Articoli marcati con tag ‘Marco Travaglio’
Nascita di una mistificazione
Protagonisti:
Vittorio Feltri (Il Giornale)
Nicola Porro (Il Giornale)
Maurizio Belpietro (Libero)
Altri interpreti:
tanti diffamatori più o meno noti
Regia:
Giuseppe D'Avanzo (la Repubblica)
Malpartito Democratico
Davvero il Partito Democratico vuole impedire la rovina di questo paese con gente come Marrazzo e Delbono, per non parlare dei cosiddetti vertici, o con i metodi visti per esempio negli ultimi mesi in Puglia? Ma un partito che ha la presunzione di proporsi come alternativa di governo, con gli identici vizi, il medesimo malcostume e lo stesso disprezzo verso il bene comune di Silvio Berlusconi e la sua servitù, a chi giova?
Una volta si diceva che la sinistra era capace solo a contestare, ad ostacolare, a dire di no: mi viene da pensare che se questo luogo comune fosse ancora valido ci guadagneremmo un po' tutti.
Modesti consigli per sopravvivere
di Antonio Padellaro
La condizione in cui versa il Pd ci fa arrabbiare come si fa con gli amici che non riconosci più, con chi rischia di sperperare l’ultimo gruzzolo di speranza. Perché se il maggior partito d’opposizione non ne azzecca una, addio opposizione, e forse anche addio partito. Con questo andazzo di errori politici (Vendola) e di catastrofi a sfondo sessuale (Marrazzo, Delbono) sarà difficile non morire berlusconiani, caro Bersani che dai cartelloni vagheggi sorridendo l’alternativa. Poiché questo è il Pd che abbiamo, e non ci resta molto altro vorremmo recitare un ultimo atto di fede. Pochi consigli non richiesti, sicuri di non essere ascoltati ma per metterci almeno la coscienza in pace.
Primo. Il caso Vendola insegna che giochini e contorcimenti vari per scansare le primarie sono una dannosa perdita di tempo. Tanto vale arrivarci subito. E quindi ci aspettiamo che siano, al più presto, indette le primarie in tutte le regioni dove concorrono più candidature. Dall’Umbria alla Campania, alla Calabria. Si eviteranno veleni e risse indecorose. E poi, i 200 mila della Puglia dimostrano che le primarie riscaldano il cuore degli elettori, il che non guasta visto l’encefalogramma dei democratici.
Secondo. Considerata la frequenza con cui sindaci e presidenti di regione si fanno trovare in situazioni, per così, dire piccanti, sarebbe il caso di pretendere dai candidati dichiarazioni giurate sull’esistenza di eventuali scheletri (video, foto, carte di credito compromettenti ) nell’armadio. Tanto, poi, esce tutto. E, se esce sarebbe auspicabile piantarla lì con il grottesco balletto sull’"io non mi dimetto", quando si sa che, poi, si dimettono eccome.
Terzo. E’ così folle pensare che il Pd dovrebbe affidarsi a candidati competenti, degni di stima? Invece che ai soliti volponi, esperti nell’arte del maneggio politico e degli accordi sottobanco? Perdere per perdere, non è meglio a testa alta?
da il Fatto Quotidiano del 26 gennaio
Grandi riforme: abolire gli elettori
di Marco Travaglio
C’è un che di pervicacemente odioso nel comportamento degli elettori pugliesi del Pd. Alle primarie di cinque anni fa D’Alema ordina di votare Boccia e loro votano Vendola al 51%. Ora D’Alema riordina di votare Boccia e loro rivotano Vendola, ma al 75%. Percentuale che a Gallipoli, casa D’Alema, sale all’80 e a Fasano, casa Latorre, all’85.
Più passa il tempo e meno gli elettori capiscono le alte strategie dell’Attila del Tavoliere. Non che Boccia fosse proprio senza speranze: le ha perse quando D’Alema ha deciso di dargli una mano. In quel preciso istante persino Vendola, con tutte le cazzate che ha fatto in questi ultimi mesi, è parso uno statista. Quando poi Max ha dichiarato che "Vendola ha fallito come leader" e "io non ho mai perso un’elezione in vita mia", è apparso chiaro che Nichi avrebbe stravinto. Quando infine Max ha assicurato a Boccia che, alla peggio, avrebbe "perso bene", il giovanotto ormai terreo si è visto definitivamente perduto.
Infatti, candidato di un partito al 30%, s’è fatto doppiare da quello di un partito al 2%. Un trionfo. Qualche schizzinoso osserva che non è stata una mossa geniale contrapporre a Vendola un candidato già sconfitto da Vendola e poi, per giunta, meravigliarsi se ha riperso con Vendola. Ma questa è gente che non capisce l’intelligenza di Max. Che ora, per così poco, non deve darsi per vinto, anzi, insistere nell’opera di rieducazione delle masse. Magari, fra cinque anni, quando si ripresenterà per la terza volta in Puglia con Boccia al fianco, prenderà solo i voti di un paio di anziane prozie, ma nel frattempo i voti complessivi del Pd saranno scesi a tre: vittoria assicurata col 66%.
