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La morte dell’Ottantadue
Cos'è che non va in una Coppa del Mondo conquistata con merito, aiutando la fortuna quelle volte in cui si è presentata e resistendo alla sfortuna quelle pochissime volte in cui ha provato a mettersi fra il quarto titolo e L'Italia? Risposta facile: noi, non andiamo. Ma fino a ieri sera non capivamo il perché, visto che la Nazionale di Lippi non è fondata sul blocco di un club ben preciso, né tantomeno ha una caratterizzazione geografica tale da renderla estranea in alcuna zona d'Italia. Di più: Lippi ha usato così tante soluzioni tattiche nella sua carriera, a livello di lavagna ma anche durante le partite, da non essere nemmeno targato ideologicamente: sembra la preistoria quando si discuteva di gioco a zona o gioco a uomo, ma erano quindici anni fa, diciamo fino alla fine della fase propulsiva del sacchismo, ed in ogni caso Lippi non ci ha mai tenuto ad essere il guru di questa o quella corrente. Insomma, una Nazionale con gli uomini chiave ad altissimo rischio (Buffon per la vicenda scommesse, Cannavaro per le intercettazioni, Pirlo per la forma ed il superlavoro nel Milan, Zambrotta, Nesta e Totti per infortuni e convalescenza, Vieri per l'assenza) si è meritata anche la parte di tabellone facile in cui è capitata, visto che se la Francia avesse fatto la Francia da subito, fin dalla partita con la Svizzera, la sfida fra l'Italia e la squadra di Domenech si sarebbe giocata nei quarti. E allora? Quando abbiamo sentito Marco Tardelli dirsi orgoglioso di avere vinto anche un Mondiale come commentatore, a parte il pensare 'come si può dire una cosa simile?' abbiamo avuto una folgorazione: l'Ottantadue. L'Ottantadue, ecco cosa non va. Luogo dell'anima ancora prima che ricordo calcistico, emblema dell'infanzia e dell'adolescenza perdute o mai vissute di molti di noi, oltre che ricordo scaldacuore quando siamo in coda sulla tangenziale o dobbiamo fare quelle cose da quarantenni tipo correre cinque chilometri al giorno, telefonare a persone rivoltanti solo per pubbliche relazioni o farsi mostrare la casa, con quel soppalco carinissimo e quel divano di design, da un amico orgoglioso del suo ruolo sociale e del suo essere quarantenne. Il Duemilasei ha cancellato l'Ottantadue, uccidendo questo felliniano vitellone di ventiquattro anni e facendoci osservare come marziani centinaia di migliaia di persone felici per una vittoria da cui non trarranno nessun beneficio se non un improbabilissimo aumento del Pil. La nostra copertina di Linus ce la terremo in ogni caso, ma da oggi sarà derisa da chi potrà dire che in fondo Cannavaro ha vinto più di Collovati e Totti più di Antognoni, domandandoci anche se siamo sicuri che l'Argentina di Maradona o il Brasile di Zico fossero davvero più forti di Australia e Ucraina. Ai nostri eroi questo successo toglierà qualche ospitata televisiva e qualche altra marchetta, ma a noi ha tolto molto di più: l'unicità di un sentimento e di un ricordo, mai banalizzato nemmeno dalle tante noiose e superficiali rievocazioni a colpi di 'Il Brasile non si accontentò del pareggio' (e pazienza se l'azione del tre a due era partita da un nostro calcio d'angolo…). La gioia per i successi dei fratelli maggiori è diversa dalla soddisfazione per i successi dei figli: senza fratelli e senza figli, è bastato il rigore di Grosso per farcelo capire. Senza fare filosofia da Bignami (l'unica che conosciamo, fra l'altro), c'è tutta la differenza fra quello che potresti fare e quello che non hai fatto, in ultima analisi fra vita e morte. Poche cose, per non dire nessuna, come il Mondiale sono in grado di tracciare i confini di un'epoca: per questo oggi una generazione di italiani ha qualche motivo di malinconia in più ed il ridicolo 'una volta era tutto meglio' non c'entra. Zoff, Gentile, Cabrini, Oriali, Collovati, Scirea, Conti, Tardelli, Rossi, Antognoni, Graziani: fra ventiquattro anni anche Grosso farà lo stesso effetto. Forse…
Stefano Olivari
Il calcio sopravvive
"In molti hanno tentato di controllare il calcio, cioè di incanalarne l'assurdità intrinseca, comperando vagonate di giocatori di gran nome senza badare a spese, trafficando con gli scambi di piedi, massaggiando arbitraggi e designazioni e nello sport anche i tentativi di truffare vanno puniti con assoluta severità. (…) Poi, il dio del calcio si ribella e ci regala partite come questa Germania Italia che ci riconciliano con il gioco, non con i truffatori. Inventa terzini e riserve grandi "goleador", riesuma campioni sonnecchianti come Zidane, spinge una squadra come l'Italia che dopo la partita con l'Australia era stata descritta come un residuato bellico e le mette a disposizione la chance di vincere con merito un campionato del Mondo. Perché il calcio è più forte dei delinquenti che lo vogliono manipolare, dei sensali di cavalli che lo vogliono soltanto mungere, dei buffoni che vogliono usare squadre di club come poster elettorali. E fino a quando ci sarà la certezza di vedere schifezze come Usa Italia e poco dopo partite deliziose come Germania Italia ci potranno provare in tanti, ma non riusciranno ad ammazzarlo. Non è diventato il gioco che il mondo pratica più di ogni altro, perché lo vogliono le tv o gli sponsors. I soldi sono venuti dopo e stanno tentando di soffocarlo, come l'afa di Dortmund, ma il bambino scalcia ancora ed è vivo."
