TFR | Monte Cerignone e dintorni

Articoli marcati con tag ‘TFR’

Il risparmio scippato – parte seconda

Intervista a Beppe Scienza tratta dal blog di Grillo:

 

"L’ultima novità sul TFR ha suscitato molto sdegno, anche se in effetti non è la cosa più grave. La novità è che la Legge Finanziaria per il 2010 utilizzerà quei soldi che le aziende, anziché tenerli loro a fronte del TFR dei loro dipendenti, hanno dato all’Inps non è la cosa più grave, in quanto non tocca veramente la situazione dei lavoratori; purtroppo sono altre le cose che toccano o toccheranno o minacciano di toccare la situazione dei lavoratori.
La riforma bipartisan del TFR, decisa prima da Maroni e Tremonti con il governo Berlusconi e poi anticipata di un anno dal governo Prodi, è stata uno dei tiri più mancini tirati ai lavoratori italiani negli ultimi decenni.
Il vero inganno, il vero imbroglio, la vera falsità che viene diffusa dai vari economisti di regime è un’altra, ed è la base del discorso con cui si vuole convincere la gente a aderire alla previdenza integrativa e è questo discorso. Le pensioni saranno basse e quindi non sufficienti, per integrarle bisogna trasferire il TFR ai fondi pensione: bene, questa è una falsità bella e buona! Può anche darsi che le pensioni saranno basse, anche se è difficile prevedere tra 40 anni come saranno le pensioni, prevedere a distanza di 40 anni come saranno le pensioni, come saranno gli stipendi, come saranno i prezzi è praticamente impossibile. Ma anche se fosse vero che saranno basse, è falso che per avere una rendita aggiuntiva bisogna trasferire il TFR ai fondi pensione o a altri prodotti assicurativi: no, uno si tiene il TFR e, quando incassa la liquidazione, se vuole utilizza questa cifra per avere una pensione integrativa e, se quella cifra è più alta di quanto è rimasto invece a quel poveraccio che ha aderito a un fondo pensione, chi non ha aderito avrà una pensione integrativa più alta di chi ha aderito.
Ci sono dei campioni, nella non nobile arte di prendere in giro i lavoratori italiani che raccontano loro delle cose addirittura ridicole; prendo un esempio concreto, uno di questi campioni si chiama Marco Lo Conte ed è un giornalista de Il Sole 24 Ore, il bollettino quotidiano della Confindustria, in cui lui dice – cito da sabato 24 ottobre 2009 a pagina 4 di Plus24, il supplemento – che: “per chi non aderisce alla previdenza integrativa c’è la certezza roulotte, cioè la certezza di trovarsi, in vecchiaia, a vivere in una roulotte senza neanche il cibo per i gatti” e questo riguarderebbe 18 milioni tra i 23 milioni di italiani lavoratori dipendenti. Beh, dire che chi non aderisce alla previdenza integrativa è certo di finire a vivere in roulotte mostra soltanto che a Il Sole 24 Ore manca il senso del ridicolo.
Con il 2010 dovrebbero arrivare a tutti i lavoratori dipendenti delle buste, pare di colore arancione, ma l’aspetto cromatico è irrilevante, in cui si dice loro quale sarà presumibilmente la loro pensione. Il fine di queste buste arancioni è spaventare i lavoratori e indurli, spingerli a cosa? Ai fondi pensione o a altri prodotti assicurativi. Ecco, questo è quello che una persona prudente proprio non deve fare.
Dare i propri soldi ai fondi pensione vuole dire correre due rischi che con il TFR non si corrono: il primo rischio – e si è visto bene nel 2008 – è che un crack di mercati finanziari faccia scendere di valore quello che uno ha messo da parte; qui non si tratta di fallimenti, i fondi pensione non falliscono, anche i fondi comuni non falliscono, però possono perdere il 90% senza fallire. L’altro rischio che c’è è che riparta l’inflazione.
Quello che è sicuro è che, di fronte a entrambi questi due rischi, un crack dei mercati finanziari e il ripartire dell’inflazione, che magari possono anche capitare entrambi insieme, perché a volte le brutte notizie vengono insieme, chi si tiene il TFR è tranquillo, perché il valore del TFR non dipende dai mercati finanziari e, se viene l’inflazione, il TFR segue in maniera eccellente l’inflazione.
Ora, il ministro Sacconi ha più volte anticipato che: “si farà partire un nuovo periodo di silenzio /assenso”, cioè altri sei mesi in cui, automaticamente, se uno decide di no, i suoi soldi vanno nei fondi pensione.
Il TFR va bene per i lavoratori… va abbastanza bene per i lavoratori, va abbastanza bene per le aziende, però non fa guadagnare i banchieri, perché i lavoratori prendono i soldi dalle aziende e la banca non si mette in mezzo a fare la sua cresta; non fa guadagnare gli assicuratori, che non sono assolutamente nel gioco, non fa guadagnare i gestori di fondi perché non gestiscono niente, non fa guadagnare i sindacati, perché non hanno a da mettere i loro uomini, come invece li mettono, nei fondi pensione per la gestione dell’amministrazione, non fa guadagnare i funzionari della Confindustria e delle altre organizzazioni del patronato, che invece nei fondi pensione mettono anche loro i propri uomini, non fa guadagnare i docenti universitari, non fa guadagnare gli economisti, perché il TFR va avanti per conto suo e gli economisti non possono fare consulenze, non possono essere nei consigli di amministrazione dei fondi pensione, non possono guadagnarci sopra. Insomma, il TFR è una cosa che va bene soltanto ai lavoratori e alle aziende, non fa guadagnare gli altri e gli altri hanno cercato di distruggerlo. Per fortuna non ci sono ancora riusciti!"

