Nucleare | Monte Cerignone e dintorni

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Me ne frego

Me ne frego di aver difeso le macerie dell'acqua pubblica perché qui da noi, quando si tratta di servizi primari e monopoli naturali, privato diventa sinonimo di lanzichenecco: un esempio su tutti, le Ferrovie dello Stato.
Me ne frego se il nucleare, come sostiene anche Veronesi, salverà il mondo: in Italia non si farà. Se questo fosse un Paese serio, si comincerebbe a sviluppare una nuova politica energetica domani stesso. Invece non andrà così ma, per quest'oggi, me ne frego.
Me ne frego se il mio voto non servirà perché "tanto Berlusconi non andrà in galera": non sono uno sprovveduto, non ci ho mai minimamente sperato e non ci crederei neanche se lo vedessi. Mi accontento di sapere che le fatiche di Minzolini sono risultate vane.
Oggi me ne frego e quel mio amico, quel nostro amico, che ha contribuito alla raccolta di un milione e quattrocentomila firme per i referendum sull'acqua sarebbe d'accordo e, facendo la linguaccia, se ne batterebbe le balle di gusto.

Tempo di referendum: “divulgare”, la parola d’ordine

Sono passati quasi tre mesi dal giorno in cui in Giappone è scoppiata la terza bomba atomica. Questa volta non per colpa dei soliti Americani, almeno non in apparenza perché poi magari sono proprio costoro, i maggiori azionisti della società che gestiva le centrali nucleari giapponesi, e ne gestisce decine in tutto il mondo, chi lo sa. Ma questo poco conta, infondo.

Comunque sia, a tre mesi di distanza, si sta cominciando ad ammettere che il nocciolo di ben tre reattori è fuso o parzialmente fuso. E a distanza di tre mesi le falle che riversano quotidianamente scorie radioattive nell'oceano sono sempre aperte. Pensare che i giapponesi si erano dati tre mesi di tempo per chiuderle e nove mesi per riuscire a raffreddare completamente i reattori, ammesso che sia possibile farlo. Per bonificare la zona ci vorranno invece decenni. I danni in termini di vite umane sono e saranno incalcolabili. Nel vero senso della parola.

E la radioattività riversata nell'oceano contaminerà pesci, plancton, tonni che vengono esportati in tutto il mondo. Le vittime indirette, inconsapevoli e "silenziose" di questo incidente saranno migliaia nel corso dei prossimi venti o trent'anni. Un olocausto silenzioso che ucciderà senza suscitare particolare clamore.

Ebbene, tutto ciò rappresenta i rischi che bisogna conoscere e accettare quando si decide di costruire una centrale nucleare.
Rappresenta tuttavia solo una minima parte di tutto quello che c'è da sapere.
E l'avv. Giannino A. (vedi commento relativo), ad esempio, credo potrebbe illustrarci il resto visto che sembra saperla lunga in merito all'argomento.

Comunque, per farla breve, esprimo il mio pensiero e chi mi ama (o lo ama) mi segua e diffonda il più possibile questa voce perché è necessario divulgarla e farlo alla svelta: il gioco non vale la candela.

Se uno solo o pochi mostri del genere possono contaminare irrimediabilmente, per migliaia di anni, l'intero ambiente terrestre, devono essere estinti nel minor tempo possibile. Se è vero che non avere centrali nucleari nel territorio italiano non diminuisce il rischio cui anche noi italiani siamo, nolenti, sottoposti, è pur vero che questo deve essere un punto di partenza per un movimento che deve espandersi a macchia d'olio, a livello mondiale. Bisogna cominciare a liberare il mondo dall'immondizia e bisogna farlo alla svelta.
Altrimenti siamo destinati a soccombere, Tutti quanti.

E anche se sulla questione ci sarebbe da disquisire per ore intere, per adesso mi fermo qui.