"Poo – po po po – po po – poo" "Poo – po po po – po po – poo"
"Poo – po po po – po po – poo" "Poo – po po po – po po – poo"
"Poo – po po po – po po – poo" "Poo – po po po – po po – poo"
"Poo – po po po – po po – poo" "Poo – po po po – po po – poo"
"Poo – po po po – po po – poo" "Poo – po po po – po po – poo"
E finalmente: "FORZA ITALIA!"
Affanculo va.
Riccardo Gambuti
Brasiu Orfei
Non posso fare a meno di godere come un porco quando vedo la nazionale brasiliana giocare "al pallone".
Ho sempre pensato che fossero così bravi per via del sangue misto dei loro giocatori meticci, creoli, mulatti, un po' caucasici, un po' africani e un po' indiani che riuniva le caratteristiche migliori di tutte quante le varie "razze".
Ma poi mi sono reso conto che in Brasile giocano bene anche i purosangue bianchi e ovviamente neri. E quindi ho pensato che doveva essere proprio un fatto mentale dovuto ad una cultura impregnata di samba e ritmi africani.
Sì perché al contrario di come si suol dire, il giuoco del calcio loro non ce l'hanno solo nel sangue, ma anche nella testa. E non è solo estro e fantasia, sono anche schemi che vengono eseguiti alla perferzione e che conducono la punta sola davanti al portiere e a cui non resta che far goal.
E vederli controllare il pallone: sembra che ai piedi abbiano una calamita, poi la velocità con cui eseguono gli scambi, le triangolazioni più improbabili…e quando anche con passaggi lunghissimi riescono a smarcare l'attaccante, quando smarcano il compagno con un colpo di tacco, un funambolismo inventato al momento, quando sembra che "il fenomeno" pensi di fare una cosa, guarda un compagno e poi alla fine invece la passa a quello che si trova alle sue spalle. Insomma sono quelle cose che vedendo giocare le squadre europee non vedi, quel calcio esotico ed elegante che a confronto del gol di ieri d'Inzaghi (che quasi sembrava non sapesse che fare prima di allungarsi prepotentemente la palla per andare in porta), anche una rimessa del portiere sembra più elegante.
Quando "panzoni" come Ronaldo riescono a fare goal come quello fatto al Giappone….insomma, noi un calcio così ce lo sognamo, guardando il Brasile mi viene da pensare che non siamo neppure portati per il calcio.
L'idea del difensore che abbiamo noi europei ed in particolare noi italiani, non fa parte del loro calcio, il difensore è avvantaggiato rispetto all'attaccante perché non è obbligato a giocarla la palla, deve spezzare il gioco dell'avversario, la palla la può buttare nel fiume, non è costretto a buttarla dentro, in porta, in poche parole non è necessario che abbia dei piedi da attaccante. In Brasile non è così, il difensore più estremo sa palleggiare di tacco: ho saputo che nelle partitelle d'allenamento usano il loro terzo portiere come attaccante.
Insomma, questa nazionale non è una squadra di calcio, ma un circo, ricordo che quattro anni fa avevano anche una sorta di nano a dar sia maggior colore che folklore all'ensemble, oggigiorno invece c'è Ronaldinho coi suoi dentoni che sono anche peggio di quelli di Ronaldo.
E poi la partita di ieri col Jappone, se avessero fatto 1 a 0 con noi i giapponesi, avremmo dovuto faticare quarantacinque minuti per pareggiare e altri 45 per eventualmente andare in vantaggio. I brasiliani dopo quel goal non si sono scomposti d'un pelo, non c'era uno di loro che non fosse sicuro di vincere quella partita alla grande. Era facile, certo, erano già qualificati, tuttavia sono davvero i più belli.

