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Non se ne viene fuori …parola di commercialista
L'articolo che segue non credo sia stato scritto da un "comunista" (lo lascia trasparire una scarsa obiettività di giudizio sull'ex ministro Visco: in merito alla finanziaria dell'ultimo governo Prodi si parla di vizi ideologici quando invece i dati di fatto e la contingenza, dovrebbero far pensare, piuttosto, che gli allora ministro e viceministro dell'Economia si trovavano praticamente di fronte agli stessi problemi cui si è trovato di fronte Tremonti qualche anno più tardi ovvero cercare di recuperare denaro per continuare ad alimentare un sistema marcio) pertanto l'analisi dell'operato dell'attuale governo è senz'altro "lucida" e affatto viziata da sentimenti partigiani o ideologismi (eventualmente lo sarebbe in senso opposto). Difficile, del resto, trovare un commercialista talmente idiota da lasciarsi condizionare da qualche stupida ideologia!
Lotta all’evasione poca, recupero di gettito tanto
di Enrico Zanetti
fonte: Eutekne.info
martedì 06 settembre 2011
Perché la lotta all’evasione fiscale non è stata fatta prima e ci si sveglia oggi? È questa la legittima domanda che molti cittadini pongono quando sentono proclami come quelli uditi in questi giorni. La risposta è nelle pieghe di una storia che ben conoscono coloro che, come i commercialisti, seguono da anni le vicende del Fisco italiano dal privilegiato punto di osservazione di chi è nei fatti il crocevia del rapporto tra Fisco e contribuente. Una risposta che, peraltro, induce a sua volta a chiedersi se la domanda iniziale, per quanto legittima, non sia forse mal posta. Perché, che ci si sia realmente svegliati, è tutto da vedere. Fino al 1993, il “rilassamento” dello Stato era dovuto al fatto che, tanto, c’era il deus ex machina rappresentato dal debito pubblico: tentazione irresistibile per chi ragiona pensando alle prossime elezioni e non alle prossime generazioni. Dal 1994 al 1996, finita l’era della incoscienza più totale, alla semi-quadratura del cerchio dei conti pubblici contribuiva in modo significativo una crescita economica “drogata” dalle cosiddette svalutazioni competitive della moneta. Dal 1997, venuto meno anche questo jolly, con la fissazione definitiva dei cambi in vista dell’introduzione dell’euro, si rende necessario, finalmente, avviare una seria riflessione sul rapporto tra fisco e contribuente. Una riflessione che sfocia in alcuni provvedimenti oggettivamente importanti: la riforma del sistema delle sanzioni pecuniarie, ma anche l’introduzione del ravvedimento operoso; l’entrata in vigore degli studi di settore, ma anche il riconoscimento del diritto del contribuente di compensare debiti e crediti tributari. L’azione di efficientamento prosegue fino al 2000, con la riforma del sistema delle sanzioni penali, ma anche con l’introduzione dello Statuto del contribuente. Insomma, una sorta di promessa di primavera del Fisco, portata avanti con equilibrio da Vincenzo Visco, il cui diritto a rivendicare meriti per quegli anni deve però considerarsi completamente azzerato da quell’autentico atto di arroganza e follia legislativa unilaterale che fu l’introduzione dell’IRAP. Nel 2001 Visco cede la mano a Tremonti, il quale, seppur con una breve parentesi di Siniscalco, tira le fila fino al 2006. Sono gli anni del giustificazionismo, ma forse sarebbe meglio dire del vuoto pneumatico: prima (2002-2003) i mille e uno condoni fiscali che riportano la credibilità del sistema fiscale ai minimi storici; poi la legge delega per la grande riforma (2003), lasciata inspiegabilmente inattuata, salvo la parte riferita al reddito delle società di capitali; infine (2004-2005) l’inizio di sistematiche violazioni allo Statuto del contribuente sotto la crescente necessità di fare in qualche modo cassa. Nel biennio 2006-2007 torna Visco. La lotta all’evasione fiscale viene messa definitivamente al centro dell’attenzione, ma è un’attenzione negativa, ideologica e con la bava alla bocca: vengono varate norme ad categoriam (la tracciabilità a 100 euro solo per i liberi professionisti), viene quasi fatto saltare un intero settore economico (quello immobiliare), vengono inserite presunzioni di evasione e di elusione di ogni tipo e genere, viene nei fatti irriso, dal suo stesso “padre”, lo Statuto del contribuente. In pratica, la lotta all’evasione fiscale, da battaglia comune di tutti i cittadini per l’equità sociale tra i medesimi, viene definitivamente trasformata in battaglia tra categorie di cittadini, da parte di uno Stato che non vuole smagrire e combatte l’evasione solo per avere di più da tutti, invece che per far pagare tutti meno. Dal 2008, dopo il ritorno di Visco, è la volta del ritorno di Tremonti. L’inizio è di chi vuol tornare a suonare la sua musica, nel bene (eliminazione di alcune norme di oggettivo accanimento introdotte dal precedente Governo) e nel male (un nuovo scudo fiscale). Già dal 2009, però, la presa di coscienza che la festa è definitivamente finita e che solo un diluvio di maggiori entrate può farla continuare, porta a una radicale inversione di rotta, prudentemente tenuta sotto traccia. È l’inizio di quella che già abbiamo avuto modo di definire “fase Dottor Jekyll e Mister Hyde”. Tra il 2009 e il 2010 vengono introdotte una serie di norme a senso unico pro Fisco che potenziano la riscossione e l’accertamento come nemmeno il Visco “incattivito” del 2006-2007 aveva anche solo pensato di fare, con tanto di tentativo finale di addomesticamento pro Fisco della giustizia tributaria, denunciato senza mezzi termini dai suoi vertici istituzionali e sindacali: pazzesco. Verso la fine del primo trimestre 2011, con le elezioni amministrative alle porte, il colpo di teatro: la denuncia indignata del rischio di una deriva di oppressione fiscale, da parte dello stesso Ministro che ha avallato l’introduzione delle norme che rendono questa deriva un pericolo tutt’altro che infondato. Il resto è cronaca di queste settimane. Questo non si può fare, quello non si vuole fare, non resta che provare con un “dagli agli evasori” e sperare, contro ogni logica, che l’Unione Europea e i mercati ce la mandino buona. Norme anti-evasione realmente significative da mettere non ce ne sono, perché, tra il Visco del 2006-2007 e il Tremonti del 2009-2010, si è già fatto di tutto e di più. Non resta allora che puntare sugli effetti speciali di grande impatto emotivo (dichiarazioni on line, società di comodo e tintinnar di manette) e avviare una campagna mediatica con cui, tra l’altro, precostituirsi una legittimazione popolare, per quando le norme introdotte con furba discrezione in precedenza cominceranno a produrre i loro effetti (gli accertamenti esecutivi, ad esempio, divengono operativi dal prossimo 1° ottobre, mentre la giustizia tributaria è ancora in mezzo al guado). Il tutto, presumibilmente, in attesa di future scadenze elettorali, quando sarà di nuovo tempo di denunciare il rischio quanto mai reale di derive di oppressione fiscale e incrociare le dita. In definitiva, dunque, la risposta è che la lotta all’evasione fiscale non è mai stata fatta prima (e continua a non essere fatta oggi), perché allo Stato non interessa affatto ripristinare l’equità sociale tra i cittadini. Di contro, però, allo Stato interessa moltissimo aumentare il gettito e bisogna dare atto, sempre sia un merito, che, a partire dal 2006, questo obiettivo viene perseguito da entrambi i principali schieramenti politici con una determinazione feroce. Chi per fanatismo ideologico, chi per cinica disperazione. Uno degli ultimi emendamenti alla manovra promette ora che gli incassi derivanti dalla lotta all’evasione saranno destinati alla riduzione della pressione fiscale. Non, però, da subito e non per intero: solo dal 2015 e solo, eccezionale, al netto della parte necessaria per contenere deficit e indebitamento. Non vale nemmeno la pena commentare. Volteremo mai pagina?