L’importante è continuare a seguire gli amorevoli consigli del Pompiere della Sera, che con i suoi Galli della Loggia, Panebianco, Ostellino, Battista e Franco ha gioiosamente sospinto il Pd verso la proficua alleanza con l’Udc di Casini, Cesa e Cuffaro, infinitamente più graditi al popolo del centrosinistra che non, poniamo, un Vendola o un Di Pietro. Da anni questi giganti del pensiero si affannano a invitare il Pd al dialogo con Berlusconi e a metterlo in guardia dall’antiberlusconismo, come se il travaso di voti del Pd all’Idv fosse colpa di Di Pietro e non merito del Pd.
Ora finalmente assaggiano il risultato dei loro amorevoli consigli: nel giro di un mese l’Attila di Gallipoli ha trasformato il centrosinistra in un campo di Agramante in una delle poche regioni in cui, nonostante lui, aveva ancora un senso e qualche voto. Ma niente paura: nemmeno le primarie in Puglia serviranno da lezione. E’ già pronto l’alibi: non potendo dare la colpa a Di Pietro (che si è detto pronto a sostenere tutti i candidati indicati dal Pd, purché gli vengano comunicati prima delle elezioni), il capro espiatorio è già stato individuato nel sindaco di Bari, Michele Emiliano, che per dar retta a Max è uscito pure lui con le ossa rotte dal Risiko dalemiano.
Come se alle primarie non votasse la gente, ma le nomenklature. Michele Vietti dell’Udc ha le idee ancora più chiare: "Il Pd o abolisce le primarie, o si suicida" (l’Udc le ha abolite prima ancora di farle, anche perché verrebbero continuamente interrotte da retate delle forze dell’ordine). Ecco, è colpa delle primarie: finché si interpelleranno gli elettori, l’Udc non potrà mai allearsi col Pd. E manco col Pdl, visto che Casini, Cuffaro e Cesa sono molto popolari anche a destra.
Massimo Franco, sul Pompiere, concorda: guai se il Pd arguisse dalle primarie che i suoi elettori non vogliono l’Udc, guai se tornasse all'"Unione prodiana già bocciata dagli elettori alle politiche del 2008" (in realtà nel 2008 non c’era nessuna Unione prodiana, ma il Pd di Veltroni che l’aveva appena fatta cadere). Ora, sempre col Pompiere nel taschino, Attila è atteso dalla mission più impossible della vita: dopo aver perso tutte le elezioni e averle fatte perdere anche a Boccia e al Pd, deve riuscire a perdere pure la Puglia contro un Carneade scelto da quel genio di Raffaele Fitto. Ma, con un po’ d’impegno, ce la può fare.
Da il Fatto Quotidiano del 26 gennaio
http://antefatto.ilcannocchiale.it
Bocchino & pizzino
l'Unità, 21 novembre 2008
Istruzioni per un centrosinistra moderno che vuole vincere.
1) Se si trova un candidato alla Vigilanza che non garba a Berlusconi, impallinarlo all'istante.
2) Se il Bocchino di turno non riesce a spiegare perché la maggioranza debba decidere anche le cariche che spettano all'opposizione, salvarlo con un pizzino.
3) Se Latorre telefona amorevolmente a Ricucci e a Consorte durante la scalata illegale al Corriere e a Bnl, fare finta di niente e negare ai giudici il permesso di usare le telefonate, cosicchè gli elettori possano pensare che destra e sinistra si coprono a vicenda ed è tutto un magnamagna. Se invece Latorre imbocca un Bocchino, chiederne la testa (sempreché si trovi).
4) Se D'Alema telefona a Consorte per trattare con un socio Unipol in cambio di «favori politici», negare insieme al centrodestra l'uso giudiziario delle intercettazioni, così il centrodestra chiederà in cambio il no alle telefonate tra Dell'Utri e un mafioso latitante.
5) Se Ligresti, pregiudicato per corruzione e dunque amico di Berlusconi, vuol fare affari in un comune governato dal centrosinistra, tipo Firenze, fargli ponti d'oro per portarlo dalla propria parte. Berlusconi non va combattuto, ma anticipato.
6) Anziché tener lontano da Firenze il corruttore Ligresti, cacciare dalla città i lavavetri e gli accattoni. Berlusconi non va combattuto, ma imitato.
7) Se poi si viene indagati, come l'assessore Cioni, per tangenti da Ligresti, gridare al complotto politico come un Berlusconi qualsiasi («Se non fossi candidato alle primarie di Firenze, mi avrebbero indagato lo stesso?»).
Perché Berlusconi non va combattuto, ma copiato.
