacche sulle spalle, e retorica ma di sapere esattamente quante bombe devono buttare e dove. Ma l'obiettivo dei think tank è anche quello, profondamente ideologico, di creare il consenso di cui ha bisogno il dominio.

Ecco che molti di think tank, sia liberal che conservative, dedicano le loro energie alla promozione delle idee ritenute di volta in volta più utili; gran parte di ciò che ci viene presentato come dibattito intellettuale è piuttosto un prodotto.

Un esempio per tutti. Nel 1988, Allan Bloom, direttore dell'Olin Center for Inquiry into the Theory and Practice of Democracy (che riceve $3,6 milioni di dollari dalla think tank madre, la Olin) invitò un funzionario governativo, di cui diremo il nome solo alla fine, a leggere un discorso in una conferenza. Il discorso venne pubblicato sul National Interest (che riceve $1 milione sempre dalla Olin) il cui editore è Irving Kristol (che riceve $376.000 di stipendio per la sua cattedra universitaria pagata dalla Olin: istruzione, impresa e politica sono inscindibili).

Kristol pubblica tre "risposte" all'articolo del funzionario: una la scrive lui, l'altra la scrive Bloom, che abbiamo già incontrato, una la scrive Samuel Huntington (che riceve$1.4 million dall'Olin Institute for Strategic Studies). Questo finto dibattito viene poi fatto riprendere dai principali media, che così lanciano nel mondo lo sconosciuto funzionario governativo: Francis Fukuyama, e la sua tesi sulla "Fine della storia", che doveva dimostrare che quello statunitense è l'assetto supremo della specie umana.

Qualche abbozzo di think tank esiste anche in Italia, in genere come succursale di quelli statunitensi. Abbozzo, perché difficilmente un politico o un imprenditore italiano darà veramente ascolto a un esperto che gli consiglia la mossa vincente. Probabilmente il più potente è l'Aspen Institute,  cui abbiamo dedicato in passato un certo spazio.

Abbiamo poi parlato dell'Acton Institute,  strettamente legato al sistema di vendite piramidali Amway e diretto da uno dei personaggi più incredibili di cui mi sia capitato di scrivere, il prete Robert Sirico.

L'Acton Institute, al di là delle sue bizzarre radici, veicola un messaggio che possiamo riassumere in questo concetto: il sistema capitalista, in particolare nella sua versione statunitense, è la realizzazione della volontà di Dio in terra.

La Heritage Foundation, probabilmente il più potente di tutti i think tank, inventore della politica di Reagan, ha in Italia una piccola affiliata, l'Istituto Bruno Leoni (IBL), che sostiene di voler difendere la proprietà privata e promuovere la globalizzazione – un paradosso, visto il numero di contadini che il neoliberismo ha privato dei propri beni. Ma evidentemente per proprietà privata, si intende solo quella che supera certe dignitose dimensioni.

Il 28 gennaio scorso, l'Istituto Bruno Leoni ha organizzato una piccola conferenza a Roma, per presentare il libro  La politica secondo Darwin. L'origine evolutiva della libertà di un certo Paul Rubin, pubblicato proprio dalla IBL. Paul H. Rubin è stato il principale consulente economico di Reagan, lavora in uno studio di avvocati, è docente di economia e diritto (non di biologia), è ricercatore del think tank Independent Institute ed è socio dell'American Enterprise Institute (25 milioni di dollari ogni anno dalle grandi imprese per promuovere il neoliberismo e interventi armati nel mondo).

Il libro di Rubin è stato presentato da Gilberto Corbellini (docente di Storia della medicina e Bioetica, Università la Sapienza di Roma), Massimo Marraffa (docente di Psicologia della comunicazione, Università degli Studi di Roma Tre), Luciano Pellicani (docente di Sociologia politica, Università LUISS Guido Carli) e Nicola Iannello (Istituto Bruno Leoni). Corbellini, Marraffa e Pellicani -  come Armando Massarenti, che ha  partecipato ad altre presentazioni dello stesso libro – appartengono a una particolare categoria di scienziati che, non sopportando confusi ecologisti e preti ignoranti, finiscono per aggregarsi a giri ancora più bizzarri. Non è affatto detto che i laicisti debbano essere "di Sinistra", anzi…

Leggiamo insieme il comunicato ufficiale dell'evento:

"A 200 anni esatti dalla sua nascita, anche l'Istituto Bruno Leoni ha voluto rendere omaggio a Charles Darwin pubblicando, sul finire del 2009, questo saggio davvero fondamentale di Paul Rubin. Cosa ci insegna Darwin sulla politica? Le intuizioni e gli insegnamenti del padre dell'evoluzionismo sono al centro della ricerca dell'economista statunitense, in questo libro che ambisce a mettere a fuoco una vera teoria evolutiva della libertà. Intrecciando spunti e analisi che muovono dalla biologia, dalla scienza politica e dall'economia, Rubin arriva a sostenere come le moderne liberaldemocrazie occidentali, e soprattutto gli Stati Uniti, siano le società che meglio rispondono alle nostre preferenze politiche di natura evolutiva."