“Montefeltro” a rischio
Ecco gli istituti più a rischio
Dove colpirà la cura Gelmini?
Si conosce il documento trasmesso al ministro dell'Istruzione che contiene i possibili tagli e accorpamenti di istituti. I plessi nel mirino sono 32 in tutta la nostra provincia. Per gli insegnanti il taglio riguarderà i precari.
L’elenco delle 32 scuole e delle 11 istituzioni scolastiche che potrebbero essere assoggettate al dimensionamento scolastico a seguito di un percorso legislativo che ha inizio nel 1998 (non certamente con i ministri Tremonti e Gelmini) sono riportate di seguito.
Queste scuole chiuderanno? ''Alcune sì, ma quasi certamente non dall’anno prossimo — spiega Renzo Savelli, assessore all’istruzione della Provincia di Pesaro Urbino —. Resta il fatto che per rispondere agli obiettivi di razionalizzazione in termini di risorse umane e contenimento della spesa stabiliti dall’ultima finanziaria e poi recepiti dal piano programmatico della Gelmini, la provincia di Pesaro Urbino dovrà tagliare per tre anni 180 insegnanti all’anno. Non parlo degli insegnanti di ruolo, ma dei precari: un gioco di parole per dire che non ci saranno licenziamenti. Al massimo la rete attuale può sopportare un ritmo di tagli che non superi i 70/75 insegnanti l’anno: il restante dei tagli ricadrà sul personale Ata (amministrativi e bidelli) e poi alla fine “progressivamente” con la chiusura dei plessi. Ecco perché, secondo me, il rischio di chiusura è reale''.
Questo l’elenco stilato dal Ministero: 1) 'Luigi Bartolucci' di Cantiano dell’istituto 'F. M. Tocci' di Cagli con 44 alunni; 2) San Giorgio di Pesaro dell’istituto 'Giò Pomodoro' di Orciano con 31 alunni; 3) 'Dante Alighieri' di Fratte Rosa dell’istituto di San Lorenzo in Campo con 37 alunni; 4) Sant’Agata Feltria dell’istituto di Pennabilli con 37 alunni; 5) 'F. Penserini' di Montecopiolo dell’istituto di Macerata Feltria con 34 alunni; 6) 'A. Bucci' di Isola del Piano dell’istituto di Montefelcino con 47 alunni; 7) Sant’Angelo in Lizzola e Ginestreto dell’istituto 'G. Paolo II' di Sant’Angelo e Montecchio con 47 alunni; 8 e 9) 'Don I. Mancini' di Schieti e Pieve di Cagna dell’istituto 'P. Volponi' di Urbino con 28 e 34 alunni; 10) Trasanni dell’istituto 'Pascoli' di Urbino con 48 alunni; 11) Pianello dell’istituto 'F. M. Tocci' di Cagli con 25 alunni; 12 e 13) San Giorgio e di Barchi dell’istituto 'Giò Pomodoro' di Orciano con 41 e 44 alunni; 14) Scuola ospedale di Pesaro dell’istituto 'Gianfranco Gaudiano' di Pesaro con 18 alunni. 15) Piagge dell’istituto 'G. Leopardi' di Saltara con 43 alunni; 16) Fratte Rosa dell’istituto 'Alighieri' di San Lorenzo in Campo con 41 alunni; 17 e 18) Belforte all’Isauro e di Frontino e San Sisto dell’istituto di Piandimeleto con 34 e 23 alunni; 19) 'Maria Gabrielli' di Casteldelci dell’istituto di Pennabili con 20 alunni; 20) San Leo dell’istituto 'A. Battelli' di Novafeltria con 26 alunni; 21 e 22) Montecopiolo e 'T. Novello' di Pietrarubbia dell’istituto di Macerata Feltria con 38 e 27 alunni; 23 e 24) Monteguiduccio e Isola del Piano dell’istituto di Montefelcino con 21 e 44 alunni; 25) Serravalle di Carda dell’istituto 'Scipione Lapi' di Apecchio con 13 alunni; 26) Tavoleto dell’istituto 'A. Frank' di Montecalvo in Foglia con 43 alunni; 27) Borgopace dell’istituto di Sant’Angelo in Vado con 34 alunni; 28 e 29) Monte Cerignone e Montegrimano dell’istituto 'R. Sanzio' di Mercatino Conca con 22 e 38 alunni; 30 e 31) Maiolo e Perticara dell’istituto di Novafeltria con 38 e 41 alunni; 32) Isola di Fano dell’istituto di Fossombrone con 49 alunni.
Ecco, invece, gli undici istituti con meno di 500 alunni: 'R. Sanzio' di Mercatino Conca con 434 alunni; 'S. Lapi' di Apecchio con 389 alunni; 'Battelli' di Sassocorvaro con 312 alunni; Pennabilli con 477 alunni; Piandimeleto con 478 alunni; 'Alighieri' di San Lorenzo in Campo con 410 alunni; 'Mercantini' di Fossombrone con 440 alunni; 'Montefeltro' di Sassorvaro con 425 alunni; 'Rovere' di Urbania con 405 alunni; Ipssctp 'A. Olivetti' di Fano con 405 alunni; istituto statale d’arte di Urbino con 497 alunni.
Solidea Vitali Rosati
Gli scienziati del dominio
Sulla scia del post di Ricky, "Il nemico ideologico", con cui credo si sia finalmente centrato il punto, propongo alcune letture che ritengo discretamente interessanti, seguono dunque tre articoli di Miguel Martinez che ho trovato qualche tempo fa sul sito www.kelebekler.com; possono servire, secondo me, a far luce oltre che sull'attività dell'Aspen Institute, citato nel detto post di Fioreselvatico, sulle "attuali" dinamiche che determinano gli equilibri (o squilibri che dir si voglia) mondiali.
Questo è il primo di una serie di articoli sulla svolta filoamericana del Vaticano. In cui si sondano le basi sociali e teologiche, la manovre dietro le quinte, i precedenti… se il discorso si fa complesso e lungo, portate pazienza.
Da dove viene il sottile potere della Chiesa cattolica? Perché viene tanto ricercato dagli uomini politici? E perché un metodista statunitense e attuale signore del pianeta, come George Bush II, fa di tutto per ottenerne l'approvazione?
Per capire, partiamo dall'Italia, perché ci viviamo e perché è la sede del Vaticano. Se c'è una cosa aliena dalla mentalità dell'italiano medio, è il cristianesimo. O davvero la grande maggioranza degli abitanti di questo paese crede davvero che Gesù Cristo sia "unigenito Figlio di Dio… generato, non creato, della sostanza del Padre"? Tutti conoscono la cantilena, ma provate a chiedere a qualcuno che cosa vuol dire… E il Dio uno e trino, che dovrebbe distinguere i cristiani da ebrei e musulmani molto più del consumo o meno della carne di porco? Alcuni artisti italiani si sono cimentati con il tema della Trinità, per dovere di committenza. Ma a coglierne davvero la grandezza sono stati due artisti di paesi molto lontani. Il primo fu il russo Andrei Rublev, ed è giusto perché fu un uomo di quell'Oriente in cui il cristianesimo è cresciuto ed è stato più profondamente sentito.