Niente conflitto, solo interessi
11 Settembre 2008 – fonte: L'Espresso
Archivio Ansa, quattro mesi di governo Berlusconi. Maggio: 36 dichiarazioni dall’opposizione sul conflitto d’interessi del premier (19 Di Pietro & C., 11 Pd, 4 Sinistre, 2 Udc). Giugno: il conflitto d’interessi è citato 16 volte (7 Idv, 7 Pd, 1 Pdci, 1 Udc). Luglio: sarà il caldo, ma nel mese del lodo Alfano le citazioni scendono a 7 (4 Pd, 2 Di Pietro, 1 Diliberto). Agosto, appena 5: 3 Idv, 2 Pd. Una è di Veltroni, ma per costrizione: il 4 agosto, presentando la fantomatica tv Youdem, a domanda risponde: «Non serve questa occasione per rilanciare un tema che va affrontato come regola del gioco democratico e non come un coltello da brandire contro qualcuno». Il perché è noto: il conflitto d’interessi ha stufato, meglio cose più concrete. Già, ma intanto i conflitti d’interessi impediscono di parlar chiaro anche su quelle. Tipo la berluscordata Alitalia, che è tutta un conflitto d’interessi. Si attende la vibrante denuncia del ministro-ombra all’Industria. Ma arrivano solo balbettii e pigolii, perché il ministro-ombra è Matteo Colaninno, figlio del capo della berluscordata. Dimettersi, manco a parlarne. Poi c’è la giustizia: difficile trovare qualcosa di più concreto della necessità di processi più rapidi, indagini più efficienti, pene più certe. Il governo parla d’altro: separazione delle carriere, reati scelti dal Parlamento, più politici (ancora!) nel Csm, niente intercettazioni sulla criminalità diffusa (e dunque su quella dei colletti bianchi). Tutta roba che non abbrevia di un minuto i processi. Qui il ministro-ombra, Lanfranco Tenaglia, parla abbastanza chiaro. Ma la sua voce si perde nel chiacchiericcio dei troppi esternatori piddini che fanno a gara a “dialogare” col governo, dunque sono ricercatissimi dai giornali, I più loquaci sono Luciano Violante, Nicola Latorre e Guido Calvi. Violante strapazza l’Anm e lancia l’idea, subito raccolta dal ministro Alfano, di ribaltare il rapporto politici-magistrati nel Csm: oggi i primi sono solo un terzo, lui vuole raddoppiarli con un altro terzo «indicato dal capo dello Stato» (che potrebbe presto essere Berlusconi: non è meraviglioso?). Violante è candidato alla Corte costituzionale, ma gli occorrono voti dal Pdl. Se ce la farà, dovrà valutare la costituzionalità delle norme che oggi suggerisce. Basta, come conflitto d’interessi? Non ancora: Latorre attacca l’Anm (»Esagera», «Minacce corporative» al povero governo, «Stendiamo un velo pietoso»). Invoca sul “Giornale” «un accordo sul garantismo» con Berlusconi. E chiede, con Calvi, una stretta su intercettazioni e diritto di cronaca. Opinioni rispettabilissime, se non fosse che Latorre, sorpreso nel 2005 a trafficare al telefono con Consorte e Ricucci nel pieno delle scalate illegali a Bnl ed Rcs, è stato salvato sei mesi fa dal Senato, che ha rispedito al mittente la richiesta del Tribunale di Milano di usare contro di lui le conversazioni. Richiesta ancora pendente all’Europarlamento per D’Alema: difeso, guarda un po’, dall’avvocato Calvi. Ecco, meglio stendere un velo pietoso anche sul conflitto d’interessi.
Da leggere, assolutamente.
Sarei già ministro
16 Maggio 2008
Caro Direttore,
ringrazio il Corriere per l'attenzione (due pagine!) dedicata alle mie vacanze di sei anni fa, con corredo di foto degli alberghi e dei villaggi da me frequentati. Non male, visto che molti hanno trovato eccessive due mie frasi spese in tv sulle relazioni pericolose del presidente del Senato con personaggi mafiosi. Capisco anche l'irresistibile tentazione di concludere l'articolo con un paterno fervorino, «sono episodi che possono capitare… a fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura…». Parole che si attaglierebbero alla perfezione a un giornalista che fa il moralista in casa d'altri e poi viene beccato col sorcio in bocca. Purtroppo, o per fortuna, non è questo il mio caso.
Le vacanze che tanto vi appassionano, come tutta la mia vita, sono un libro aperto. Le ho fatte con la mia famiglia e non con «talpe di boss», come dice il vostro bel titolo. E non c'è nessun «giallo»: ho sempre pagato il conto di tasca mia e non ho mai visto, né incontrato, né sentito nominare questo signor Aiello finché non è stato arrestato. Il signor Aiello e il suo avvocato possono dire ciò che vogliono, ma non di avermi dato una lira o un euro. Perché è falso e ne risponderanno in tribunale. Dicano su quale conto mi avrebbero versato dei soldi, o in quale luogo me li avrebbero consegnati, se ne hanno il coraggio. Ma non lo possono fare perché nessuno mi ha mai dato una lira. Per essere chiari una volta per tutte: io, diversamente dal presidente del Senato, non ho mai conosciuto mafiosi, né prima né dopo che venissero condannati. Altrimenti forse sarei già almeno ministro e nessun giornalista si occuperebbe di me.