Beppe Scienza

Il risparmio scippato

12 Ottobre 2008 – fonte: Toscana Oggi

Nostra intervista al professor Beppe Scienza, esperto di risparmio e previdenza: «Qui la specialità delle banche italiane è rifilare prodotti studiati apposta per portare via legalmente soldi possibile ai risparmiatori…»

Le banche italiane non falliranno. Ma faremmo bene a stare attenti lo stesso. Perché in Italia il sistema creditizio si mangia 20 miliardi di euro all’anno, con il cosiddetto «risparmio gestito». L’allarme viene da Beppe Scienza, docente di «Metodi e Modelli per la Pianificazione Economica» all’Università di Torino. Un esperto del risparmio e della previdenza integrativa, che studia dal 1976. E sui quali ha scritto anche diversi libri, come Il risparmio tradito e La pensione tradita, nel quale metteva in guardia gli italiani dalla roulette dei fondi pensione.

Professore, era prevedibile una crisi finanziari di queste dimensioni?

«Sono uno che tendenzialmente ritiene che il futuro sia imprevedibile, a differenza di tanti che si credono onniscienti. Quello che si poteva dire – e io lo scrissi già nel 2003 nel libro Fondi, polizze e Parmalat. Chi è peggio? – è che non era sicuro che Lehman Brothers sarebbe ancora esistita dopo dieci anni. Badi bene che io non sapevo niente di particolare, ma bisognava dirlo che certi emittenti erano a rischio e altri no. La Francia non era e non è a rischio, Lehman Brothers e altri erano e sono a rischio».

Quindi sono stati sottovalutati i rischi…

«Economisti, analisti finanziari e giornalisti economici hanno sempre sorvolato su tali rischi. Le associazioni di consumatori poi hanno aspettato il patatrac per accorgersi che la lista di obbligazioni sicure delle banche (cioè di Patti Chiari) era una buffonata».

Si può dire comunque che sono state commesse delle leggerezze?

«Certo che si può dire. C’è stata molta incompetenza, una colpevole e generale minimizzazione dei rischi e una diffusa faciloneria».

Tutto sembra esser nato dall’eccessiva facilità con cui negli Usa sono stati concessi mutui immobiliari.