la trinità di Andrej Rublev
Il secondo fu un invece un artista molto particolare, dell'estremo Occidente. Il 16 luglio del 1945, nel deserto del New Mexico, fu fatta esplodere la prima bomba atomica della storia. Gli Stati Uniti danno spesso e volentieri nomi religiosi agli strumenti di potenza e distruzione. A quella prima bomba atomica, il fisico nucleare Robert Oppenheimer volle dare il nome di Trinity.
la trinità di Robert Oppenheimer
Eppure il Vaticano possiede una dote particolare, che non ha molto a che vedere con le trinità, siano esse d'Oriente o d'Occidente.
È il potere della benedizione.
Lo hanno capito perfettamente i consiglieri di Bush II, quando lo hanno mandato a fare visita al Papa a giugno del 2004. L'imperatore diede la "Medaglia della libertà" a Karol Wojytla, un'onorificenza, conferita per servizi alla "sicurezza nazionale degli Stati Uniti o alla pace mondiale". Come raccontiamo altrove, oltre che a Giovanni Paolo II, la medaglia è stata conferita a personaggi come Donald Rumsfeld e Walt Disney. Qualche giorno dopo la visita di Bush, Dino Boffo, braccio destro di Ruini, scrisse sull'Avvenire, di cui è direttore:
"C'è parso di cogliere qualcosa non solo di emozionante ma di storicamente forte. Memorabile. Se non fosse una categoria mondana si potrebbe dire che l'incontro, per la Santa Sede – ossia per il Papa, non c'è al riguardo possibilità di distinzione – si è rivelato un nettissimo successo. Un capolavoro senza l'aria di esserlo… discorso chiarissimo e cortese insieme… tutte le corde del suo magistero".
In vaticanese, significa che sta succedendo qualcosa di molto importante. Infatti, Vittorio Emanuele Parsi, un individuo che incontreremo di nuovo tra poco, aggiunge:
"speriamo tutti possa aprirsi una riflessione coraggiosa e senza pregiudizi sulle modalità in cui, anche all'interno di un mondo unipolare, possa essere praticato il metodo del multilateralismo".
Orwell ci insegna come decifrare quello che dice questa gente. Ad esempio Magdi Allam sostiene la necessità di "esportare la democrazia" in Medio Oriente, ma quando la democrazia effettivamente c'è, almeno in qualche misura, trova la cosa intollerabile. Commentando infatti l'attentato di Taba (ottobre 2004), Magdi Allam scrive:
"Considerando l'insieme dell'ondata terroristica che si è abbattuta prima e dopo l'11 settembre 2001, emerge che i Paesi mussulmani più colpiti dal terrorismo sono quelli che tollerano una presenza significativa degli integralisti islamici, i cui regimi si barcamenano tra la repressione delle frange più estremiste e il contenimento della società civile laica e liberale"
("L'ipoteca integralista sull'Egitto" di Magdi Allam, dal Corriere della Sera del 9 ottobre 2004).
Insomma, i regimi che "tollerano" un minimo di opposizione diventano automaticamente fautori del "terrorismo".
Quando invece un Parsi dice "coraggiosa e senza pregiudizi", intende dire che bisogna avere il coraggio di vincere i pochi scrupoli morali, o pregiudizi che ci restano. Per il resto, la sua è una descrizione perfetta di un impero, dove il comando è unico, ma domina su molti poteri subordinati. In parole pratiche, Parsi sta dicendo che il Vaticano ha capito che è ora che anche noi moriamo per gli interessi americani.
Questo è il secondo di una serie di articoli sulla svolta filoamericana del Vaticano. In cui si sondano le basi sociali e teologiche, la manovre dietro le quinte, i precedenti… se il discorso si fa complesso e lungo, portate pazienza.
Non è facile capire chi comandi oggi in Vaticano: certamente non è più il povero Wojtyla, che ha più o meno le funzioni di un bianchissimo palo totemico.
I signori del Vaticano – tra cui sembra spiccare una vivace componente italiana – stanno lavorando sodo per preparare la successione. E chiunque sarà il successore, il suo primo compito sarà quello di benedire l'Impero americano. Non sono un vaticanologo, quindi non so dire se fosse nelle intenzioni di Wojtyla, o se si tratta di nuove forze che si stanno facendo avanti. Su questo sito, abbiamo visto come il cardinale Camillo Ruini abbia trasformato il grandioso quadro rinascimentale dei funerali dei carabinieri morti a Nassiriya in un rito di legittimazione e di benedizione del dominio occidentale.
È stata solo la prima tappa simbolica.
Sandro Magister gestisce un interessante notiziario sui movimenti sotterranei del mondo clericale. Una volta lo faceva da dissidente, ma sembra che anche lui sia stato recuperato, per la precisione da Forza Italia; e il suo bollettino è sempre felice di fornire nuove armi alla cultura dello scontro di civiltà. Ma, forse per non perdere i propri lettori, Sandro Magister continua a fornirci alcune informazioni interessanti. Ad esempio sulle intense attività del mese di settembre del 2004.
Il 20 settembre, Camillo Ruini, parlando al consiglio permanente della conferenza episcopale italiana, ribadisce il dovere dell'Occidente cristiano di
"contrastare le organizzazioni del terrore con la più grande energia e determinazione, senza dare nemmeno l'impressione di subire i loro ricatti e le loro imposizioni"
e nello stesso tempo di trasformare in "nostri principali alleati" le componenti del mondo islamico che vogliono "libertà e democrazia" (da non confondere con le migliaia di oppositori che languono nelle carceri dei paesi arabi "amici dell'Occidente"). Dovere quindi di partecipare alla Guerra infinita, dovere quindi di scovare "musulmani moderati" con cui istituire regimi quisling nelle terre sottomesse.
Passa un giorno, e il laicissimo quotidiano Il Foglio pubblica un appello contro il "terrorismo mondiale islamista", chiedendo al governo italiano di farsi
"promotore presso la NATO e l'Unione Europea di un invio massiccio in Iraq di truppe dell'Alleanza Atlantica".
L'appello porta quattro firme: Giuliano Ferrara, direttore di Il Foglio, Marta Dassù, direttore di Aspenia, rivista dell'Aspen Institute in Italia, Piero Ostellino, editorialista ed ex-direttore del Corriere della Sera e Vittorio Emanuele Parsi, docente di relazioni internazionali alla Cattolica di Milano e coordinatore del Master in Mercati e Istituzioni del Sistema Globale presso l'ASERI (Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali), ma soprattutto editorialista di Avvenire.

Vittorio Emanuele Parsi
Nel cautissimo mondo del clero, editorialista vuol dire portavoce. Se parla Parsi, parla la Conferenza Episcopale Italiana; e se parla la CEI, vuol dire che il Vaticano non ha nulla in contrario. L'Aspen Institute invece è uno dei più antichi e potenti think tank imperiali, come vedremo più avanti; il Corriere della Sera è la macchina editoriale che ha lanciato Magdi Allam e il Prodotto Oriana Fallaci; mentre chi sia Giuliano Ferrara, lo sappiamo tutti. Piero Ostellino, tra l'altro, è autore di un vergognoso articolo del 26 aprile 2002, in cui trasformava il buffo ma innocuo Adel Smith in una minaccia terroristica contro Oriana Fallaci (su questo sito abbiamo pubblicato il commento dell'associazione di Adel Smith). L'articolo di Ostellino finisce così:
"Dopo aver condiviso quello che la Fallaci ha scritto, le sono vicino e ho paura per lei, anche se lei fortunatamente non ne ha. Cara Oriana, tanti, tantissimi altri italiani ti sono vicini. E ti vogliono bene".
