Archivi per la categoria ‘titarcord’
Facciamo festa

Per tutti i tifosi di Monte Cerignone ed anche per Egidio.
Franca Zerbini – o meglio, mia zia Franca
Su quel muro, in una fotografia ingiallita negli angoli, si vede al centro una ragazza bruna, che sorride nel vento impercettibile. Guarda diretta nell’obiettivo di una macchina fotografica, in mano ad una qualche persona cara. Il tempo passa attraverso lo sguardo, ed esiste, si fa carta fotografica, in bianco e nero.
Una ragazza bella, giovane e felice, a fianco alle mura. E’ la figlia di Quinto il falegname, che ha la casa di fronte al monastero delle Maestre Pie e dell’Assunta di Mercatale, che è giù a casa a preparare il coniglio in porchetta. Suo fratello Roberto è in giro chissà dove, e Giuliano, il fratellino che mai si staccava da lei tanto da essere chiamato "Giuliano della Franca", è a Firenze all’Accademia dei Carabinieri.
E’una ragazza che sogna l’amore, e che molti ragazzi di Monte Cerignone han messo in cima alle preferenze: piace così, allegra, così diversa dalle solite ragazze, legge poesie e racconta barzellette forti, da far venire giù i tavoli.
Passano le corriere, passano e portano un bel soldato, che l’innamora e la porta via con sè, la bella Franca di Monte Cerignone.
E’ il tempo che impasta le cose, e la polvere bianca si alza nel sole.
Chiude il monastero, il falegname invecchia e chiude la bottega, e poi va a dormire per sempre in cima alla collina tra i cipressi. Cipressi, cipressetti miei, che in duplice filar portano in cima alla collina, e anche sua moglie lo raggiunge, dopo una vita piena di nipoti e miele, e fatiche.
Il tempo calcina le cose, l’orto e le api, nascono le sue figlie, due ragazze, una prende le sue poesie, l’altra i suoi capelli ed il viso, mentre Franca invecchia vicino al Po ed al suo bel soldato, mescolando lo scorrere della vita con le borse di verdure inviate ai parenti, a Roberto ed alle sue galline, a Giuliano, il fratellino prediletto -vicino col cuore ed i pensieri- ma lontano, carabiniere a Rimini.
Monte Cerignone è il luogo degli incontri negli anni, dei racconti dei vecchi fatti e delle risate, delle battute. Incontri larghi, felici, attorno ad una tavolata imbandita, o per raccogliere il miele del nonno. E poi, per due volte, per portarli ad attendere la Risurrezione della Carne in alto, sulla collina dalla quale si vede il Conca ed il paese.
Poi si alza la polvere, e d’improvviso, dopo la preghiera mattutina, Franca, la bella Franca che sorrideva a qualcuno molti anni prima, in una foto in bianco e nero, dopo aver raccontato ancora qualcosa al suo fratellino preferito di sessant’anni che era venuto a trovarla in ospedale, e aver riso ancora del tempo passato e del domani, dopo aver visto innumerevoli tramonti da una terrazza sull’Oltrepo’ pavese, ha un breve sorriso.
E poi chiude gli occhi, pieni di ricordi, per non farli scappare mai più.
Samuele Zerbini
E se spegnessimo questo motore?
La neve, o la ami, come me, o la odi, come mia sorella.
Si potrebbe pensare che chi la odia sia per via del freddo che si porta inevitabilmente dietro. Non credo sia così, suppongo si tratti piuttosto delle sensazioni, dei ricordi, anche inconsci, che riusciamo ad associare ad essa. L’mi babbo, sett’antanni, non l’ammetterebbe, forse ormai davvero non gli fa più né caldo né freddo, ma sono certo che fondamentalmente, quando arriva, prova ancora un po’ di quell’euforia che quel cheto o veemente nevicare mette addosso ai ragazzini, impazienti e incontentabili, speranzosi che Dio ne mandi a più non posso.