Nippon

Quando ho visto per la prima volta le immagini del terremoto giapponese, il pensiero che mi è balenato in testa è stato: se una cosa del genere fosse accaduta in Italia si sarebbe verificata l'apocalisse. Ho inoltre pensato: grande popolo questi giapponesi. Sono veramente forti, hanno uno stato solido, robusto, in grado di fronteggiare persino le conseguenze di un terremoto di tale intensità, di un'emergenza di simili dimensioni. Ho quindi immaginato: probabilmente non vedremo gente lamentarsi perché costretta a vivere per anni in container o politici inscenare le solite commedie all'italiana mentre si sbranano mediaticamente anche solo per ricostruire si e no un paio di quartieri di una città manco tanto grande come può essere L'Aquila. Non avevo ancora idea però che di li a poco ben tre centrali nucleari affacciate sulla costa nordorientale del paese avrebbero cominciato a diffondere il loro veleno radioattivo sulle aree limitrofe. Non avevo ancora intuito che quella era già l'apocalisse. Quando mi sono reso conto che i motori diesel che avrebbero dovuto provvedere al raffreddamento d'emergenza, non erano potuti partire per via dell'onda che li aveva soffocati, ho pensato: ma come possono concepire di costruire barriere alte anche alcuni metri proprio a ridosso del mare e non pensare affatto di posizionare tali motori in zone rialzate (sarebbe bastato una decina di metri per stare sicuri, tuttavia collocare l'intera centrale in una zona alta 50/100 metri, sarebbe stata la soluzione ideale). Ovviamente però, queste sono idee di un profano che non immagina assolutamente quanto poi possa essere complicato, magari, far arrivare l'acqua del mare a tale altitudine. Mi chiedo tuttavia come sia possibile che quei motori non fossero stati almeno pensati per lavorare anche sott'acqua. E a questo punto la mia fiducia nei giapponesi comincia a vacillare e realizzo subito che evidentemente anche questo popolo, o meglio, coloro che governano questo popolo si sono presi i loro rischi, belli grossi, in nome del "progresso". Rischi che a mio avviso, quando si parla di nucleare, dovrebbero invece rasentare il livello zero. Rischi che andavano evitati in un territorio come il loro dove terremoti di questa intensità non si potevano certo prevedere ma neppure escludere. E mentre io ero intento a riflettere, le immagini e le cronache avevano già cominciato ad invadere le emittenti televisive e soprattutto il web. Proprio ieri sera ho sentito l'intervista di un nostro connazionale che si trova con la famiglia (moglie e figlia di pochissimi anni) poco distante dalla centrale di Fukushima. I tre erano ricoverati alla meglio presso un rifugio di fortuna e l'indomani, cioè oggi, sarebbero stati evacuati, per non si sa dove, proprio mentre le previsioni mettevano neve. Una nevicata radioattiva che il padre si preoccupava di evitare alla figlioletta chiedendo aiuto all'ambasciata italiana la quale, in maniera vile, si è persino rifiutata di mandare un'auto a prenderli adducendo che le strade erano impercorribili quando invece una giornalista americana aveva potuto constatare coi propri occhi che non era affatto così. Le tv trasmettono immagini di persone apparentemente tranquille che con le loro mascherine che spesso portano anche nella vita quotidiana, vengono sottoposte a test di radioattività, dove operatori protetti integralmente dalla testa ai piedi, con diabolici marchingegni rilevatori, le "perquisiscono" sommariamente sottoponendole ad una tortura che dal mio punto di vista sarebbe insopportabile. Eppure queste persone, almeno in apparenza, se ne stanno buone buone e tranquille. Una signora, affiancata dal marito racconta che in seguito ad un primo esame risultava un po' radioattiva ma che dopo essersi lavata per bene, la radioattività che aveva addosso risultava notevolmente calata. Era così serena anche perché gli operatori sanitari l'avevano tranquillizzata assicurandole che le particelle radioattive non potevano essere entrate all'interno dell'organismo. Mi chiedo io però come potessero dirlo con certezza (quelle persone bevono, mangiano e respirano) e quindi quella donna mi ha fatto quasi pena, un po' perché non si rendeva conto di quello che potrebbe aspettarle e un po' perché probabilmente preferiva credere a quello che le raccontavano i medici sebbene persino lei, quasi certamente, in fondo alla propria coscienza era consapevole del fatto che non fosse esattamente così. Il mio pensiero allora è rimbalzato ai nostri genitori, ai nostri vecchi, che volenti o nolenti sarebbero costretti a reagire allo stesso modo: innocenti e inconsapevoli, come bambini che aspettano di essere presi per mano e portati via in un posto più sicuro. Nei dintorni delle centrali, intanto si distribuisce iodio perché il tumore alla tiroide, in questi casi, è quello più frequente. Si aumenta il raggio della