La versione post-razzista del darwinismo sociale di non compianta memoria, insomma.

Il libro, va da sé, non lo leggerà nessuno. Però ci svela il segreto del dominio statunitense.

Mentre tifosi clericali e tifosi laicisti italiani si ricoprono di insulti, i think tank statunitensi, senza urlare parolacce, dicono ai primi che l'Impero esiste per ineluttabile missione divina; e ai secondi, che esiste per ineluttabile forza biologica.

 

sabato, 30 gennaio 2010

http://kelebek.splinder.com

L’Aspen è vivo e lotta anche insieme a noi

I sostenitori feltreschi di Letta lanciano la sfida:
«Vogliamo un Pd attento ai giovani e all’innovazione»

URBINO – Roberto Tontini, Germana Di Falco, Giovanni Cappuccini, Germana Piombini, Tito Cerri, Maria Patrizia Cadoni, Marcello Bartolini, Debole Mori. Ecco i candidati a sostegno di Enrico Letta nel collegio di Urbino, che ieri sera si sono presentati ed hanno illustrato idee e progetti in vista delle primarie per il Partito Democratico del 14 ottobre. Idee e progetti legati al territorio ed allo sviluppo delle aree interne della Provincia. Grande attenzione viene riservata ai giovani, alle imprese e alla società civile. «Siamo espressione di tutte le realtà locali del collegio di cui conosciamo bene caratteristiche e problematiche», ha affermato Roberto Tontini, coordinatore provinciale del comitato a sostegno di Letta e capolista nazionale nel collegio di Urbino, nel presentare la squadra. «Siamo convinti che il Partito Democratico debba perseguire una visione di società che guardi con grande attenzione ai giovani, alle imprese, alle forme più innovative di sviluppo locale. Riteniamo che per far fronte alle sfide della globalizzazione e della modernità e per continuare a garantire i livelli di benessere della nostra Regione, il Partito Democratico debba guardare ad una società marchigiana dinamica, aperta culturalmente al cambiamento, capace di valorizzare al meglio le sue potenzialità, ampliamente presenti nel mondo produttivo e nelle amministrazioni pubbliche del territorio». «Infrastrutture, innovazione, sostegno ai distretti, internazionalizzazione»: sono i temi che la lista Letta si è impegnata ad affrontare per «un riformismo delle cose concrete».

28 Settembre 2007

www.ilmessaggero.it

N.B.: Enrico Letta, come suo zio Gianni (e, fra gli altri: Giuliano Amato, Lucia Annunziata, Francesco Caltagirone, Fedele Confalonieri, Francesco Cossiga, Gianni De Michelis, Umberto Eco, John Elkann, Cesare Geronzi, Paolo Mieli, Mario Monti, Tommaso Padoa Schioppa, Mario Pirani, Romano Prodi e Cesare Romiti, in rigoroso ordine alfabetico) fa parte del comitato esecutivo della protesi italiana del think tank imperialista noto, si fa per dire, come Aspen Institute e, secondo molti, è il candidato principale alla successione di Giulio Tremonti nel ruolo di presidente del medesimo.
Per saperne di più sull'Aspen Institute, clicca qui.

Gli scienziati del dominio

Sulla scia del post di Ricky, "Il nemico ideologico", con cui credo si sia finalmente centrato il punto, propongo alcune letture che ritengo discretamente interessanti, seguono dunque tre articoli di Miguel Martinez che ho trovato qualche tempo fa sul sito www.kelebekler.com; possono servire, secondo me, a far luce oltre che sull'attività dell'Aspen Institute, citato nel detto post di Fioreselvatico, sulle "attuali" dinamiche che determinano gli equilibri (o squilibri che dir si voglia) mondiali.


Questo è il primo di una serie di articoli sulla svolta filoamericana del Vaticano. In cui si sondano le basi sociali e teologiche, la manovre dietro le quinte, i precedenti… se il discorso si fa complesso e lungo, portate pazienza.


 

Da dove viene il sottile potere della Chiesa cattolica? Perché viene tanto ricercato dagli uomini politici? E perché un metodista statunitense e attuale signore del pianeta, come George Bush II, fa di tutto per ottenerne l'approvazione?