«Non ci sono solo i mutui. C’è stata una politica di tassi bassi sul dollaro che ha invogliato a indebitarsi, per fare scommesse. C’è stata una mancanza di controlli e di regolamentazione. E questo è colpevole. È il modello anglosassone. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna si sono sempre opposti a controlli sulle banche di investimento, sugli hedge fund (fondi speculativi, ndr) ecc. Mentre l’Europa e in particolare la Germania li voleva. Se ci fossero stati controlli maggiori queste banche non sarebbero riuscite a lanciarsi in giochetti rischiosi, distribuendo barche di soldi ad amministratori e dirigenti vari negli anni passati, fino ad arrivare a questo punto».

Lorenzo Bini Smaghi, componente italiano della Bce, ha ipotizzato l’ingresso dei governi nel capitale delle banche europee, per poterle risanare, cambiare il management se incapace e poi ricollocarle sul mercato risanate, realizzando anche un plus valore. Che ne pensa?

«Potrebbe anche essere ragionevole. Però io non amo fare grandi analisi né prospettare soluzioni macroeconomiche. Quello che credo di saper fare è indicare la decisione migliore, in casi concreti dove uno può compiere una scelta».

Ad esempio?

«Il caso concreto è questo. Uno ha un fondo comune. Ebbene, non sa quello che c’è dentro. Non glielo dicono. È tutto segreto. Ma allora se vuole stare tranquillo deve fare una cosa semplice: disinvestire e comprare titoli di stato o anche obbligazioni. Ma così decide lui se rischiare niente o tanto. Questa è la mia proposta concreta: uscire da fondi e gestioni e comprare direttamente titoli a reddito fisso (e anche azioni, se proprio uno vuole)».

Ma il cittadino comune è in grado di fare una scelta del genere?

 «È molto semplice. Si chiede il disinvestimento del fondo, si prendono i soldi (magari con un assegno circolare), si va alla Posta e si sottoscrive un buono fruttifero postale».

Però magari ha già sottoscritto un fondo pensione..

«Dai fondi pensione non può uscire: li uno è incastrato. Ma la maggior parte del risparmio non è in fondi pensione».

Secondo il Fondo Monetario in pochi mesi sono stati bruciati dalle borse 1.300 miliardi di dollari. Cosa succede ai fondi pensione italiani?

«Quasi tutti gli italiani che l’anno scorso hanno aderito alla previdenza integrativa ci hanno rimesso rispetto al mantenere il Tfr in azienda. Per correre meno rischi bisogna scegliere, se non altro, la linea garantita. A volte però occorre aspettare due anni per poterlo fare».

I crac Cirio e Parmalat hanno insegnato poco…

«Ho sempre ritenuto sbagliato concentrarsi solo sui tre crac Argentina, Cirio e Parmalat. Il primo e l’ultimo sono grossi, ma restano eventi isolati, molto particolari. Quando scrissi Il risparmio tradito non era ancora capitato nulla e continuo a ritenerli casi marginali, per quanto gravi. I soldi gli italiani li perdono soprattutto nel risparmio gestito o nelle polizze vita. Quelle tre insolvenze hanno arrecato una perdita nell’ordine di 10 miliardi di euro: è quanto gli italiani ci rimettono col risparmio gestito ogni sei mesi».

Ma questi crac possono comunque ripetersi?

«Ce n’è uno che potrebbe aggiungersi. È quello dell’Alitalia. Si è parlato giustamente dei suoi lavoratori, ma c’è un altro problema nella crisi della compagnia di bandiera italiana. Sarebbe brutto infatti se il quarto grosso crac, dopo Argentina, Cirio e Parmalat, fosse proprio uno che coinvolge addirittura il Tesoro. I risparmiatori hanno acquistato le obbligazioni Alitalia, proprio perché si fidavano di una società sostanzialmente pubblica. In totale sono circa 300 milioni di euro in mano ai privati, che non si sa che fine faranno. La perdita percentuale potrebbe essere minima o anche ingente».

Le Banche italiane sono sicure?