Marco Travaglio
Zingari e demoni
Stando ai fatti
15 Maggio 2008 – fonte: babysnakes.splinder.com
Io non ho particolari attrazioni per i rom e la loro cultura, che consiste essenzialmente nello sfruttare quelle degli altri con le armi del vittimismo e della ferocia; non mi piace chi ruba, siano oggetti personali o bambini; non sento il bisogno, né la mancanza, di chi viene ad assordarmi con le sue trombettine melanconiche e però la notte se può penetra in un villino e fa un massacro. E non vedo in cosa potrebbero arricchirci, visto sì che siamo già straccioni per conto nostro, sia pure griffati. Insomma, se è vero che di immigrati abbiamo bisogno, di questi proprio no: Veltroni, re della banalità, dimentica di ricordare che la distinzione non è tra intra ed extra, tra noi e loro, ma tra gente civilizzata o civilizzabile e refrattari. E zingari e rom sono oltre la refrattarietà, come da ex sindaco di Roma dovrebbe, ahilui, e ahinoi, sapere. Però non mi piacciono neanche quelli che dei “marocchini” o gli zingari (fungibili, con comodo) fanno un alibi. Non mi ispirano le brave signore che li vedono dappertutto, forse perchè li vogliono vedere. E non sopporto gli assalti ai campi nomadi a Napoli con la brava gente che, dato tutto alle fiamme, esulta come a un gioco dei pacchi: ce l'abbiamo fatta. Amici partenopei, perchè non ci provate con la camorra? Perchè delegate tutto a Saviano e alla sua gomorrea?
E non mi piacciono manco i giovani che in Sicilia fanno cortei e striscioni (“sono arrivate le televisioni?” “Mettetevi davanti, così vi riprendono”) in memoria di quella ragazzina massacrata e occultata con tecnica da professionisti da altri tre mocciosi, uno dei quali, forse, l'aveva messa incinta. Se invece dei cortei dopo, ci fosse stata qualche voce prima, ad aiutare le ricerche? Possibile che l'omertà ammantata di retorica faccia sempre premio sulla solidarietà vera, sul coraggio umile ma inflessibile? Possibile che tutto in questo Paese debba ridursi ad una recita cinica, da guitti?
Infine: lo so, che da queste parti aspettate commenti sulle avventure di Travaglio. Ma io, di Marco, ne ho conosciuti troppi, e non mi raccapezzo più. Amen: fermo restando che non ho alcuna gana di sostenere Schifani, per il quale trasudo diffidenza, perchè in lui tutto mi pare finto a cominciare dal riporto, mi limito ad osservare che, anche stando ai fatti, i medesimi con gli amici – vedi Santoro, ex Mediaset, ex socio in affari con un cugino di Dell'Utri e oggi padre nobile della contessina giornalista non precaria – si interpretano e coi nemici invece si applicano; apprezziamo il gioco di sponda, Grillo-Santoro-Di Pietro-Travaglio, ciascuno col suo perchè, e in attesa di recuperare l'irrinunciabile Sabina, ma suggerirei al Nostro di contenersi dallo strabuzzare montanellianamente gli occhi: non basta, e se continua così, oltre a cascare vittima del suo stesso metodo, come gli ricorda Giuseppe D'Avanzo su Repubblica, finirà con l'accusare pure Falcone e Borsellino di avere avuto rapporti coi mafiosi, tanto è vero che li arrestavano e poi addirittura li interrogavano
Va tutto molto bene
fonte: l’Unità del 27 Aprile 2008
Spiaceva quasi, l’altroieri, sentire l’intera piazza San Carlo che sfanculava ogni dieci minuti Johnny Raiotta, il direttore del Tg1 che fa rimpiangere Mimun. Troppi vaffa per un solo ometto. Poi però uno rincasava, cercava il servizio del Tg1 di mezza sera su una manifestazione criticabilissima come tutte, ma imponente, che in un giorno ha raccolto 500mila firme per tre referendum. Invece, sorpresa (si fa per dire): nessun servizio, nessuna notizia, nemmeno una parola.
Molti e giusti servizi sul 25 aprile dei politici, sulle elezioni a Roma, sul caro-prezzi, sul ragazzino annegato, poi largo spazio alle due vere notizie del giorno: le torte in faccia al direttore del New York Times e la mostra riminese su Romolo e Remo (anzi, per dirla col novello premier, Remolo). Seguiva un pallosissimo Tv7 con lo stesso Raiotta, Tremonti, la Bonino e Mieli che discutevano per ore e ore di nonsisabenechecosa. Raiotta indossava eccezionalmente una giacca, forse per riguardo verso il direttore del Corriere. Questo sì che è servizio pubblico. Così, nel tentativo maldestro di contrastare – oscurandolo – il V-Day sull’informazione, Johnny Raiotta del Kansas City ne confermava e rafforzava le ragioni.
E anche i giornali di ieri facevano a gara nel dimostrare che Grillo, anche quando esagera, non esagera mai abbastanza. Il Giornale della ditta, giustamente allarmato dal referendum per cancellare la legge Gasparri, sguinzaglia per il terzo giorno consecutivo un piccolo sicario con le mèches (Filippo Facci, ndmg) in una strepitosa inchiesta a puntate: “La vera vita di Grillo”. Finora il segugio ossigenato ha scoperto, nell’ordine, che Grillo: da giovane andava a letto con ragazze; alcuni suoi amici, invidiosi, parlano male di lui; la sua villa a Genova consuma energia elettrica; ha avuto un tragico incidente stradale; è genovese e dunque tirchio (fosse nato ad Ankara, fumerebbe come un turco); nel suo orto ha sistemato una melanzana di plastica; ha avuto un figlio “nato purtroppo con dei problemi motori” (il giornalista è un cultore della privacy); e, quando fa spettacoli a pagamento, pretende addirittura di essere pagato. Insomma, un delinquente. E siamo solo alla terza puntata: chissà quali altri delitti il Pulitzer arcoriano – già difensore di Craxi, Berlusconi, Dell’Utri e Mangano – scoprirà a carico di Grillo.