Per capire, partiamo dall'Italia, perché ci viviamo e perché è la sede del Vaticano. Se c'è una cosa aliena dalla mentalità dell'italiano medio, è il cristianesimo. O davvero la grande maggioranza degli abitanti di questo paese crede davvero che Gesù Cristo sia "unigenito Figlio di Dio… generato, non creato, della sostanza del Padre"? Tutti conoscono la cantilena, ma provate a chiedere a qualcuno che cosa vuol dire… E il Dio uno e trino, che dovrebbe distinguere i cristiani da ebrei e musulmani molto più del consumo o meno della carne di porco? Alcuni artisti italiani si sono cimentati con il tema della Trinità, per dovere di committenza. Ma a coglierne davvero la grandezza sono stati due artisti di paesi molto lontani. Il primo fu il russo Andrei Rublev, ed è giusto perché fu un uomo di quell'Oriente in cui il cristianesimo è cresciuto ed è stato più profondamente sentito.

 

trinita di andrej rublev
la trinità di Andrej Rublev

Il secondo fu un invece un artista molto particolare, dell'estremo Occidente. Il 16 luglio del 1945, nel deserto del New Mexico, fu fatta esplodere la prima bomba atomica della storia. Gli Stati Uniti danno spesso e volentieri nomi religiosi agli strumenti di potenza e distruzione. A quella prima bomba atomica, il fisico nucleare Robert Oppenheimer volle dare il nome di Trinity.

 

alamogordo test nucleare 
la trinità di Robert Oppenheimer

Eppure il Vaticano possiede una dote particolare, che non ha molto a che vedere con le trinità, siano esse d'Oriente o d'Occidente.
È il potere della benedizione.
Lo hanno capito perfettamente i consiglieri di Bush II, quando lo hanno mandato a fare visita al Papa a giugno del 2004. L'imperatore diede la "Medaglia della libertà" a Karol Wojytla, un'onorificenza, conferita per servizi alla "sicurezza nazionale degli Stati Uniti o alla pace mondiale". Come raccontiamo altrove, oltre che a Giovanni Paolo II, la medaglia è stata conferita a personaggi come Donald Rumsfeld e Walt Disney. Qualche giorno dopo la visita di Bush, Dino Boffo, braccio destro di Ruini, scrisse sull'Avvenire, di cui è direttore:

 

"C'è parso di cogliere qualcosa non solo di emozionante ma di storicamente forte. Memorabile. Se non fosse una categoria mondana si potrebbe dire che l'incontro, per la Santa Sede – ossia per il Papa, non c'è al riguardo possibilità di distinzione – si è rivelato un nettissimo successo. Un capolavoro senza l'aria di esserlo… discorso chiarissimo e cortese insieme… tutte le corde del suo magistero".


In vaticanese, significa che sta succedendo qualcosa di molto importante. Infatti, Vittorio Emanuele Parsi, un individuo che incontreremo di nuovo tra poco, aggiunge:


"speriamo tutti possa aprirsi una riflessione coraggiosa e senza pregiudizi sulle modalità in cui, anche all'interno di un mondo unipolare, possa essere praticato il metodo del multilateralismo".


Orwell ci insegna come decifrare quello che dice questa gente. Ad esempio Magdi Allam sostiene la necessità di "esportare la democrazia" in Medio Oriente, ma quando la democrazia effettivamente c'è, almeno in qualche misura, trova la cosa intollerabile. Commentando infatti l'attentato di Taba (ottobre 2004), Magdi Allam scrive:

 

"Considerando l'insieme dell'ondata terroristica che si è abbattuta prima e dopo l'11 settembre 2001, emerge che i Paesi mussulmani più colpiti dal terrorismo sono quelli che tollerano una presenza significativa degli integralisti islamici, i cui regimi si barcamenano tra la repressione delle frange più estremiste e il contenimento della società civile laica e liberale"
("L'ipoteca integralista sull'Egitto" di Magdi Allam, dal Corriere della Sera del 9 ottobre 2004).

 

Insomma, i regimi che "tollerano" un minimo di opposizione diventano automaticamente fautori del "terrorismo".

Quando invece un Parsi dice "coraggiosa e senza pregiudizi", intende dire che bisogna avere il coraggio di vincere i pochi scrupoli morali, o pregiudizi che ci restano. Per il resto, la sua è una descrizione perfetta di un impero, dove il comando è unico, ma domina su molti poteri subordinati. In parole pratiche, Parsi sta dicendo che il Vaticano ha capito che è ora che anche noi moriamo per gli interessi americani.

 


Questo è il secondo di una serie di articoli sulla svolta filoamericana del Vaticano. In cui si sondano le basi sociali e teologiche, la manovre dietro le quinte, i precedenti… se il discorso si fa complesso e lungo, portate pazienza.


 

Non è facile capire chi comandi oggi in Vaticano: certamente non è più il povero Wojtyla, che ha più o meno le funzioni di un bianchissimo palo totemico.

I signori del Vaticano – tra cui sembra spiccare una vivace componente italiana – stanno lavorando sodo per preparare la successione. E chiunque sarà il successore, il suo primo compito sarà quello di benedire l'Impero americano. Non sono un vaticanologo, quindi non so dire se fosse nelle intenzioni di Wojtyla, o se si tratta di nuove forze che si stanno facendo avanti. Su questo sito, abbiamo visto come il cardinale Camillo Ruini abbia trasformato il grandioso quadro rinascimentale dei funerali dei carabinieri morti a Nassiriya in un rito di legittimazione e di benedizione del dominio occidentale.