«Bisogna distinguere tre aspetti. Primo, i soldi che uno ha in libretti o conti correnti bancari. Qui si può stare tranquilli: c’è infatti una volontà politica fortissima, ferrea, di impedire perdite per evitare le famigerate e catastrofiche corse agli sportelli (per prelevare tutto). Secondo, le obbligazioni emesse dalle banche. E anche lì ritengo estremamente improbabile che una banca italiana fallisca. Terzo, tutto quanto la banca consiglia come investimento o soluzione previdenziale. Qui la specialità delle banche italiane è rifilare robaccia, cioè prodotti studiati apposta per portare via legalmente più soldi possibile ai risparmiatori. Quindi il mio consiglio è dire di no a qualunque proposta della banca. Significativo che le banche non consiglino mai titoli di stato. È davvero curioso. Si tratta dell’investimento principe nel reddito fisso in tutti gli stati, in Italia come in Francia o Germania… eppure le banche italiane li sconsigliano sempre».

Il presidente della Banca Centrale europea Jean Claude Trichet ha dichiarato che questa è la crisi più forte dagli anni ’30. C’è da preoccuparsi?

«Se lo dice lui… Commenti simili sono davvero un po’ inquietanti. In genere le autorità monetarie tendono a rassicurare».

La posizione dei COBAS sulle prossime elezioni

Prima delle elezioni del  2006 avevamo segnalato in tutte le forme possibili gli enormi rischi di un governo Prodi che proseguisse le politiche berlusconiane senza Berlusconi, con dentro tutta la cosiddetta “sinistra radicale”, una parte della quale aveva operato per anni all’interno dei movimenti di lotta, guadagnandosi benemerenze, simpatia e credito presso significativi settori popolari, salariati, di movimento. Dicemmo: “Peggio di un governo di destra ci può essere solo un governo di ‘sinistra’, o presunta tale, che faccia una politica di destra”. I motivi di allarme ci sembravano evidenti: un governo del genere minacciava di disarmare, assai meglio di Berlusconi, le sinistre vere, i movimenti, le lotte, usando lo spauracchio del ritorno del centrodestra al potere.
Le cose sono andate ancora peggio delle più nere previsioni.
Le iniziative del governo sono state improntate al liberismo più sfacciato, al bellicismo, al disprezzo dei lavoratori e dei settori popolari e al culto del padronato; e persino al razzismo anti-migranti, alla più vergognosa sottomissione al Vaticano e a tutti i poteri forti di questo disgraziato Paese. Sempre più allibiti e infuriati, abbiamo visto la riconferma delle missioni militari di guerra e l’aggiunta di nuove spedizioni come quella in Libano, che hanno portato l’Italia al quarto posto nella scandalosa graduatoria dei militari impegnati in missioni belliche; l’ampliamento delle basi militari Usa-Nato e l’imposizione alla popolazione vicentina, compattamente ostile, di una seconda base al Dal Molin; le spese militari aumentate del 25% in due anni; la riconferma della TAV e il proseguimento della devastazione ambientale, fino all’esplosione di quello scandalo internazionale che è lo smaltimento mafioso e assassino dei rifiuti in Campania; gli accordi del 23 luglio che hanno ulteriormente massacrato le pensioni ed eternalizzato la precarietà; due Finanziarie che, invece di far “piangere” i padroni, li hanno satollati oltre misura, colpendo ancora una volta i salariati e i settori popolari, portati oramai in massa alla soglia della pura sopravvivenza; la ripresa di violenze neofasciste, di aggressioni e intimidazioni che si sono alimentate nel generale humus politico-culturale di “revisionismo storico”.
E poi ancora: lo scippo del TFR; l’indulto per i padroni per i reati commessi ai danni della salute dei lavoratori, nonostante il terrificante record italiano di quattro assassinii sul lavoro in media al giorno, su cui il barbaro rogo della Thyssen Krupp ha gettato una oscena luce ma senza provocare alcun mutamento; la caccia all’immigrato romeno o rom; decreti sulla sicurezza di stampo fascista; nomina del principale responsabile delle violenze genovesi De Gennaro a comandante della “mondezza” in Campania; G8 del 2009 imposto alla Maddalena.
Quello che invece non abbiamo visto sono stati l’abrogazione del pacchetto Treu/legge 30, della Turco-Napolitano/Bossi-Fini e della riforma Moratti; una legge decente che garantisse i diritti civili delle coppie italiane, indipendentemente dall’orientamento sessuale; la legge sul conflitto d’interessi; la depenalizzazioni dei reati legati alle lotte sociali; la nuova legge sui diritti sindacali, che anzi sono stati ulteriormente massacrati dalla sempre più potente casta di Cgil-Cisl-Uil.