Almeno a me faceva e fa ancora un po’ quest’effetto. E credo di non essere l’unico: mi pare di aver ravvisato la stessa euforia, ad esempio, in quel "burdlon" del Fabino che l’altra sera, mentre insieme alla Mary, sua dolce ma soprattutto pazza metà, cenava all’Osteria, accortosi che aveva ricominciato a nevicare, ogni tanto buttava l’occhio fuori dalla finestra per controllare che non smettesse. Vedendo che scendeva piuttosto pesante, anche per via del fatto che c’era poco vento, mi è uscito detto che quella che veniva giù, sembrava più pioggia che neve: non l’avessi mai fatto, immediata è stata la sua replica, a contraddirmi, per esorcizzarne l’eventualità.
Certo, associare la neve all’euforia, uno pensa subito male ma vi garantisco che nel nostro caso non c’entra proprio per niente, si tratta di una droga naturale, sana, più sana che mai.
Stavo dicendo: …non è tanto il freddo che può fartela odiare …mi raccontavano i miei di quando un tempo, nelle loro case di pietra con finestre dalle cui fessure entravano spifferi grandi quanto pantegane, la mattina si svegliavano con le coperte imbiancate e le lenzuola gelate, e non in senso figurato ma nel vero senso della parola, c’erano veramente i candelotti al letto!
Nonostante ciò, nonostante i geloni ai piedi e alle mani, la maggior parte di loro la neve l’adorava ugualmente. Poiché in mezzo alla neve e sulla neve ci si poteva divertire. E’ ancora così, credo sia così da sempre, almeno lo è per i bambini.
Mi ricordo l’ultima vera bufera, fu nel febbraio del ’91, era carnevale, si tratta anche di uno degli ultimi ricordi che ho del povero Buda, una delle rare occasioni in cui nel periodo terminale della sua vita avemmo modo di vederlo allegro, sorridente. Fu una vittima, giusto per fare una macabra associazione, non tanto della "neve" quanto dello "zucchero"… ricordo che passò la notte di carnevale insieme a noi prima che Schiavi, il Merlo, Perlina ed io ci staccassimo dal gruppo che invece decise di far rotta verso Pereto e quindi verso casa de lozar per trascorrervi un insolito giovedì grasso. Noi restammo a fare i salti nel vuoto, di schiena sulla neve altissima, dalle panchine della piazza alle scalette della Menga fin tanto che talmente intirizziti da non sentire quasi più le gambe, decidemmo d’andarcene a casa a dormire. Ma questa è un’altra storia fatta di ricordi un po’ belli e un po’ tristi.
Quell’anno, dicevo, ne buttò giù quasi come in passato, in quello più remoto intendo, quando ricordo il tetto delle mie vecchie case che completamente sommerso, arrivava a formare un tutt’uno con il manto nevoso che ricopriva il suolo. Non fu proprio così ma c’andò parecchio vicino, se non altro nei tempi e nei modi: ci mise poco più di un giorno a fare circa un metro di neve e questa era talmente ghiacciata che veniva spazzata via dal vento e modellata come fosse sabbia. Dove cadeva non bagnava neppure.
Finita la tempesta, di solito tornava il sereno ed il ghiaccio durava anche giorni e settimane, perfino nelle strade.
Purtroppo già quella volta non andò così, nel giro d’un paio di giorni "cambiò l’aria", arrivò la nebbia e poi cominciò a piovere.
Odio la pioggia che segue una nevicata, è come trovarsi all’improvviso senza speranza, come se la fatica di giorni svanisse in pochi istanti.
Sono di quelle giornate che come raccontava Herman Hesse in un capitolo del suo "Vagabondaggio", sembra che il diavolo abbia sputato nella minestra:
"… Gocce di pioggia tambureggiano nell’acqua bassa della riva, un vento freddo e umido dissoda gli alberi bagnati, ed essi mandano bagliori plumbei, come pesci morti. Il diavolo ha sputato nella minestra. Niente è al proprio posto, niente risuona. Niente rallegra e riscalda. Tutto è desolato, triste, sporco. Tutte le corde sono stonate. Tutti i colori falsati.