La terza tappa consiste in un'intervista rilasciata il 26 settembre del 2004, dal cardinale Angelo Sodano, segretario di Stato del Vaticano, al quotidiano La Stampa. Il cardinale Sodano, ricordiamo, fu nunzio pontificio in Cile dal 1977 al 1988, durante gli anni del governo di Augusto Pinochet. Il dittatore lo insignì della Gran Croce dell'Ordine del Merito; Sodano ricambio impegnandosi in seguito per il rilascio del generale, responsabile – secondo l'attuale governo cileno – di almeno 3.191 omicidi.

il cardinale Angelo Sodano
L'intervista è rilasciata a Paolo Mastrolilli, corrispondente tutto insieme – a proposito di pluralismo dell'informazione – per Avvenire, Radio Vaticana e La Stampa nella vera capitale dell'Impero, a New York.
"Ora bisogna aiutare il governo Allawi. In Europa si discute sulla legittimità del nuovo esecutivo [in carica a Baghdad], e forse il giudizio della storia sull'intervento in Iraq sarà severo. Però va considerato un fatto: questo figlio è nato. Sarà anche illegittimo, ma ora c'è, e bisogna educarlo ed allevarlo."
Con questa somma dichiarazione di ipocrisia, il cardinale approva l'uomo imposto al potere dagli occupanti. La resistenza irachena? "Bande criminali che approfittano della mancanza di autorità." Sodano sembra aderire in pieno alla teoria della democrazia espansiva, oggi più o meno dimenticata dagli stessi neoconservatori:
"I terroristi sanno che se una democrazia stabile prendesse piede a Baghdad metterebbe in difficoltà anche i paesi vicini come l'Iran e l'Arabia Saudita, dove ancora si va in prigione per il possesso di un Crocefisso".
Inutile dire che almeno in Iran, non si va certamente in carcere per il possesso di un crocifisso. Dopo una battuta sul "facile antiamericanismo" degli europei, Sodano dice
"Negli USA i valori religiosi sono molto sentiti. Ciò fa onore a questo grande paese dove si è creato un modello di società che deve far riflettere anche gli altri popoli."
Sodano, certamente non riferendosi a Guantanamo, si auspica anche l'introduzione di un nuovo pretesto per fare guerre ovunque:
"Da parte della Santa Sede vi è l'auspicio che si introduca nella Carta delle Nazioni Unite un principio nuovo, e cioè la possibilità, anzi il dovere, di un 'intervento umanitario' in casi conclamati, in cui i diritti umani all'interno di una nazione siano calpestati."
Lo stesso giorno, Vittorio Emanuele Parsi è ricomparsi sull'Avvenire per ricordare all'Occidente e all'Europa il "dovere" di rafforzare la presenza militare in Iraq, tramite la NATO. Parsi definisce sbrigativamente chi si oppone "i peggiori terroristi e criminali", contro i quali l'Europa deve mandare "decine di migliaia di soldati" a dar man forte agli americani.
Sandro Magister commenta:
"Un editoriale così impegnativo, di domenica e in prima pagina sul giornale dei vescovi, non può essere frutto del caso. Nasce da una decisione presa ai più alti livelli della Chiesa."
Ora, io non so bene cosa siano i "più alti livello della Chiesa" in questo momento, visto che Karol Wojtyla sembra decisamente fuori gioco. Ma chiunque siano, nel giro di meno di una settimana, hanno deciso di lanciarsi nel pieno sostegno agli invasori della Mesopotamica.
C'è qualcosa di paradossale in tutto questo.
L'Impero fu fondato da imprenditori e uomini di guerra che non hanno mai amato la "pagana Babilonia" di Roma. L'Impero americano è il culmine di quel furioso movimento, di quella distruzione di paesaggi e di tradizioni che è il capitalismo senza freni, che tutto livella e tutto trasforma in pura quantità, in numeri intercambiabili. Perché l'Impero ha bisogna di un'istituzione apparentemente così arcaica come il Vaticano, e perché il Vaticano ha bisogno dell'Impero?
Questo è il terzo di una serie di articoli sulla svolta filoamericana del Vaticano. In cui si sondano le basi sociali e teologiche, la manovre dietro le quinte, i precedenti… se il discorso si fa complesso e lungo, portate pazienza.
"Ma quante sono le menti umane capaci di resistere alla lenta, feroce, incessante, impercettibile forza di penetrazione dei luoghi comuni?"
Primo Levi, La Tregua
La benedizione vaticana sull'invasione dell'Iraq, con tutto ciò che implica – la fine della legalità internazionale, il diritto illimitato di rapina e di devastazione concesso all'Impero, la negazione di ogni diritto alla resistenza – è un evento di enorme importanza, che sembra aver attirato poca attenzione.
Forse perché appartiene alla sfera del dominio più che a quella del potere.
È una distinzione importante. Il potere ha una sua tecnica. I trucchi con cui Berlusconi si assicura le rendite di tre reti TV, o con cui una più modesta cooperativa industriale di sinistra si garantisce l'appalto di un comune, sono noti a tutti, perché costituiscono la maggior parte dei grandi scandali che ci offrono il quotidiano Libero per il Polo, o il quotidiano Repubblica per l'Ulivo.
È la cronaca, insomma, delle miserie umane. Piena di segreti; ma quei segreti, una volta svelati, sono facili da capire.
Ma esiste anche la tecnica del dominio, e qui le cose sono molto meno chiare. La tecnica del dominio riguarda, ad esempio, la creazione dei luoghi comuni. Le parole d'ordine che nessuno può criticare, senza essere completamente emarginato (o magari ricadere sotto qualche legge speciale): L'Occidente, la civiltà giudaico-cristiana, l'economia di mercato, il terrorismo ci minaccia, il dovere di portare la democrazia nel mondo, l'integrazione di chi è disposto a rispettare i nostri costumi…
"Il processo cui viene sottoposto un testo letterario, se non già nella previsione automatica dell'autore, in ogni caso dello staff di lettori, curatori, revisori, ghost writers, dentro e fuori dagli uffici editoriali, supera in compiutezza qualunque censura. Rendere completamente superflue le funzioni di quest'ultima sembra […] l'ambizione del sistema educativo".
Horckheimer e Adorno (Dialettica dell'illuminismo, Einaudi, 1997, p. 5) si riferivano al mondo dei libri. Ma basta pensare ai vari talk-show dove tante persone possono parlare, in diretta e senza censura; eppure nessuno viola mai i confini interiorizzati del dominio. Tutti sono sempre d'accordo con i presupposti fondanti.
I luoghi comuni nascono un po' per generazione spontanea, ma sono anche in gran parte creazioni deliberate di quelli che possiamo chiamare i tecnici del dominio.