È stata solo la prima tappa simbolica.

Sandro Magister gestisce un interessante notiziario sui movimenti sotterranei del mondo clericale. Una volta lo faceva da dissidente, ma sembra che anche lui sia stato recuperato, per la precisione da Forza Italia; e il suo bollettino è sempre felice di fornire nuove armi alla cultura dello scontro di civiltà. Ma, forse per non perdere i propri lettori, Sandro Magister continua a fornirci alcune informazioni interessanti. Ad esempio sulle intense attività del mese di settembre del 2004.

Il 20 settembre, Camillo Ruini, parlando al consiglio permanente della conferenza episcopale italiana, ribadisce il dovere dell'Occidente cristiano di

 

"contrastare le organizzazioni del terrore con la più grande energia e determinazione, senza dare nemmeno l'impressione di subire i loro ricatti e le loro imposizioni"

 

e nello stesso tempo di trasformare in "nostri principali alleati" le componenti del mondo islamico che vogliono "libertà e democrazia" (da non confondere con le migliaia di oppositori che languono nelle carceri dei paesi arabi "amici dell'Occidente"). Dovere quindi di partecipare alla Guerra infinita, dovere quindi di scovare "musulmani moderati" con cui istituire regimi quisling nelle terre sottomesse.

Passa un giorno, e il laicissimo quotidiano Il Foglio pubblica un appello contro il "terrorismo mondiale islamista", chiedendo al governo italiano di farsi

 

"promotore presso la NATO e l'Unione Europea di un invio massiccio in Iraq di truppe dell'Alleanza Atlantica".

 

L'appello porta quattro firme: Giuliano Ferrara, direttore di Il Foglio, Marta Dassù, direttore di Aspenia, rivista dell'Aspen Institute in Italia, Piero Ostellino, editorialista ed ex-direttore del Corriere della Sera e Vittorio Emanuele Parsi, docente di relazioni internazionali alla Cattolica di Milano e coordinatore del Master in Mercati e Istituzioni del Sistema Globale presso l'ASERI (Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali), ma soprattutto editorialista di Avvenire.

 

vittorio emanuele parsi direttore di avvenire
Vittorio Emanuele Parsi

 

Nel cautissimo mondo del clero, editorialista vuol dire portavoce. Se parla Parsi, parla la Conferenza Episcopale Italiana; e se parla la CEI, vuol dire che il Vaticano non ha nulla in contrario. L'Aspen Institute invece è uno dei più antichi e potenti think tank imperiali, come vedremo più avanti; il Corriere della Sera è la macchina editoriale che ha lanciato Magdi Allam e il Prodotto Oriana Fallaci; mentre chi sia Giuliano Ferrara, lo sappiamo tutti. Piero Ostellino, tra l'altro, è autore di un vergognoso articolo del 26 aprile 2002, in cui trasformava il buffo ma innocuo Adel Smith in una minaccia terroristica contro Oriana Fallaci (su questo sito abbiamo pubblicato il commento dell'associazione di Adel Smith). L'articolo di Ostellino finisce così:

 

"Dopo aver condiviso quello che la Fallaci ha scritto, le sono vicino e ho paura per lei, anche se lei fortunatamente non ne ha. Cara Oriana, tanti, tantissimi altri italiani ti sono vicini. E ti vogliono bene".

 

La terza tappa consiste in un'intervista rilasciata il 26 settembre del 2004, dal cardinale Angelo Sodano, segretario di Stato del Vaticano, al quotidiano La Stampa. Il cardinale Sodano, ricordiamo, fu nunzio pontificio in Cile dal 1977 al 1988, durante gli anni del governo di Augusto Pinochet. Il dittatore lo insignì della Gran Croce dell'Ordine del Merito; Sodano ricambio impegnandosi in seguito per il rilascio del generale, responsabile – secondo l'attuale governo cileno – di almeno 3.191 omicidi.

 

cardinale angelo sodano
 il cardinale Angelo Sodano

 

L'intervista è rilasciata a Paolo Mastrolilli, corrispondente tutto insieme – a proposito di pluralismo dell'informazione – per Avvenire, Radio Vaticana e La Stampa nella vera capitale dell'Impero, a New York.

 

"Ora bisogna aiutare il governo Allawi. In Europa si discute sulla legittimità del nuovo esecutivo [in carica a Baghdad], e forse il giudizio della storia sull'intervento in Iraq sarà severo. Però va considerato un fatto: questo figlio è nato. Sarà anche illegittimo, ma ora c'è, e bisogna educarlo ed allevarlo."