Nell’attesa, il Giornale ha mandato al V2-Day un inviato di punta, Tony Damascelli. Il quale, mentre il Cainano riceve il camerata Ciarrapico, paragona Grillo a Mussolini chiamandolo Benito e poi si duole perché piazza San Carlo ha applaudito a lungo Montanelli (fondatore del Giornale quand’era una cosa seria) e Biagi, definito graziosamente “il grande disoccupato”. La scelta di inviare Damascelli non è casuale, trattandosi di un giornalista sospeso dall’Ordine dei Giornalisti perché spiava un collega del suo stesso quotidiano, Franco Ordine, spifferando in anteprima quel che scriveva all’amico Moggi. Siccome l’Ordine non è una cosa seria, lo spione non fu cacciato, ma solo sospeso per 4 mesi. E siccome Il Giornale non è (più) una cosa seria, anziché licenziarlo l’ha spostato in cronaca. E l’ha mandato al V-Day che aveva di mira, fra l’altro, l’Ordine dei Giornalisti. Geniale.
Il Foglio, per dimostrare l’ottima salute di cui gode l’informazione, pubblicava proprio ieri un articolo di Roberto Ciuni, ex P2. Ma, oltre ai giornalisti-cimice, abbiamo pure i giornalisti-medium. Quelli che non han bisogno di assistere a un fatto per raccontarlo: prescindono dal fattore spazio-temporale. Il Riformista, alla vigilia del V-Day, già sapeva che sarebbe stata una manifestazione terroristica, “con minacce in stile Br ai giornalisti servi” (“Le Grillate rosse”). Ecco chi erano i 100 mila in piazza San Carlo: brigatisti. Francesco Merlo se ne sta addirittura a Parigi: di lì, armato di un telescopio potentissimo, riesce a vedere e a spiegare agli italiani quel che accade in Italia. Ieri ha scritto su Repubblica che “in Italia c’è sovrapproduzione di informazione” (testuale): ce ne vorrebbe un po’ meno, ecco.
Quanto a Grillo, è “in crisi” (2 milioni di persone in 45 piazze) e “non riesce a far ridere” (strano: ridevano tutti). Poi, citando Alberoni (mica uno qualsiasi: Alberoni), ha sostenuto che “in piazza c’erano umori che non s’identificano con Grillo”. Ecco, Merlo è così bravo che, appollaiato tra Montmartre e gli Champs Elysées, riesce a penetrare la mente e gli umori dei cittadini in piazza a Torino, Milano, Bologna, Roma. E spiega loro che cosa effettivamente pensano. Più che un giornalista, un paragnosta. Finchè potrà contare su fenomeni così, l’informazione in Italia è salva. Di che si lamentano, allora, Grillo e gli italiani?
L’Erba del vicino
fonte: l'Unità del 4 Dicembre 2007
Gioco di società. Sostituire, nelle intercettazioni di Azouz Marzouk, il suo nome con quello di un politico, un imprenditore, un banchiere, un dirigente Rai o Mediaset (tanto spesso è lo stesso), un principe di casa Savoia e immaginare l'effetto che fa. Se, al posto del superstite della strage di Erba, ci fosse un intoccabile delle caste italiote, avremmo tg e giornali intasati da dichiarazioni sdegnate per la «pubblicazione indebita delle intercettazioni», severi moniti dagli alti Colli contro la «violazione del segreto istruttorio», plotoni di garanti mobilitati «a tutela della privacy», giornalisti masochisti che domandano «chi passa le carte ai giornalisti?», ispettori mastelliani in assetto di guerra contro i pm che «inseriscono negli atti conversazioni prive di rilevanza penale», appelli bipartisan per «approvare al più presto la legge Mastella sulle intercettazioni». Invece si tratta di Azouz Marzouk, arrestato per spaccio di droga, dunque chi se ne frega. Si bada al sodo, cioè al contenuto delle intercettazioni, che dipingono un personaggio senza scrupoli: «che me ne frega del colore delle bare», la morte di moglie e figlioletto «disturbano i miei affari», «voglio vestiti firmati e auto di lusso per tornare in Tunisia come un pascià», «gente ricca e potente mi offre lavoro e soldi in cambio di sesso sporco», «mi vergogno, mi hanno comprato». Cose moralmente orribili, d'accordo. Ma dove sarebbe la rilevanza penale di queste conversazioni? Nessuna di esse (diversamente da altre contenute nella stessa ordinanza del gip, relative al traffico di droga) dimostra un reato: eppure sono finite agli atti pure queste, perché i giudici devono lumeggiare la personalità criminale dell'indagato che accusano. Esattamente come era giusto che i giudici di Potenza citassero le telefonate di Vittorio Emanuele sulle «puchiacche» dell'Est, il gip Forleo quelle dei politici con i furbetti delle scalate, i giudici di Napoli quelle su Moggi &C., i giudici di Milano quelle sul patto Rai-Mediaset e così via. E com'era giusto che i giornali, trattandosi di atti depositati e non più segreti, li pubblicassero. Eppure, in tutti i casi citati, si son levati gli alti lai delle massime e minime cariche dello Stato, mentre per Azouz non protesta nessuno. Anzi il direttore de Il Giornale – quello che, sulle intercettazioni Raiset, delirava di «giustizia a orologeria per sabotare il dialogo Berlusconi-Veltroni» – intima di «chiedere scusa a Erba» perché