Il luogo comune vivente, sappiamo, è Oriana Fallaci. Eppure Oriana Fallaci non sarebbe rinata, se non ci fosse stato tutto l'apparato della RCS a trasformarla in un prodotto industriale. Con un contorno di innumerevoli strani personaggi. Prendiamo ad esempio un certo Alessandro Corneli, di cui difficilmente avrete sentito parlare, ma che sembra un uomo infinitamente più colto e intelligente dell'ammiratore medio della Fallaci. Insegna in un corso di giornalismo all'università LUISS di Roma, tiene corsi alla scuola del SISDE e del SISMI e alla SSAI (Scuola superiore amministrazione interno) del Viminale. Collabora con Il Sole 24 ore, Il Foglio di Ferrara e Per Aspera ad Veritatem, la rivista ufficiale del SISDE. E dirige un'enigmatica agenzia che si chiama Global Research & Reports Group.
Ora, cosa suggerisce Corneli ai suoi allievi, futuri esperti di sicurezza oppure di giornalismo? Gente che scriverà articoli, oppure indirizzerà le decisioni dello stato italiano con le informazioni che fornisce.
Su un sito significativamente intitolato "Pagine di Difesa", Corneli afferma:
"Il Corriere della Sera (3 aprile) ha pubblicato un estratto del nuovo libro di Oriana Fallaci "La forza della ragione". Ne raccomandiamo a tutti la lettura. Lo stesso giorno, l'editoriale, di Piero Ostellino, ha fissato alcuni punti."
Infatti, accanto alla retorica di Oriana Fallaci, troviamo il suo più serio (e importante) compare Piero Ostellino, che fissa le regole per "combattere" il "terrorismo globale" e per imporre agli immigrati di "rispettare le regole" del nostro mondo: Ostellino capisce abbastanza bene il meccanismo del capitalismo per capire che di immigrati non si può fare a meno; ma si pone il problema di come sottometterli. Ostellino, Corneli e Oriana Fallaci sono – in maniera diversa – imprenditori del luogo comune e tecnici del dominio.
I tecnici del dominio lavorano a stretto contatto con uomini d'affari, politici e militari, e certamente guadagnano molti soldi, ma sono un'altra cosa, perché sono al servizio di tutto il sistema nel suo insieme. Individualmente, possono fare molti mestieri, dal docente universitario al giornalista, o più semplicemente il consulente, cioè il tecnico del dominio a tempo pieno.
Negli Stati Uniti, i tecnici del dominio si riuniscono da decenni nei laboratori del dominio, comunemente noti come think tank, che vengono finanziati dalle fondazioni. Cioè da emanazioni non tassabili delle più grandi imprese del mondo. Nelle fondazioni esistono commissioni molto ristrette che decidono a chi dare milioni di dollari e a chi no. E in queste commissioni troviamo quasi sempre gli stessi nomi, che poi sono quelli dei principali neoconservatori.
I laboratori del dominio forniscono analisi, informazioni e linee guida alle imprese, al governo, ai media, al complesso militare. Sempre, a prescindere se al potere sia la "destra" o la "sinistra" (per usare le categorie europee).
I laboratori del dominio sono soprattutto americani, ma hanno propaggini sempre più diffuse nel mondo.
Su questo sito abbiamo parlato dell'Acton Institute, un laboratorio del dominio che ha pensato bene di aprire una sede a Roma per essere al posto giusto quando Karol Wojtyla finirà di viaggiare per il mondo.

L'Acton Institute ha un'impronta decisamente di destra. L'Aspen Institute è più ampiamente imperiale: ne fanno parte Margaret Thatcher, Jimmy Carter e Condoleezza Rice. Nei suoi seminari si formano i potenti del mondo, dai dirigenti della Rockfeller Foundation ai giornalisti del New York Times.
È un organismo che abbiamo incontrato poco fa, nella persona di Marta Dassù, che ha firmato assieme a Giuliano Ferrara, Piero Ostellino e Vittorio Emanuele Parsi un appello a sostegno dell'intervento europeo a fianco degli americani, nell'invasione dell'Iraq.
L'Aspen Institute ha sedi in vari paesi, e ha anche una fiorente filiale italiana, con sede in Piazza Santi Apostoli 49 a Roma. A leggere le sue dichiarazioni ufficiali, sembra che sia una fabbrica tritanuvole: cosa mai vuol dire che
"L'Aspen Institute Italia è un'associazione internazionale non-profit dedicata alla discussione, all'approfondimento e allo scambio di conoscenze, informazioni e valori."
Questa vaghezza assoluta di fini non sembra scoraggiare i suoi finanziatori. La lista completa si trova sul sito dell'Istituto, e sono talmente importanti che è difficile fare una selezione. Citiamo a caso e solo dalla lettera "A", Alcatel Alitalia Assicurazioni Generali Autostrade SpA… Chi gestisce questi finanziamenti? Il presidente mondiale è Walter Isaacson. Tutti conosciamo la CNN, pochi conoscono l'Aspen Institute. Eppure Isaacson ha rinunciato al proprio ruolo di presidente della CNN pur di passare all'Aspen: evidentemente lo sentiva come una specie di promozione. Gianni De Michelis è stato il presidente della sezione italiana dal 1985 al 1992. L'organigramma attuale è:
Presidenti Onorari
Cesare Romiti (presidente della RCS), Carlo Scognamiglio

Carlo Scognamiglio su uno sfondo significativo
Presidente Giulio Tremonti (casualmente membro anche della Fondazione Res Publica e della Fondazione Liberal)
Vice Presidenti John Elkann, Enrico Letta, Paolo Savona (Vicario), Lucio Stanca (Tesoriere)

Un'amica ci ha inviato questa foto del matrimonio di John Elkann con Lavinia Borromeo. La torta aveva la forma della sede della FIAT sormontata dal simbolo dei Borromeo. Gli impiegati FIAT al matrimonio erano preoccupati di quale reparto sarebbe caduto per primo sotto i colpi del coltello impugnato dagli sposi.
Segretario Generale Giuseppe Cattaneo
Presidente degli Amici di Aspen Ennio Presutti
Direttore Generale – Programmi Internazionali Direttore Aspenia Marta Dassù
Direttore Generale – Programmi Nazionali Giovanna Launo
Direttore Amministrativo Adelia Lovati
Alla faccia di tutti coloro che maledicono il neoduce Berlusconi, o al contrario temono il comunista Prodi, Panorama ci rivela che Tremonti – bersaglio di tanti attacchi da parte della sinistra – ha già scelto il proprio successore. È l'ulivista Enrico Letta… E così la rivista Aspenia, diretta da Marta Dassù, che proviene dal Cespi (Centro Studi di Politica Internazionale), ha come direttore responsabile e assidua collaboratrice Lucia Annunziata, che gli ingenui ancora considerano "di sinistra".
Una dettagliata biografia di Lucia Annunziata racconta la storia di questa signora, formatasi nella redazione del Manifesto, ex-compagna di Luigi Manconi dei Verdi, passata al Corriere della Sera a lavorare sotto il suo amico, l'ex-militante di Potere Operaio Paolo Mieli; mentre lavora al Corriere, fa amicizia con Gianfranco Fini e con Maurizio Gasparri.
"Nell'88 sposa Daniel Williams, giornalista del "Washington Post", con una grande festa in un club esclusivo newyorchese e 250 invitati. Anche Andreotti le invia un mazzo di fiori alto tre metri."
Passa poi a Raitre dove lavora con Letizia Moratti; poi grazie a Massimo D'Alema diventa direttore del Tg3, con l'appoggio, si dice, di Gianfranco Fini. Dopo la Rai, passa a lavorare per Il Foglio di Giuliano Ferrara. Aderisce all'USA Day di Ferrara e su Panorama dell'ottobre 2001 esalta Oriana Fallaci. E approda alla presidenza della Rai grazie al sostegno di D'Alema e di Casini.