 

Con questa somma dichiarazione di ipocrisia, il cardinale approva l'uomo imposto al potere dagli occupanti. La resistenza irachena? "Bande criminali che approfittano della mancanza di autorità." Sodano sembra aderire in pieno alla teoria della democrazia espansiva, oggi più o meno dimenticata dagli stessi neoconservatori:

 

"I terroristi sanno che se una democrazia stabile prendesse piede a Baghdad metterebbe in difficoltà anche i paesi vicini come l'Iran e l'Arabia Saudita, dove ancora si va in prigione per il possesso di un Crocefisso".

 

Inutile dire che almeno in Iran, non si va certamente in carcere per il possesso di un crocifisso. Dopo una battuta sul "facile antiamericanismo" degli europei, Sodano dice

 

"Negli USA i valori religiosi sono molto sentiti. Ciò fa onore a questo grande paese dove si è creato un modello di società che deve far riflettere anche gli altri popoli."

 

Sodano, certamente non riferendosi a Guantanamo, si auspica anche l'introduzione di un nuovo pretesto per fare guerre ovunque:

 

"Da parte della Santa Sede vi è l'auspicio che si introduca nella Carta delle Nazioni Unite un principio nuovo, e cioè la possibilità, anzi il dovere, di un 'intervento umanitario' in casi conclamati, in cui i diritti umani all'interno di una nazione siano calpestati."

 

Lo stesso giorno, Vittorio Emanuele Parsi è ricomparsi sull'Avvenire per ricordare all'Occidente e all'Europa il "dovere" di rafforzare la presenza militare in Iraq, tramite la NATO. Parsi definisce sbrigativamente chi si oppone "i peggiori terroristi e criminali", contro i quali l'Europa deve mandare "decine di migliaia di soldati" a dar man forte agli americani.

Sandro Magister commenta:

 

"Un editoriale così impegnativo, di domenica e in prima pagina sul giornale dei vescovi, non può essere frutto del caso. Nasce da una decisione presa ai più alti livelli della Chiesa."

 

Ora, io non so bene cosa siano i "più alti livello della Chiesa" in questo momento, visto che Karol Wojtyla sembra decisamente fuori gioco. Ma chiunque siano, nel giro di meno di una settimana, hanno deciso di lanciarsi nel pieno sostegno agli invasori della Mesopotamica.

C'è qualcosa di paradossale in tutto questo.

L'Impero fu fondato da imprenditori e uomini di guerra che non hanno mai amato la "pagana Babilonia" di Roma. L'Impero americano è il culmine di quel furioso movimento, di quella distruzione di paesaggi e di tradizioni che è il capitalismo senza freni, che tutto livella e tutto trasforma in pura quantità, in numeri intercambiabili. Perché l'Impero ha bisogna di un'istituzione apparentemente così arcaica come il Vaticano, e perché il Vaticano ha bisogno dell'Impero?

 


Questo è il terzo di una serie di articoli sulla svolta filoamericana del Vaticano. In cui si sondano le basi sociali e teologiche, la manovre dietro le quinte, i precedenti… se il discorso si fa complesso e lungo, portate pazienza.


 

"Ma quante sono le menti umane capaci di resistere alla lenta, feroce, incessante, impercettibile forza di penetrazione dei luoghi comuni?"

Primo Levi, La Tregua

 

La benedizione vaticana sull'invasione dell'Iraq, con tutto ciò che implica – la fine della legalità internazionale, il diritto illimitato di rapina e di devastazione concesso all'Impero, la negazione di ogni diritto alla resistenza – è un evento di enorme importanza, che sembra aver attirato poca attenzione.

Forse perché appartiene alla sfera del dominio più che a quella del potere.

È una distinzione importante. Il potere ha una sua tecnica. I trucchi con cui Berlusconi si assicura le rendite di tre reti TV, o con cui una più modesta cooperativa industriale di sinistra si garantisce l'appalto di un comune, sono noti a tutti, perché costituiscono la maggior parte dei grandi scandali che ci offrono il quotidiano Libero per il Polo, o il quotidiano Repubblica per l'Ulivo.

È la cronaca, insomma, delle miserie umane. Piena di segreti; ma quei segreti, una volta svelati, sono facili da capire.

Ma esiste anche la tecnica del dominio, e qui le cose sono molto meno chiare. La tecnica del dominio riguarda, ad esempio, la creazione dei luoghi comuni. Le parole d'ordine che nessuno può criticare, senza essere completamente emarginato (o magari ricadere sotto qualche legge speciale): L'Occidente, la civiltà giudaico-cristiana, l'economia di mercato, il terrorismo ci minaccia, il dovere di portare la democrazia nel mondo, l'integrazione di chi è disposto a rispettare i nostri costumi…

 

"Il processo cui viene sottoposto un testo letterario, se non già nella previsione automatica dell'autore, in ogni caso dello staff di lettori, curatori, revisori, ghost writers, dentro e fuori dagli uffici editoriali, supera in compiutezza qualunque censura. Rendere completamente superflue le funzioni di quest'ultima sembra […] l'ambizione del sistema educativo".