qualcuno, a suo tempo, aveva parlato di razzismo a proposito dei sospetti (poi rivelatisi infondati) sul coinvolgimento del tunisino nella strage. In realtà quanto sta accadendo conferma il razzismo di certa politica e «informazione». Chi fosse Azouz lo si sapeva da sempre: era uscito dal carcere – dove scontava una pena definitiva per traffico di droga – grazie all'indulto. E, se qualcuno aveva qualche dubbio sul suo spessore morale, la frequentazione del duo Corona & Mora tagliava la testa al toro. Eppure, quando fu scagionato dai sospetti sulla strage, venne beatificato: come se un trafficante di droga diventasse una brava persona solo perché non ha ucciso nessuno. Ora si scopre che continuava a trafficare in droga e speculava sulla morte dei suoi cari per diventare un vip. Sai che novità. Resta da capire in quale altro paese un pregiudicato possa pensare di diventare un vip perché gli hanno sterminato la famiglia. Gli indignati speciali dovrebbero spiegare la differenza tra Marzouk, che passa direttamente dai funerali alla scuderia di Mora & Corona, dal carcere alla tv, conteso a colpi di esclusive da Vespa e Mentana, e chi gli ha consentito tutto questo mettendo in piedi il Mortality Show che infesta le tv a reti unificate. Dopodiché, se non si vergognano troppo, dovrebbero annotarsi le parole pronunciate un mese fa a Montecatini da Berlusconi abbracciato a Dell'Utri: «Vittorio Mangano non fu mai condannato per mafia: faceva il chierichetto nella mia cappella di Arcore». Visto che Mangano fu condannato per associazione a delinquere con la mafia nel processo Spatola e per traffico di droga nel maxiprocesso alla Cupola, la domanda è semplice: che aspetta il Cavaliere a ingaggiare Azouz Marzouk come stalliere o come chierichetto nella villa di Arcore?
Finire in bellezza
dal blog di Anskij – 30 Dicembre 2007
Avete letto tutti le dichiarazioni di Sua Eccellenza: ai tempi del PCI la chiesa era "più rispettata", ed uno dei principali problemi – commenta il Sen. Sbobba – è la scomparsa della cultura marxista, senza il cui saldo ancoraggio il PD rischia di avviare un percorso di deriva laicista. Insomma, conclude la simpatica testa di cazzo vaticana, Gramsci, Togliatti e Berlinguer delle cose così "non le avrebbero mai permesse". E cazzo, se lo dice uno tanto esperto di egemonia, le sue ragioni le avrà, no?
Sempre più bello questo vittimismo della chiesa, che fa e disfa come cazzo vuole lei: come dire, caro stato italiano, ve lo abbiamo appoggiato senza vasella, voi avete rinculato vestra sponte e l'avete interiorizzato saldamente, adesso però agitatevi un po' sennò qui da noi non si gode abbastanza.
Ci piacerebbe sapere a quali misure laiciste non preventivamente bloccate si stesse riferendo Sua Eccellenza, ma temiamo che la nostra richiesta rimarrà inascoltata, e poi Sua Eccellenza dispone di zelanti portavoce in entrambi gli schieramenti che ne interpretano rettamente il pensiero mafioso, come vediamo qui sotto: e rientra tutto nel piano, questo sì pregno di riferimenti gramsciani, della guerra di posizione, strappando una candidatura oggi, un ordine del giorno domani, una verifica su una bella agenda cattolica domani ancora e via così. Grandi momenti per il nostro paese.
Già sappiamo che la spregiudicata sete di potere della chiesa si basa solo su una spietata gestione manipolativa e fraudolenta della paura e del dogma: ma ora vediamo perfezionati maniacalmente alcuni meccanismi tautologico-paranoici che, ben presenti nelle opere, tra gli altri, di Anselmo, Tommaso ed Agostino, tornano oggi in una vulgata elettorale affidata, quando non alle gerarchie in prima persona, ai giullari di corte tipo Ferrara, Socci e Messori. Sei un prete pedofilo? Niente paura, non sarebbe proprio questo il punto ma la chiesa ti riaccoglie tra le sue braccia, anche se ti ha creato lei, ed ha pure il coraggio di vantarsene. Sono inattaccabili, perché nel giusto per definizione: se i preti non si inculano i bambini, a posto; se se li inculano, sono compagni che sbagliano, pronti a rifarsi la verginità grazie alla misericordia e alla "grandezza del vangelo" come diceva Messori. Tanto sono peccati, mica reati: ammazzare e truffare sono come abbuffarsi di amatriciana. Come cazzo la giri, non sono mai colpevoli di niente, grazie a procedure di "giustizia" fondate su grandi lavacri di preghierine, insabbiature e perdoni. D'altronde, lo si diceva anche nelle "scuse" pelose di quel polacco di merda: mai alle vittime, ma a dio, e comunque sempre "servendo la verità" (che poi ci sta tutta che nella GRANDE storia - specialmente dell'occidente – "qualcuno venga sbudellato", come diceva Ferrara). Ce lo ricordiamo, il solido Tarcisio, ad inveire contro le inchieste di Repubblica: praticamente, quello che lui, Sbobba et alii chiedono sobriamente è la soppressione della libertà di parola per chi si è rotto il cazzo della chiesa.