Questa trasversalità la ritroviamo ancora in un pranzo che l'Aspen ha organizzato per festeggiare l'ex-ambasciatore USA in Italia, Richard Gardner, militante del partito democratico, nel settembre del 2004: tra gli ospiti Piero Fassino, Furio Colombo ("non in qualità di direttore dell'Unità bensì come ex-presidente di Fiat America"), Francesco Cossiga, Tonino Maccanico, Mario Sarcinelli e Lucia Annunziata, Carlo Scognamiglio, Giorgio La Malfa, Ferdinando Salleo (oggi, consulente di Capitalia) e Mario Pirani. Un quadretto del futuro che ci attende se ci libereremo da Berlusconi e una spiegazione spero sufficiente del motivo per cui non voto. Nel nostro futuro, polista e ulivista, c'è poi un incubo tutto particolare: i 69 "Aspen Junior Fellows" che si affacciano alla conquista dei mercati,
"un network internazionale di giovani ad alto potenziale formato dai ragazzi che hanno preso parte ai progetti "Aspen per la Nuova Leadership."
Questo gruppo di ambiziosetti cresce sotto la tutela del ministro Lucio Stanca.
Alla festicciola per l'ex-proconsole americano, c'era anche Gianni Letta (la cui moglie è Gianna Fregonara, giornalista del Corriere della Sera). Ora, secondo i pettegoli, Berlusconi lo starebbe preparando per il ruolo di prossimo presidente della Repubblica. Suo nipote, Enrico, invece, mirerebbe a dirigere non solo l'Aspen Institute, ma tutta la sinistra: il suo proclama, "il centrosinistra non si faccia del male chiedendo il ritiro delle truppe", sarebbe, si dice, una maniera per mettersi in luce presso l'Impero come concorrente a Prodi. Così ci potremmo trovare lo zio al Quirinale e il nipote a Palazzo Chigi.
O forse non succederà nulla di tutto ciò. Ma qualunque cosa succederà, succederà più o meno all'interno del mondo Aspen.
Potrei continuare con una lunga lista di interessi incrociati dello stesso tipo. Siccome non intendo scrivere un elenco telefonico, preferisco cercare di tirare qualche conclusione.
Prima di tutto, i laboratori del dominio sono un argomento di cui non parlano né i politici né i giornalisti, visto che loro stessi o ne fanno parte, o sognano di farne parte.
Tra le poche persone che hanno invece il coraggio di parlarne, molte tendono a commettere, a mio avviso, un errore perfettamente comprensibile. Credono che l'Aspen – o i Bilderberg, o altre simili confraternite – siano mele marce, corpi estranei che agiscono in proprio, per imporre al mondo qualche ideologia. Appena lo dicono, vengono brutalmente stroncati come "complottisti".
Direi che la cosa è più semplice: organismi come l'Aspen, o l'Acton Institute, sono veramente importanti, ma sono un ingranaggio fondamentale di un enorme sistema sociale. Sono un'emanazione dei miliardari che li finanziano, e a loro volta permettono ai miliardari riuniti insieme di dettare la linea alle istituzioni dello stato, ai media, al mondo militare, alla culturale, alla cosiddetta "opinione pubblica".
E di farlo con qualunque governo ci sia al potere. Che scegliamo Gianni Letta o Enrico Letta, ci troveremo sempre qualcuno del giro dell'Aspen.
Un altro punto interessante è che tutti i laboratori del dominio, in Italia, fanno riferimento agli Stati Uniti, che si tratti di laboratori transnazionali come la Aspen o di laboratori indigeni, ma filoamericani, come la Fondazione Liberal. Gianni Letta ed Enrico Letta hanno uno spazio enorme in Italia, ma rendono sempre conto agli Stati Uniti. Come Fassino e l'Annunziata.
Infine esiste tutta una rete di persone che per i motivi più vari veglia in Italia affinché ogni contestazione allo stato di cose rimanga rigorosamente divisa. L'anno scorso, circa 2000 persone hanno firmato un appello a sostegno del popolo iracheno che resisteva contro l'invasione. Tra i firmatari, sette o otto furono identificati come "fascisti". Tutte persone prive di qualunque peso politico o economico e che non avevano mai fatto male a nessuno. Su questa sciocchezza, fu costruita una delle più feroci campagne di linciaggio della storia recente d'Italia, all'insegna della lotta contro il "fronte rosso-bruno" o contro il "grande complotto islamonazicomunista".
Questa campagna fu condotta da una curiosa coalizione che andava da Fulvio Grimaldi, rancoroso estremista di sinistra, a Magdi Allam e dal settimanale storico dell'estrema destra liberista americana, National Review a certi centri sociali.
Contro l'immaginario "fronte rosso-bruno" sorse così il vero fronte rosso-azzurro, se per azzurro intendiamo Forza Italia, gli USA e Israele. Ma la cosa suscitò poco sdegno.
Eppure gli azzurri di oggi sono infinitamente più pericolosi e potenti dei bruni. Mentre i bruni possono scrivere articoli apologetici su Benito Mussolini su qualche microscopica mailing list, gli azzurri sono in grado di decidere lo smantellamento dei servizi sociali, gli omicidi di massa che chiamiamo guerre, il saccheggio di terre lontane.
E la loro alleanza con i "rossi" (o i rosa pallido) – non solo con gli ex come Ferrara o Bondi, ma con chi ancora oggi si proclama "di sinistra", come Fassino o Lucia Annunziata – assicura la fine della democrazia.
La cultura italiana ama discutere delle grandi astrazioni. "Destra e sinistra sono sempre concetti validi?", ad esempio.
Io non lo so se lo sono. Ma non lo sono certamente per la comitiva che festeggiava l'ex ambasciatore Gardner.
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Il nemico ideologico
Che cos’hanno in comune Umberto Eco e Cesare Geronzi, Romano Prodi e Fedele Confalonieri, Paolo Mieli e Gianni De Michelis, Tommaso Padoa Schioppa e Giulio Tremonti, Mario Pirani e Francesco Cossiga, Lucia Annunziata e Cesare Romiti, Enrico Letta e Francesco Caltagirone? E cosa lega tutti questi nomi alla figura di Henry Kissinger?
Quando un individuo si trova di fronte al proprio nemico ideologico può reagire in tanti modi più o meno ostili: può rifilargli una manganellata nei denti, dare fuoco alla sua abitazione, saltare sul grembo della moglie incinta del rivale; può mostrargli il ditaculo o alzare le mani in segno di resa; può gambizzarlo, lapidarlo, scotennarlo, impiccarlo per i piedi; se l’individuo in questione è segnato da una grandezza morale con pochi riscontri nella storia dell’umanità può, a seconda dei casi, impugnare la frusta o porgere l’altra guancia senza che chi assista alla scena resti spiazzato e possa cadere in equivoco male identificando protagonisti e ragioni dello scontro. In questi casi, per l’osservatore è facile comprendere lo stato delle cose e prendere posizione.
Quando un individuo ha la possibilità e i mezzi per contrastare l’evasione fiscale ed allo stesso tempo va a braccetto con l’evasore fiscale, oppure dice di battersi per la libertà di pensiero ed allo stesso tempo va a braccetto con chi, il pensiero, lo uccide a reti unificate, oppure si erge a paladino dei più deboli ed allo stesso tempo va a braccetto coi più forti, oppure si preoccupa di diffondere appelli a difesa della democrazia in pericolo ed allo stesso tempo va a braccetto con coloro che alla democrazia attentano, il compito dell’osservatore, che nei casi sopraccitati coincide con l’occhio del comune cittadino ed elettore, diventa ingiustamente arduo e la sensazione di essere preso velatamente per il culo comincia a farsi strada, soprattutto nelle menti meno ignare.