 

Horckheimer e Adorno (Dialettica dell'illuminismo, Einaudi, 1997, p. 5) si riferivano al mondo dei libri. Ma basta pensare ai vari talk-show dove tante persone possono parlare, in diretta e senza censura; eppure nessuno viola mai i confini interiorizzati del dominio. Tutti sono sempre d'accordo con i presupposti fondanti.

I luoghi comuni nascono un po' per generazione spontanea, ma sono anche in gran parte creazioni deliberate di quelli che possiamo chiamare i tecnici del dominio.

Il luogo comune vivente, sappiamo, è Oriana Fallaci. Eppure Oriana Fallaci non sarebbe rinata, se non ci fosse stato tutto l'apparato della RCS a trasformarla in un prodotto industriale. Con un contorno di innumerevoli strani personaggi. Prendiamo ad esempio un certo Alessandro Corneli, di cui difficilmente avrete sentito parlare, ma che sembra un uomo infinitamente più colto e intelligente dell'ammiratore medio della Fallaci. Insegna in un corso di giornalismo all'università LUISS di Roma, tiene corsi alla scuola del SISDE e del SISMI e alla SSAI (Scuola superiore amministrazione interno) del Viminale. Collabora con Il Sole 24 ore, Il Foglio di Ferrara e Per Aspera ad Veritatem, la rivista ufficiale del SISDE. E dirige un'enigmatica agenzia che si chiama Global Research & Reports Group.

Ora, cosa suggerisce Corneli ai suoi allievi, futuri esperti di sicurezza oppure di giornalismo? Gente che scriverà articoli, oppure indirizzerà le decisioni dello stato italiano con le informazioni che fornisce.

Su un sito significativamente intitolato "Pagine di Difesa", Corneli afferma:

 

"Il Corriere della Sera (3 aprile) ha pubblicato un estratto del nuovo libro di Oriana Fallaci "La forza della ragione". Ne raccomandiamo a tutti la lettura. Lo stesso giorno, l'editoriale, di Piero Ostellino, ha fissato alcuni punti."

 

Infatti, accanto alla retorica di Oriana Fallaci, troviamo il suo più serio (e importante) compare Piero Ostellino, che fissa le regole per "combattere" il "terrorismo globale" e per imporre agli immigrati di "rispettare le regole" del nostro mondo: Ostellino capisce abbastanza bene il meccanismo del capitalismo per capire che di immigrati non si può fare a meno; ma si pone il problema di come sottometterli. Ostellino, Corneli e Oriana Fallaci sono – in maniera diversa – imprenditori del luogo comune e tecnici del dominio.

I tecnici del dominio lavorano a stretto contatto con uomini d'affari, politici e militari, e certamente guadagnano molti soldi, ma sono un'altra cosa, perché sono al servizio di tutto il sistema nel suo insieme. Individualmente, possono fare molti mestieri, dal docente universitario al giornalista, o più semplicemente il consulente, cioè il tecnico del dominio a tempo pieno.

Negli Stati Uniti, i tecnici del dominio si riuniscono da decenni nei laboratori del dominio, comunemente noti come think tank, che vengono finanziati dalle fondazioni. Cioè da emanazioni non tassabili delle più grandi imprese del mondo. Nelle fondazioni esistono commissioni molto ristrette che decidono a chi dare milioni di dollari e a chi no. E in queste commissioni troviamo quasi sempre gli stessi nomi, che poi sono quelli dei principali neoconservatori.

I laboratori del dominio forniscono analisi, informazioni e linee guida alle imprese, al governo, ai media, al complesso militare. Sempre, a prescindere se al potere sia la "destra" o la "sinistra" (per usare le categorie europee).

I laboratori del dominio sono soprattutto americani, ma hanno propaggini sempre più diffuse nel mondo.

Su questo sito abbiamo parlato dell'Acton Institute, un laboratorio del dominio che ha pensato bene di aprire una sede a Roma per essere al posto giusto quando Karol Wojtyla finirà di viaggiare per il mondo.

 

papamobile giovanni paolo II

 

L'Acton Institute ha un'impronta decisamente di destra. L'Aspen Institute è più ampiamente imperiale: ne fanno parte Margaret Thatcher, Jimmy Carter e Condoleezza Rice. Nei suoi seminari si formano i potenti del mondo, dai dirigenti della Rockfeller Foundation ai giornalisti del New York Times.

È un organismo che abbiamo incontrato poco fa, nella persona di Marta Dassù, che ha firmato assieme a Giuliano Ferrara, Piero Ostellino e Vittorio Emanuele Parsi un appello a sostegno dell'intervento europeo a fianco degli americani, nell'invasione dell'Iraq.