In questi due anni abbiamo subito, più che mai, l’erosione del potere d’acquisto dei salari, il restringimento degli spazi di libertà, il dilagare della clientela, della corruzione, del controllo da parte dei politici sulla magistratura e in difesa della casta, fino alla vergognosa solidarietà data da tutti all’inquisito Mastella; lo scatenarsi della repressione, con condanne a decenni per i fatti di Genova 2001, di Firenze 1999 (manifestazione contro la guerra in Jugoslavia), richieste di condanne pesantissime all’allucinante processo di Cosenza e a quelli a carico di coloro che hanno lottato contro il carovita: e tutto nel silenzio quasi totale della “sinistra di governo”, che ha invece parlato all’unisono per difendere la gerarchia di Ratzinger, contro i professori e giovani che, difendendo la laicità dello Stato, si sono opposti all’insopportabile ingerenza nella vita politica e culturale del nostro Paese di un Vaticano, che in questi giorni sta cercando di sferrare un attacco mortale persino al diritto delle donne ad abortire senza umiliazioni e con il minimo di sofferenza.
Oggi, a quasi due anni dall’avvento del governo Prodi, il quadro istituzionale è avvelenato come non mai, la mitica unità delle sinistre che doveva servire a fare argine a Berlusconi è stata distrutta dalle “sinistre” stesse e Berlusconi riaccreditato alla grande proprio da esse (Veltroni e Bertinotti in primis), che, come ciliegina finale al cianuro su una torta avvelenata, hanno lavorato con grande energia alla sua rivalutazione, tramite la trattativa sul sistema elettorale, dopo che la battaglia al Cavaliere aveva motivato per anni ogni schifezza. Il PD e il PRC sono arrivati al punto da proporre un governo con Berlusconi pur di salvare le poltrone, cancellando anche l’ultimo, o meglio l’unico, argomento che aveva legittimato il governo Prodi anche nei suoi punti più bassi. E non solo il centrosinistra tutto ha rivalutato il Cavaliere oltre ogni previsione, ma addirittura si è proposto e si ripropone di governarci insieme. Dicevamo prima delle elezioni che tra il centrodestra e il centrosinistra non ci sarebbe stata più differenza di quanta ce n’è negli Stati Uniti tra partito repubblicano e democratico. Sbagliavamo. Non c’è nemmeno più quella: il PD vuole, se i risultati elettorali saranno di un certo tipo, governare in una grande coalizione con Berlusconi e Fini.
La nostra distanza e ripulsa, dunque, nei confronti di PD e PdL è massima. Ma la neonata Sinistra Arcobaleno non merita nulla di più. Nasce come operazione obbligata per salvare le burocrazie di quattro partiti sottomessi in questi due anni al liberismo, bellicismo, clericalismo e razzismo del governo Prodi; e si dà come obiettivo ancora oggi l’alleanza e un governo comune con un PD legato al Vaticano e alla Confindustria, che a sua volta vuole governare con i Berlusconi e i Fini. E soprattutto nella Sinistra arcobaleno ci sono i partiti più responsabili dello sfascio a sinistra, della divisione e tentata disgregazione dei movimenti, i partiti che più hanno dato “scandalo” a giovani e meno giovani, togliendo la voglia, con il loro trasformismo senza limiti, a milioni di persone di continuare a battersi per un mondo migliore. Quella marea di giovani che a Genova si era avvicinata  al conflitto e alla speranza di “un altro mondo possibile” si è trovata di fronte una casta politica non dissimile dalle altre, disposta, oltre che a giustificare ogni infamia del governo Prodi, ad esaltare persino reparti bellici di ispirazione fascistoide come la Folgore o le gerarchie vaticane indicate come “maestre di vita e elevate autorità morali”, e ad attaccare i pochi e coraggiosi contestatori del papa-re alla Sapienza.
Di fronte a questo agghiacciante quadro chi ci dovesse dire: “non schierandovi con la sinistra contribuite al ritorno di Berlusconi”,  verrebbe ridicolizzato proprio dalla sedicente “sinistra”, visto che il progetto del PD è proprio quello di andare al governo con il Cavaliere, mentre le forze principali della Sinistra Arcobaleno hanno trattato con lui fino a ieri per la legge elettorale, definendolo interlocutore credibile e affidabile.
 