Proprio così. Quando ho scoperto che anche Umberto Eco fa parte del comitato esecutivo dell’Aspen Institute Italia non ho potuto fare a meno di ripensare a quella sera all’osteria Clementina, dopo il voto del 9 Aprile, in cui un incazzatissimo Armando, preoccupato dall’atteggiamento eversivo dei berluscones vedeva la democrazia (se mi passate il termine) italiana ancora a rischio mentre l’autore de “Il nome della rosa” nonché cittadino onorario di Monte Cerignone, dall’alto delle sue conoscenze gettava acqua sul fuoco: probabilmente, sempre in quei giorni, all’Aspen Institute s’era organizzata una spaghettata.
Basta fischi. Avanti con gli sputi
Bologna – Fischiati dalla piazza i rappresentanti delle istituzioni, da Cofferati a Tremonti.
E' successo nell'anniversario della strage alla stazione durante la manifestazione in memoria dei caduti - a proposito: io, in quel maledetto 2 Agosto 1980, ero a Rimini in vacanza, il telegiornale, inizialmente, parlò di fuga di gas. Che voi sappiate, quante stazioni ferroviarie nel mondo sono saltate in aria, negli ultimi venticinque anni, a causa di una fuga di gas? -
Sdegno e condanne piovono da una consistente parte della nostra italietta politica, da destra a sinistra, ben coadiuvata dalle solite, affilate, squadriste penne di regime. Quelle penne che si trovano in regalo assieme ai Rolex in regalo e che, al posto dell’inchiostro, utilizzano una miscela di colore nero composta da bava e peli di culo mangiucchiati.
In modo che possiate farvi un’idea abbastanza precisa della vicenda, pubblico un articolo di Ernesto Galli della Loggia, dal Corriere della Sera del 3 Agosto, e la difesa puntuale di Marco Travaglio (sempre lui, lo so, anche perché è uno dei pochissimi che ancora va a inchiostro), dalle pagine dell’Unità del giorno successivo.
Perché, è proprio vero, le vittime della strage, e della storia di questo paese, continuano a morire e la mano è ancora e sempre la stessa.
Riccardo Gambuti
L'invettiva come rito
di Ernesto Galli della Loggia
Un Paese bambino inguaribilmente maleducato e fazioso: questa è l'immagine dell'Italia che ci consegna la piazza di Bologna che ieri ha accolto con una prolungata salva di fischi e di improperi i rappresentanti delle istituzioni e del governo alla commemorazione della strage della stazione. Salva di fischi e di improperi che si ripete regolarmente da venticinque anni a questa parte, qualunque sia la maggioranza, qualunque sia il clima politico, qualunque faccia compaia sul palco.
In effetti gli immancabili fischi bolognesi del 2 agosto non esprimono dissenso verso qualcuno o verso qualcosa di preciso. Essi sono piuttosto la traduzione sonora del rifiuto di un'idea: l'idea che ad un certo punto il passato, qualunque passato, vada non già dimenticato (ripeto, non già dimenticato) ma accolto nella memoria per ciò che esso è stato, e dunque anche con tutte le sue oscurità, le sue ambiguità, le sue contraddizioni. Invece no: in Italia il passato non deve passare mai, neppure dopo venticinque anni dal fatto, neppure dopo un quindicennio da che è diventata definitiva la sentenza che ha condannato all'ergastolo i due neofascisti colpevoli della strage e ha indicato le complicità di cui essi godettero.
E' per l'appunto a non farlo mai passare che serve la continua, ossessiva evocazione — a cui si applica da anni una disinvolta congrega formata da familiari delle vittime, da giornalisti «democratici», da magistrati e uomini politici alla ricerca di consensi — l'ossessiva evocazione, dicevo, degli «ispiratori e mandanti», naturalmente ancora e sempre nell'ombra, delle «coperture» naturalmente mai rivelate, della «strage di Stato» naturalmente mai provata. Poco importa che la magistratura italiana non sia certo nota per la sua subalternità al potere, che da tempo in tutte le segrete stanze della Repubblica si siano succeduti esponenti delle più diverse tendenze politiche e dunque anche della sinistra, che per anni e anni abbia indagato su tutte le stragi una apposita commissione parlamentare presieduta sempre da uomini al di sopra di ogni sospetto: no, tutto questo non importa nulla di fronte alla possibilità di continuare a celebrare il rito dell'invettiva vestendo i panni gratificanti dei paladini della verità (presunta).
A quel rito partecipa certo da protagonista la sinistra radicale, che cerca di esserne anche la principale fruitrice politica. Ma in realtà la mobilitazione della piazza bolognese rimanda a qualcosa di profondo che si agita largamente e da sempre nelle viscere del Paese e che va assai oltre la destra e la sinistra. E' la profonda, storica ineducazione politica della società italiana che appena può inclina irresistibilmente verso il qualunquismo. Quella società italiana che ha bisogno di credere che lo Stato faccia sempre schifo, sia sempre nel torto, non sia capace di nulla, perché in realtà ne teme, essa per prima, inconsciamente, la giustizia e l'efficienza eventuali; quella società italiana, ancora immersa in un primitivismo ideologico plebeo, che pensa infantilmente che chi detiene il potere non possa che essere un farabutto o un ladro, che l'avversario politico sia un nemico da vilipendere e da distruggere; che vuole continuare a non farsi mai l'esame di coscienza per credersi esente da ogni responsabilità per i mali del Paese.
Avere difensori tratti da questa schiera, per gli italiani uccisi il 2 agosto 1980, in un certo senso è come essere vittime una seconda volta della storia del proprio Paese.
Corriere della Sera – 3 Agosto 2005
Chi fischia chi scorda
di Marco Travaglio
Il 2 agosto di ogni anno, puntuale come i temporali di mezza estate, una «disinvolta congrega» di «maleducati», «faziosi», «ineducati», «qualunquisti» affetti da «infantilismo e primitivismo ideologico» si dà convegno a Bologna con la scusa di ricordare la strage del 1980, ma in realtà con il preciso scopo di guastare le vacanze a Ernesto Galli della Loggia.
Il noto pensatore sottovuotospinto ha pazientato per ben 25 anni. Ora ha deciso di dire basta, sulla prima pagina del Corriere della Sera, con un vibrante attacco alla «disinvolta congrega formata da familiari delle vittime, giornalisti “democratici”, magistrati e politici alla ricerca di consensi». La piantino, i farabutti, con l’«ossessiva evocazione degli “ispiratori e mandanti”».
La finiscano col «rito dell’invettiva» e con gli «immancabili fischi ai rappresentanti del governo». Non disturbino il manovratore e lascino riposare il pensatore, sennò diventa nervoso e ce lo rimane per tutto l’anno. Perché «a un certo punto il passato va accolto nella memoria per ciò che è stato, con tutte le sue oscurità, ambiguità, contraddizioni».
Insomma, «il passato deve passare».
Hanno avuto mogli, figli e genitori scannati da quella bomba fascista? Se ne facciano una ragione e l’accolgano nella memoria con tutte le sue oscurità, ambiguità e contraddizioni.