Insomma, la posizione della chiesa "non è partigiana, ma corrisponde al diritto naturale", continua il nostro bravo capocomico Tarcisio: che tale posizione si configuri con misure ed equilibri che prevedono esaltanti agevolazioni fiscali, potere di veto in parlamento, diritti civili dati in appalto a preti pedofili e truffatori come quella lercia, disgustosa zecca di don Gelmini, e ingerenze quotidiane con il cicaleccio di ogni chierico possibile e immaginabile, beh, è solo una fortuita coincidenza, via, rafforzata anch'essa dal "diritto naturale".
Le reazioni dei sudditi del mondo politico ve le risparmio perché rivoltanti come sempre: in pochi poi si soffermano sul punto più rivelatore, ovvero la nostalgia ipocrita, strumentale e pelosa per il PCI, a conferma di quanto la cultura liberale e protestante, se mai arriveranno qui, lo faranno sempre troppo tardi.
Altrettanto meravigliosa, come menzionavo sopra, la replica del senatore di area teo-dem Sbobba, il quale, messo alle strette dal giornalista che gli chiede in cosa cazzo mai si concreti questa fantomatica "deriva laicista", non trova di meglio che dire che episodio pericolosissimo di tale deriva sarebbe l'attacco dell'arcigay alla Binetti, da loro definita "nazista".
Ma Sbobba del cazzo, se uno va un giorno sì e l'altro pure in tv e sul giornale e ti insulta definendoti anormale, debole, deviato e creatura di serie b non conforme al disegno divino invocando sensi di colpa, spirito santo ed agghiaccianti, oscure "terapie di recupero" (da cosa cazzo poi dobbiamo ancora capirlo) cosa vuoi aspettarti? Che si genuflettano e dicano che voi teo-dem dei miei coglioni avete ragione? Oppure reagiscano per mera legittima difesa? A Sbobba, ma va a cagare, va'.
Dunque per il momento, un altro sonoro e limpido vaffanculo al nostro caro mestatore Tarcisio Bertone, caricatura e buffone di corte che in un paese normale sarebbe solo una macchietta da caravanserraglio e scaricherebbe bancali di cibo per cani al supermercato, un uomo di merda facente parte di una cricca di merda che propugna un'ideologia di merda e contribuisce a rendere l'Italia un paese sempre più di merda.
Comici penosi
Chi vuol esser milionario
13 Dicembre 2007
Il supermarket dei senatori che ha innescato l’ennesima accusa di corruzione a Silvio Berlusconi s’inserisce perfettamente nella nuova stagione politica delle “larghe intese”, ultimo approdo della commedia all’italiana, a cura di Castellano & Pipolo. Titolo: “Ok il prezzo è giusto” o “Chi vuol esser milionario”. Personaggi e interpreti, in ordine di apparizione.
Berlusconi Silvio, il capocomico
Un tempo si comprava Craxi e quello gli faceva due decreti salva-tv più la legge Mammì. Si comprava il giudice Metta e quello gli regalava la Mondadori. I suoi manager si compravano la Guardia di Finanza (a sua insaputa, s’intende) e quella chiudeva un occhio, anzi due sui bilanci del gruppo. E si compravano pure l’avvocato inglese David Mills (senza dirgli nulla, si capisce) perché testimoniasse il falso nei processi a suo carico. Il grande venditore era anche un formidabile compratore: mostrava il libretto degli assegni, diceva “scriva lei la cifra”, e di solito funzionava.
Ora, per dire com’è ridotto, telefona ad Agostino Saccà perché “sollevi il morale del Capo” sistemandogli certe “attrici” (ieri l’ometto le ha definite “artiste discriminate perché non di sinistra”, insomma ideologhe anticomuniste, un po’ come quelle che sedevano sulle sue ginocchia nel parco di Villa Certosa). Una, fra l’altro (“la Evelina”) sarebbe amica di un senatore dell’Unione “che mi può essere utile per far cadere il governo Prodi”. E il governo non cade. Allora corteggia e coccola un senatore dell’Oceania, promettendogli un posto nel suo eventuale, prossimo governo (il famoso “sottosegretariato all’Australia”), e la piazza numero 2 nelle liste nazionali di Forza Italia (o come diavolo si chiama adesso) alle presunte elezioni anticipate. Il tutto con la stessa credibilità con cui Totò si vendeva la fontana di Trevi all’italoamericano Decio Cavallo, che lui chiamava Caciocavallo. Solo che, diversamente, da Decio Cavallo, il senatore Randazzo non abbocca e lo manda a stendere, inseguito comunque dal povero Cavaliere che gli promette addirittura “un contratto”, millanta “ho con me Dini e i suoi” e lo implora in ginocchio: “Mi basta anche soltanto una piccola assenza…”. Poveretto, come s’offre.