Per tutte queste ragioni, mentre confermiamo come COBAS il nostro massimo impegno per l’intensificazione del conflitto contro il liberismo, la guerra, il patriarcato, la devastazione ambientale, il razzismo, i nuovi rigurgiti fascisti, la repressione e contro qualsiasi governo emerga dalle urne del 13-14 aprile, nonchè la disponibilità ad ampie alleanze e a fronti e patti unitari tematici con chi è intenzionato come noi a lavorare per potenziare tale conflitto, dichiariamo che nelle prossime elezioni non sosterremo nessuna lista, non daremo indicazione di voto per nessuno, non metteremo candidati in alcuna lista, e che nostri militanti che dovessero eventualmente candidarsi lo farebbero senza alcun coinvolgimento dei COBAS e non avrebbero il nostro sostegno.

Confederazione COBAS

TFR senza fondo

Un articolo tratto da Famiglia Cristiana.

Perché no ai Fondi Pensione
E' prudente tenersi ben stretto il TFR

Intervista a cura di Giuseppe Altamore
14 Gennaio 2007

Per il professor Beppe Scienza, la previdenza complementare non garantisce il potere d’acquisto delle somme versate.

Beppe Scienza, docente di Metodi e modelli per la pianificazione economica all'Università di Torino e autore del libro «Il risparmio tradito».

  • Che cos’è che non va nella legge sulla destinazione del Tfr alla previdenza complementare?

«Oltre alla subdola clausola del silenzio-assenso, soprattutto una grave disparità di trattamento: chi tiene il Tfr nella forma attuale potrà sempre cambiare idea; chi passa alla previdenza complementare, non potrà mai tornare sui suoi passi. Poi ci sono vere e proprie assurdità».

  • Ci faccia un esempio…

«Nei fondi pensione chiusi piazzeranno i propri uomini (e donne) sia i sindacati sia le aziende. Ma qui la concertazione non ha nessun fondamento: i soldi nei fondi spettano solo ai lavoratori che aderiscono. Che cosa c’entrano i datori di lavoro?».

  • Eppure è una legge che gode di un largo consenso…

«Diciamo pure che è un esempio da manuale di un provvedimento cosiddetto bipartisan: il Governo Prodi ha anticipato in fretta e furia la riforma Maroni-Tremonti, praticamente senza cambiarne una virgola».

  • Ma nella sostanza conviene tenersi il Tfr o aderire a un fondo pensione?

«Per chi entra ora nel mondo del lavoro, rinunciare al Tfr vuol dire non ricevere più la liquidazione nel momento in cui venisse licenziato: già questo è molto grave. Per tutti significa che, all’età della pensione, almeno metà del capitale nel fondo sarà obbligatoriamente convertito in una rendita a condizioni decise da altri. In ogni caso è prudente tenersi ben stretto il Tfr finché non esistono fondi che garantiscano il potere d’acquisto delle somme versate».

  • Quali garanzie abbiamo che la gestione dei fondi sia trasparente?

«La legge sulla previdenza complementare non impone nessuna particolare trasparenza, per cui è scontato che essa sarà ancora minore rispetto a quella (quasi nulla) dei fondi comuni d’investimento».

  • È vero che la pensione integrativa sarà liquidata un giorno da una compagnia di assicurazioni?

«Potrebbe anche essere lo stesso fondo pensione a farlo. In entrambi i casi si corrono rischi d’insolvenza, perché non esiste nessun fondo di garanzia, come invece per i soldi depositati in banca».

  • Chi ci guadagna di più dai fondi pensione: il lavoratore o il gestore?

«Il gestore ci guadagna comunque vadano le cose. Il rischio è scaricato tutto sul lavoratore, che può guadagnarci o rimetterci anche molto. Il vero vantaggio del Tfr non risiede comunque in un’alta redditività, ma in un’elevata sicurezza».