Che ci vorrà mai? Invece schiamazzano sotto la Loggia del Galli, gli infantili faziosi. «Si credono esenti da ogni responsabilità per i mali del Paese». Rifiutano di farsi «l’esame di coscienza», per sé e per i loro morti, che vi si sono appositamente sottratti 25 anni fa. Già. Che ci facevano quegli 85 scioperati tutti insieme alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980? Potevano starsene a casa. Potevano dividersi fra le stazioni di Cesenatico, Terontola e Casalecchio.
Invece no, tutti assembrati alla stazione di Bologna alla stessa ora, gli ineducati qualunquisti: e poi a una Mambro e a un Fioravanti non devono prudere le mani. Per lo tsunami son morte ben più di 84 persone, ma in Indonesia non staranno certo a menarla fino al 2029.
«Il passato deve passare», quindi per favore dall’anno prossimo aboliamo questa seccante cerimonia del 2 agosto.
O facciamo come con Tangentopoli: lasciamo che siano i colpevoli a riscrivere la storia. Una bella orazione di Mambro & Fioravanti e non se ne parli più. O magari del senatore Cossiga, che ci illustrerà la pista islamica spuntata fuori l’altro giorno.
Lasciando Galli Della Loggia e passando alle cose serie, resta la questione dei fischi. Nello speciale galateo tracciato dal regime col filo spinato per delimitare ciò che possiamo fare e ciò che non possiamo fare, il fischio a ministri, sottosegretari, portaborse e affini è severamente proibito.
Finora in nessuna democrazia nessuna legge, penale o morale, aveva mai vietato le contestazioni. Che, anzi, sono la regola a teatro, all’opera, ai concerti, allo stadio, in qualunque pubblica manifestazione artistica, sportiva e ludica. Un tempo anzi, quando il politically correct ancora non ammorbava la vita civile, dai loggioni partivano robusti lanci di ortaggi e di materiali organici. Poi ci si limitò a manifestare il proprio disappunto fischiando. Ma non è raro, in Paesi civilissimi come quelli anglosassoni e scandinavi, assistere a lanci di torte contro presidenti e ministri.
Nel grande Truman Show berlusconiano, invece, si può scendere in piazza solo per applaudire. Vietato fischiare. Ma non a tutti: solo a chi contesta il regime. Nel qual caso i fischi diventano «odio», «violenza», «demonizzazione», anticamera del terrorismo. Se invece i fischi sono contro gli avversari del regime, tornano a essere quel che sono in ogni Paese serio: un effetto collaterale, sgradevole ma sacrosanto, della democrazia.
Nella campagna elettorale del ’96, in due assemblee della Confcommercio, Prodi si confrontò con Berlusconi e fu sonoramente fischiato. Entusiasmo della stampa e delle tv berlusconiane, nessuno che parlasse di odio.
Nel 2002 Giuliano Ferrara invitò i suoi lettori a recarsi al Festival di Sanremo non per fischiare, ma addirittura per «lanciare uova marce» contro Roberto Benigni. Appello caduto ovviamente nel vuoto per mancanza di lettori (ma Benigni, da allora, non è più lo stesso). L’altro giorno, sempre sul Foglio, Antonio Socci invitava i ciellini a fischiare Gianfranco Fini al prossimo Meeting di Rimini, così impara a votare No al referendum.
Nessuno, giustamente, ha parlato di odio. Le cronache parlamentari riportano ogni giorno scambi di insulti, quando non di calci e di pugni, fra gli eletti dal popolo. Teodoro Buontempo invita i camerati a «sodomizzare Casini, non in senso metaforico».
Carlo Giovanardi tappezza l’Emilia di manifesti che paragonano a Hitler gli avversari della legge sulla fecondazione. Berlusconi e Fini, dopo aver esposto l’Italia al rischio di attentati inviando truppe di occupazione in Iraq, accusano Prodi di esporre l’Italia al rischio di attentati per aver chiamato occupanti gli occupanti.
Bossi parla di fucilate e mitragliate da mane a sera, prima e dopo i pasti. Il ministro Calderoli guida cortei con bare per seppellirvi i giudici Papalia e Forleo. Berlusconi insulta da dieci anni i magistrati con ogni sorta di calunnie e accusa l’opposizione di voler seminare «terrore e morte» una volta vinte le elezioni. Taormina va al tribunale di Milano e domanda: «Il giudice Carfì non è ancora morto? Lo odio».
Poi, al primo fischio che si leva in lontananza da una piazza, questi raffinati stilnovisti arrotondano la bocca a cul di gallina e fanno gli schizzinosi. «Aiuto, ci odiano, attentato!». E chiamano la pula.
Il rito dell’«unanime condanna ai fischi» è talmente ridicolo che non vi abboccherebbe nemmeno un lontano parente di Giovanardi. Invece abboccano quasi tutti, da destra a sinistra, perché l’impostura è diventata pensiero unico, ripetuta 24 ore su 24 a reti ed edicole unificate.
«Non si fischiano i ministri». Per smontarla basterebbe un bimbo che si levasse dal coro per domandare: «E chi l’ha detto? Perché mai non si può fischiare?». Qualcuno dirà: chi fischia «fa il loro gioco», «cade nella trappola» di chi non aspetta altro per scatenare la canea.
E chi se ne importa. Tanto, avendo in tasca tutta l’informazione che conta, la canea la scatenano anche se non succede niente. Il rubinetto dello scandalo e dello sdegno l’hanno in mano loro. Lo aprono e lo chiudono a piacimento. Perché mai, allora, cedere al ricatto e rinunciare via via ai nostri elementari diritti civili? Per scansare qualche calunnia che tanto arriva comunque?
Due anni fa, a commemorare la strage, il regime mandò il ministro Lunardi, quello che «con la mafia bisogna convivere». Nel suo discorso agli attoniti bolognesi, sottolineò i danni che la bomba del 1980 aveva causato al materiale rotabile: un incidente ferroviario, ecco. Fu sacrosantamente fischiato, il minimo che si potesse fare. Unanime sdegno del mondo politico. Non per le parole di Lunardi, ma per quei fischi così inurbani.
Quest’anno han mandato Tremonti, che andrebbe fischiato solo per la faccia che porta. Ai primi fischi, The Genius ha ironizzato con quella boccuccia da uova fresche: «Bella piazza». E giù altre bordate, liberatorie, sacrosante. Onestamente: che altro si può fare, di nonviolento, quando si ha di fronte un Tremonti, se non fischiare?
Naturalmente i fischi non erano soltanto per lui e la sua boccuccia. Ma anche per il governo del tesserato 1816 della loggia P2 (il cui gran maestro, insieme ad altri confratelli, fu condannato per i depistaggi della strage). E per una maggioranza piena di vecchi camerati e nuovi difensori di Mambro & Fioravanti, oltre ad alcuni vecchi amici di Cosa Nostra, l’altra organizzazione terroristica che ha insanguinato l’Italia a suon di stragi (quel Casini che ora parla di «macabro rituale dei fischi» è lo stesso che telefonò macabramente la sua «amicizia e stima» a Dell’Utri alla vigilia della condanna per mafia).
Una maggioranza che ha abolito la commissione Stragi, che fa la guerra alla giustizia e all’antimafia, che si ostina a coprire col segreto di Stato qualcosa che noi non conosciamo, ma che lorsignori devono conoscere benissimo.
Ora, che deve mai fare un cittadino comune che vuole semplicemente la verità sui mandanti occulti di quella strage e di tutte le altre? È giusto criticare i fischi. Perché fischiare è troppo poco.
L'Unità – 4 Agosto 2005