zona off-limits di giorno in giorno. Le autorità minimizzano come è logico che si faccia in situazioni del genere per non creare il panico. Molti stanno cominciando a valutare anche l'ipotesi di andarsene al sud. Vi immaginate se Tokio sfollasse tutta quanta come potrebbe essere un esodo di tali proporzioni? File chilometriche per le autostrade mentre già da ora code lunghissime cominciano a formarsi per davvero nei pressi dei distributori che entro breve finiranno le scorte di carburante. Persino l'elettricità viene centellinata. Eppure la vita a Tokio e dintorni scorre via ancora apparentemente tranquilla tra uno scossone di terremoto e l'altro mentre a Fukushima una cinquantina di tecnici ed ingegneri dal coraggio e la tenacia di kamikaze e samuraj messi insieme lottano tra un'esplosione e l'altra per scongiurare il peggio: la fusione del nocciolo d'uranio. Parte del nocciolo tuttavia è già compromessa, si è fusa con l'involucro esterno generando scorie radioattive che stanno già diffondendosi nell'atmosfera. Fortunatamente però, gli elementi prodotti fin'ora, non possiedono ancora quella "carica contaminante" che potrebbero raggiungere gli elementi prodotti da un eventuale processo di fusione. Il problema è che le notizie, oltre che confuse, non sono affatto incoraggianti in quanto pare che il sistema di raffreddamento si dimostri di ora in ora sempre meno all'altezza. Il pensiero allora corre di nuovo a quei 50 tecnici che incessantemente lavorano per "spegnere l'incendio". Immagino il discorso di chi li ha convinti o forse obbligati o forse semplicemente benedetti prima di prendere parte all'operazione. Immagino a come potranno capacitarsi, una volta che le operazioni saranno concluse (ammesso che riescano a venirne a capo), del fatto che le loro vite sono praticamente finite e che del loro sacrificio saranno gli unici a non poterne beneficiare. Penso alla disperazione e al dramma che staranno vivendo le loro famiglie. Ma il pensiero corre anche allo scenario peggiore, alla fusione del nocciolo. Immaginiamo, inoltre, uno scoppio dovuto all'idrogeno prodotto, che sarebbe assai probabile: il disastro assumerebbe proporzioni inimmaginabili. Un incubo interminabile, dunque, quello che stanno vivendo coloro che hanno già perso i propri cari sotto le macerie o spazzati via dalla marea, un incubo che non dà tregua. Una marea tra l'altro talmente sporca ed inquinata che probabilmente lascerà un segno profondo anche in termini di contaminazione chimica. Una marea tuttavia mai tanto velenosa quanto le ceneri e le piogge che ricadrebbero a centinaia e migliaia di chilometri dal nocciolo del reattore nel caso in cui questo fondesse e quindi esplodesse contaminando coltivazioni, persone, terreni e falde acquifere. Ebbene, se quei tecnici non riuscissero nell'impresa sarebbe una catastrofe che si abbatterebbe sopra un'altra catastrofe. Non ci voglio ulteriormente pensare perché mi torna il voltastomaco proprio come quando nel lontano maggio di 25 anni fa i telegiornali annunciavano piogge radioattive sul territorio di mezza Europa. La cosa che tuttavia mi fa più paura è l'indifferenza e l'inconsapevolezza generale. Nessuno si preoccupa più di tanto perché comunque il Giappone è lontano, la cosa non ci riguarda direttamente. E allora vi invito a provare a mettervi nei panni di quei giapponesi su cui piove cesio, a provare a rivivere l'incubo di 25 anni fa immaginando però di vivere in Ucraina o in Polonia. Cominciate a pensare che siamo circondati da quasi 200 centrali atomiche alcune delle quali, le più pericolose, a due passi dai nostri confini. Destatevi dal vostro cazzo di torpore, provate a farvi venire un po' di mal di stomaco anche voi e provate ad immaginare il brivido che correrebbe lungo la vostra schiena se una mattina ci dovessimo svegliare con la notizia riportante lo scoppio di una centrale slovena o francese. Cominciate a riflettere, divenite consapevoli e sappiate che l'attuale governo, in sordina e senza far troppo rumore ha già avviato il progetto di costruzione di ben 4 centrali nucleari sul territorio italiano quando in Europa invece si sta cominciando a concepire, seppur molto lontanamente, l'idea di staccare la spina a tutte quante. E' questione di numeri, è un dato statistico: prima o poi un incidente è destinato a verificarsi nuovamente e prima o poi riguarderà nuovamente anche noi. Tanti, meno gravi di quello di Chernobyl o delle centrali giapponesi, ne saranno già successi in passato senza che se ne sia saputo niente. I nostri governanti hanno venduto l'anima. Si sono venduti e ci hanno venduto, dobbiamo ricordarci tuttavia che il popolo è sovrano, le decisioni spettano a noi. Destiamoci prima di essere costretti a farlo e facciamo in modo, piuttosto, che anche il resto d'Europa intraprenda un cammino diverso.

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