L'Aspen Institute ha sedi in vari paesi, e ha anche una fiorente filiale italiana, con sede in Piazza Santi Apostoli 49 a Roma. A leggere le sue dichiarazioni ufficiali, sembra che sia una fabbrica tritanuvole: cosa mai vuol dire che

 

"L'Aspen Institute Italia è un'associazione internazionale non-profit dedicata alla discussione, all'approfondimento e allo scambio di conoscenze, informazioni e valori."

 

Questa vaghezza assoluta di fini non sembra scoraggiare i suoi finanziatori. La lista completa si trova sul sito dell'Istituto, e sono talmente importanti che è difficile fare una selezione. Citiamo a caso e solo dalla lettera "A", Alcatel Alitalia Assicurazioni Generali Autostrade SpA… Chi gestisce questi finanziamenti? Il presidente mondiale è Walter Isaacson. Tutti conosciamo la CNN, pochi conoscono l'Aspen Institute. Eppure Isaacson ha rinunciato al proprio ruolo di presidente della CNN pur di passare all'Aspen: evidentemente lo sentiva come una specie di promozione. Gianni De Michelis è stato il presidente della sezione italiana dal 1985 al 1992. L'organigramma attuale è:

Presidenti Onorari

Cesare Romiti (presidente della RCS), Carlo Scognamiglio

 

carlo scognamiglio al pentagono
Carlo Scognamiglio su uno sfondo significativo

Presidente Giulio Tremonti (casualmente membro anche della Fondazione Res Publica e della Fondazione Liberal)

Vice Presidenti John Elkann, Enrico Letta, Paolo Savona (Vicario), Lucio Stanca (Tesoriere)

 

matrimonio elkann borromeo
Un'amica ci ha inviato questa foto del matrimonio di John Elkann con Lavinia Borromeo. La torta aveva la forma della sede della FIAT sormontata dal simbolo dei Borromeo. Gli impiegati FIAT al matrimonio erano preoccupati di quale reparto sarebbe caduto per primo sotto i colpi del coltello impugnato dagli sposi.


Segretario Generale Giuseppe Cattaneo

Presidente degli Amici di Aspen Ennio Presutti

Direttore Generale – Programmi Internazionali Direttore Aspenia Marta Dassù

Direttore Generale – Programmi Nazionali Giovanna Launo

Direttore Amministrativo Adelia Lovati

 

Alla faccia di tutti coloro che maledicono il neoduce Berlusconi, o al contrario temono il comunista Prodi, Panorama ci rivela che Tremonti – bersaglio di tanti attacchi da parte della sinistra – ha già scelto il proprio successore. È l'ulivista Enrico Letta… E così la rivista Aspenia, diretta da Marta Dassù, che proviene dal Cespi (Centro Studi di Politica Internazionale), ha come direttore responsabile e assidua collaboratrice Lucia Annunziata, che gli ingenui ancora considerano "di sinistra".

Una dettagliata biografia di Lucia Annunziata racconta la storia di questa signora, formatasi nella redazione del Manifesto, ex-compagna di Luigi Manconi dei Verdi, passata al Corriere della Sera a lavorare sotto il suo amico, l'ex-militante di Potere Operaio Paolo Mieli; mentre lavora al Corriere, fa amicizia con Gianfranco Fini e con Maurizio Gasparri.

 

"Nell'88 sposa Daniel Williams, giornalista del "Washington Post", con una grande festa in un club esclusivo newyorchese e 250 invitati. Anche Andreotti le invia un mazzo di fiori alto tre metri."

 

Passa poi a Raitre dove lavora con Letizia Moratti; poi grazie a Massimo D'Alema diventa direttore del Tg3, con l'appoggio, si dice, di Gianfranco Fini. Dopo la Rai, passa a lavorare per Il Foglio di Giuliano Ferrara. Aderisce all'USA Day di Ferrara e su Panorama dell'ottobre 2001 esalta Oriana Fallaci. E approda alla presidenza della Rai grazie al sostegno di D'Alema e di Casini.

Questa trasversalità la ritroviamo ancora in un pranzo che l'Aspen ha organizzato per festeggiare l'ex-ambasciatore USA in Italia, Richard Gardner, militante del partito democratico, nel settembre del 2004: tra gli ospiti Piero Fassino, Furio Colombo ("non in qualità di direttore dell'Unità bensì come ex-presidente di Fiat America"), Francesco Cossiga, Tonino Maccanico, Mario Sarcinelli e Lucia Annunziata, Carlo Scognamiglio, Giorgio La Malfa, Ferdinando Salleo (oggi, consulente di Capitalia) e Mario Pirani. Un quadretto del futuro che ci attende se ci libereremo da Berlusconi e una spiegazione spero sufficiente del motivo per cui non voto. Nel nostro futuro, polista e ulivista, c'è poi un incubo tutto particolare: i 69 "Aspen Junior Fellows" che si affacciano alla conquista dei mercati,


"un network internazionale di giovani ad alto potenziale formato dai ragazzi che hanno preso parte ai progetti "Aspen per la Nuova Leadership."