Randazzo Nino, l’antagonista
L’uomo che resiste impavido (e inedito) alle profferte del Grande Compratore è un vecchio giornalista italoaustraliano d’altri tempi, che dinanzi ai contratti e alle promesse risponde: “Io sono stato eletto col centrosinistra e dunque resto fedele al centrosinistra perché ho una mia moralità”. Alla parola “moralità”, il Cavaliere chiama Bonaiuti e chiede un dizionario: dev’essere un termine australiano, comunque arcaico. Poi capisce che non c’è nulla da fare:la lunga permanenza all’estero deve aver guastato il senatore, non troppo aggiornato sulle prassi più recenti della nostra politica. Affranto per cotanto affronto, il Cavaliere ripiega sugli italiani doc.
Nick Scavi, il buttadentro
Imprenditore australiano, si materializza alle spalle di Randazzo un giorno che questo sta passeggiando alla galleria Alberto Sordi, a Roma. Da quel momento diventa il suo angelo custode, gentile omaggio del Cavaliere: “Voglio offrirti la possibilità di diventare milionario”, gli dice, e pare gli mostri un assegno in bianco accompagnato dalla frase: “Scrivi tu la cifra, fino a 2 milioni”. Il suo ruolo è simile a quello delle ragazze buttadentro che accalappiano i giovanotti davanti alle discoteche. Ma Randazzo, tetragono, resiste anche alle sue sirene.
Saccà Agostino, la spalla
Calabrese, giornalista (chi non lo è?), craxiano, poi forzista, poi dalemiano, poi di nuovo forzista (“voto Forza Italia come tutta la mia famiglia”), nel 2002 fu l’esecutore materiale dell’editto bulgaro del Capo contro Biagi, Santoro e Luttazzi. Da allora si garantì una serena vecchiaia. Da direttore generale dovettero cacciarlo perché in un anno la sua Rai aveva perso 4 punti di share su Mediaset: sull’onda dell’ entusiasmo, era andato anche oltre il mandato ricevuto. Ma lo sistemarono a Raifiction, una specie di grotta di Alì Babà piena d’oro, che lui amministra da par suo con gli amici degli amici. Ultimamente, mentre partecipava alla campagna acquisti berlusconiana dei senatori e preparava la fiction sul Barbarossa (“Bossi non fa che parlarmene”, insisteva il Cavaliere), si spacciava per veltroniano: pare che nei corridoi della Rai, per essere credibile, pronunciasse solo parole che iniziano con la w: walter, wafer, water, woobinda, wow, woody allen, watussi, wonderbra. Soprattutto wonderbra.
De Gregorio Sergio, il servo furbo
In controtendenza col proliferare in politica di servi sciocchi, il bovino senatore ex socialista, ex forzista, ex democristiano, ex dipietrista, neo forzista ha recuperato la tradizione plautiana del servo furbo. Eletto nel 2006 con l’Italia dei Valori per nobili motivi ideali – un posto da sottosegretario - rimase deluso quando non l’ottenne e cominciò a fare la fronda. Intanto fu indagato a Napoli per certi assegni trovati in mano a un contrabbandiere. E cominciò a votare contro la maggioranza che l’aveva eletto. L’improvvisa sintonia programmatica con la Casa delle libertà fu corroborata dalla promessa berlusconiana di finanziare la sua associazione Italiani nel mondo con 5 milioni di euro l’anno.Con tanto di contratto spedito via fax e addirittura firmato – scrive Repubblica – dall’ingenuo Sandro Bondi.
Fuda Pietro, servitor di due padroni
Calabrese, già forzista, poi margherito, poi numero 2 del Pdm di Loiero, ovviamente indagato per storie di ‘ndrangheta, balzò alle cronache un anno fa per un comma di poche righe che mandava salvi centinaia di pubblici amministratori nei guai con la Corte dei conti per reati contabili. Saccà, suo conterraneo, lo contatta personalmente poi riferisce: “Fuda vuol far sapere al Capo che il suo cuore batte sempre a destra, anche se oggi è costretto a stare a sinistra. Ma se gli toccano gli interessi e le cose sue, darà un aiuto al Cavaliere in Parlamento”. Ecco, anche Fuda c’ha le cose sue.
Bertinotti Fausto, il palo
Anziché allarmarsi per la compravendita di senatori in corso nell’altro ramo del Parlamento, il comunista più amato da Berlusconi, da Vespa e da Mediaset protesta vibratamente con la Procura di Napoli per la “fuga di notizie” e per eventuali “intercettazioni di parlamentari”. Lui non guarda la luna: lui, molto marxisticamente, guarda il dito.
Partito democratico, miglior attore non protagonista
Non ha liberato la Rai dai Saccà e stava per resuscitare Berlusconi per la terza volta con l’”asse per le riforme”. Riusciranno i nostri eroi a rimettere la legge elettorale e la Costituzione nelle mani del Cavaliere, mentre lui gli compra i senatori un tanto al chilo?