  • Ma i fondi pensione possono anche fallire?

«No, ma in situazioni come quelle degli anni Settanta, un fondo azionario perderebbe anche il 75 per cento del suo valore reale. In un caso simile i ¾ della pensione integrativa andrebbero in fumo. Il limite di tutta la previdenza complementare è l’assenza di garanzie in termini reali, mentre il Tfr difende egregiamente il potere d’acquisto delle somme accantonate».


Materiale pubblicato:

Osservatorio TFR

Con questo breve articolo tratto da Famiglia Cristiana si comincia a parlare anche su questo blog di Trattamento di Fine Rapporto: giusto per chiarirci un po' le idee e capire se abbiamo a che fare con una lucida riforma o con l'ennesimo, gravissimo, scippo effettivo.

Non c'è fretta: decidete con calma

di Giuseppe Altamore

Ci siamo: dal primo gennaio è scattata l’operazione Tfr (Trattamento di fine rapporto). Undici milioni di lavoratori hanno tempo sei mesi per decidere che cosa fare della liquidazione: lasciarla in azienda o alimentare da quest’anno un fondo per la pensione integrativa? Una prima precisazione: l’adesione a un fondo non è obbligatoria. Potete disporre che il Tfr rimanga in azienda e fra qualche anno, quando tutto, forse, sarà più chiaro, spostarlo. Ma se non decidete nulla o firmate per l’opzione fondo, la scelta è irreversibile. Dunque prendetevi tutto il tempo che occorre, firmando intanto per mantenere il Tfr tale e quale. Nessuno, nemmeno lo Stato, è più in grado di garantire una previdenza dignitosa alle prossime generazioni. Riusciranno i fondi pensione a integrare, almeno in parte, quel 40 per cento dell’ultima retribuzione che farà crollare il tenore di vita di chi lascerà il lavoro nei prossimi anni? Sicurezze ormai non ne offre più nessuno. Lo Stato, passando dal sistema a ripartizione a quello a capitalizzazione, ha già fatto crollare le certezze che hanno garantito assegni sicuri ai nostri padri. E i fondi, cari lettori, sono strumenti legati al rischio dei mercati finanziari.

I principali punti da tenere bene a mente

  • Entro il 30 Giugno. I lavoratori devono scegliere se aderire a un fondo pensione o tenersi il Tfr (Trattamento di fine rapporto). La scelta riguarda il Tfr maturando. Si può anche decidere di non passare ai fondi, perché comunque è possibile aderirvi in un secondo tempo. Invece chi opta per il fondo pensione non può più tornare al Tfr.
  • Aziende con più di 50 dipendenti. Se il lavoratore non sceglie di aderire al fondo pensione, le aziende dovranno destinare il Tfr al fondo dello Stato gestito dall’Inps. Ma per il dipendente non cambia nulla. Quando lascerà l’impresa, sarà quest’ultima a corrispondere il Tfr.
  • Silenzio-assenso. Chi non esprime alcuna decisione destina automaticamente il Tfr al fondo pensione previsto dal contratto collettivo o individuato con un accordo aziendale.
  • Da un fondo all'altro. Dopo due anni di iscrizione, è possibile trasferire l’intera posizione previdenziale presso un’altra forma pensionistica. Anche chi cambia azienda o attività può spostarsi da un fondo all’altro.
  • Chi pagherà la futura pensione integrativa? Sarà una compagnia di assicurazioni convenzionata con il fondo pensione.
  • Dopo quanto tempo si ha diritto all'assegno? Dopo almeno cinque anni di iscrizione al fondo si raggiungono i requisiti di accesso alla pensione obbligatoria. È possibile anche avere un 50 per cento di capitale e una rendita.


Materiale pubblicato:

Meteo
Fiera

Tophost
 

BlogItalia.it - La directory italiana dei blog
blog search directory
Aggregatore
blogarama - the blog directory
Regional blogs & blog posts
technorati
SEO Directory - Indicizza GRATIS il tuo sito Web nei motori di 
ricerca
Tophost

Switch to our mobile site