Questo gruppo di ambiziosetti cresce sotto la tutela del ministro Lucio Stanca.

Alla festicciola per l'ex-proconsole americano, c'era anche Gianni Letta (la cui moglie è Gianna Fregonara, giornalista del Corriere della Sera). Ora, secondo i pettegoli, Berlusconi lo starebbe preparando per il ruolo di prossimo presidente della Repubblica. Suo nipote, Enrico, invece, mirerebbe a dirigere non solo l'Aspen Institute, ma tutta la sinistra: il suo proclama, "il centrosinistra non si faccia del male chiedendo il ritiro delle truppe", sarebbe, si dice, una maniera per mettersi in luce presso l'Impero come concorrente a Prodi. Così ci potremmo trovare lo zio al Quirinale e il nipote a Palazzo Chigi.

O forse non succederà nulla di tutto ciò. Ma qualunque cosa succederà, succederà più o meno all'interno del mondo Aspen.

Potrei continuare con una lunga lista di interessi incrociati dello stesso tipo. Siccome non intendo scrivere un elenco telefonico, preferisco cercare di tirare qualche conclusione.

Prima di tutto, i laboratori del dominio sono un argomento di cui non parlano né i politici né i giornalisti, visto che loro stessi o ne fanno parte, o sognano di farne parte.

Tra le poche persone che hanno invece il coraggio di parlarne, molte tendono a commettere, a mio avviso, un errore perfettamente comprensibile. Credono che l'Aspen – o i Bilderberg, o altre simili confraternite – siano mele marce, corpi estranei che agiscono in proprio, per imporre al mondo qualche ideologia. Appena lo dicono, vengono brutalmente stroncati come "complottisti".

Direi che la cosa è più semplice: organismi come l'Aspen, o l'Acton Institute, sono veramente importanti, ma sono un ingranaggio fondamentale di un enorme sistema sociale. Sono un'emanazione dei miliardari che li finanziano, e a loro volta permettono ai miliardari riuniti insieme di dettare la linea alle istituzioni dello stato, ai media, al mondo militare, alla culturale, alla cosiddetta "opinione pubblica".

E di farlo con qualunque governo ci sia al potere. Che scegliamo Gianni Letta o Enrico Letta, ci troveremo sempre qualcuno del giro dell'Aspen.

Un altro punto interessante è che tutti i laboratori del dominio, in Italia, fanno riferimento agli Stati Uniti, che si tratti di laboratori transnazionali come la Aspen o di laboratori indigeni, ma filoamericani, come la Fondazione Liberal. Gianni Letta ed Enrico Letta hanno uno spazio enorme in Italia, ma rendono sempre conto agli Stati Uniti. Come Fassino e l'Annunziata.

Infine esiste tutta una rete di persone che per i motivi più vari veglia in Italia affinché ogni contestazione allo stato di cose rimanga rigorosamente divisa. L'anno scorso, circa 2000 persone hanno firmato un appello a sostegno del popolo iracheno che resisteva contro l'invasione. Tra i firmatari, sette o otto furono identificati come "fascisti". Tutte persone prive di qualunque peso politico o economico e che non avevano mai fatto male a nessuno. Su questa sciocchezza, fu costruita una delle più feroci campagne di linciaggio della storia recente d'Italia, all'insegna della lotta contro il "fronte rosso-bruno" o contro il "grande complotto islamonazicomunista".

Questa campagna fu condotta da una curiosa coalizione che andava da Fulvio Grimaldi, rancoroso estremista di sinistra, a Magdi Allam e dal settimanale storico dell'estrema destra liberista americana, National Review a certi centri sociali.

Contro l'immaginario "fronte rosso-bruno" sorse così il vero fronte rosso-azzurro, se per azzurro intendiamo Forza Italia, gli USA e Israele. Ma la cosa suscitò poco sdegno.

Eppure gli azzurri di oggi sono infinitamente più pericolosi e potenti dei bruni. Mentre i bruni possono scrivere articoli apologetici su Benito Mussolini su qualche microscopica mailing list, gli azzurri sono in grado di decidere lo smantellamento dei servizi sociali, gli omicidi di massa che chiamiamo guerre, il saccheggio di terre lontane.

E la loro alleanza con i "rossi" (o i rosa pallido) – non solo con gli ex come Ferrara o Bondi, ma con chi ancora oggi si proclama "di sinistra", come Fassino o Lucia Annunziata – assicura la fine della democrazia.

La cultura italiana ama discutere delle grandi astrazioni. "Destra e sinistra sono sempre concetti validi?", ad esempio.

Io non lo so se lo sono. Ma non lo sono certamente per la comitiva che festeggiava l'ex ambasciatore Gardner.


 

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