Io so perché è così. Non si tratta del vino che ho bevuto ieri, e neppure si tratta del tempo piovoso. Diavoli sono venuti ed hanno reso stridente in me ogni corda. La paura è tornata, paura da sogni infantili, da favole, da destini di scolaretti. La paura, l’essere circondato dall’irrevocabile, la malinconia, il disgusto. Che sapore insipido ha il mondo! Come è terribile che domani ci si debba di nuovo alzare, di nuovo mangiare, di nuovo vivere! Perché mai si vive? Perché si è così stupidamente bonari? Perché non si giace più a lungo nel lago? A ciò non vi è rimedio …"
Odio, sebbene mi debba rassegnare all’idea che siano utili, gli spazzaneve, con le loro prepotenti pale meccaniche e il loro incessante andirivieni. Ai tempi della scuola, scorgerne il rumore da sotto le lenzuola, significava che bisognava comunque alzarsi per andare a prendere la corriera. Odio le strade malconcie per via del sale che scioglie gelo e asfalto, odio lo stesso asfalto, grigio, scuro, bagnato che riaffiora a tratti dalla neve raschiata via fino all’ultimo strato.
Un tempo quando nevicava andava sistematicamente via la luce, a casa mia era occasione per riaccendere il camino e per rispolverare candele, lumi e acetilene. Tutto ciò per me rappresentava quello che viene definito focolare domestico.
So che momenti come questi saranno sempre più rari, se non addirittura irripetibili, nella mia vita, se è vero, che come si dice, il mondo ha la febbre.
Amo la neve soprattutto per il silenzio che oltre al freddo si porta con se. Tutto sotto la neve tace. Scende soave e come un manto pietoso copre ogni cosa, donandoci l’illusione che anche le corde più stonate, come diceva Hesse, possano tornare a vibrare in sintonia con le altre.
E mi arreca un sollievo infinito, un piacere incommensurabile pensare, o per lo meno riuscire ad ingannarmi, che per un po’ il mondo se ne stia fermo e quieto, che si sia spento quel motore inarrestabile che ci porta avanti quasi tutti quanti….
Mi piace la neve perché sebbene fredda infonde calore. Sarà per via del fatto che tanto freddo accentua il desiderio ed il piacere di goderne.
Cultura Rom
Premetto che avevo iniziato a scrivere queste righe come commento al post intitolato "Tor di Quinto" ma poi, visto che come sempre ne è uscito fuori un trattato (scusatemi ma la sintesi purtroppo non è una mia prerogativa), ho pensato fosse il caso di pubblicarle sotto forma di nuovo post.
Quando penso ai ROM mi vengono in mente le zingare con i loro vestitoni lunghi e i bambini sempre appresso che un tempo, stando ai racconti dei miei genitori, passavano a bussare alle nostre case per chiedere la carità. Odiatissime in quanto mandavano maledizioni a chi non offriva loro niente e nello stesso tempo assai temute in quanto ritenute in grado di predire il futuro.
Mia sorella le odiò a lungo perché da piccola prese uno spavento enorme con una di queste che tuttavia non aveva davvero nessuna colpa. La colpa anzi era in parte dei miei genitori e dei miei nonni che le avevano riempito la testa di storie, tutte da verificare, sugli zingari che "portavano via" i bambini. Probabilmente, come accade oggi era accaduto anche in passato, lo si era sentito alla radio o lo si era letto sui giornali, che qualche zingaro si fosse preso con se dei bambini per poi usarli allo scopo di mandarli a chiedere l'elemosina, o forse chissà, magari li aveva rivenduti a qualche famiglia senza prole. In ogni caso non credo che questa fosse la regola. Quando dunque volevano che facesse la brava e che non si allontanasse da casa le dicevano "valà valà ch'at fèm purté via da li stròlghe!!!" (come tutti sanno, le zingare nel nostro dialetto sono le "strolghe", termine che probabilmente ha il significato di "astrologhe"). Un giorno d'estate in cui era rimasta sola in casa con il mio nonno Grispin accadde il fattaccio. Grispin riposava in una stanza all'ultimo piano in quanto secondo costui più fresca di tutte le altre (mio nonno aveva le sue strane idee). Mia sorella stava scendendo spensieratamente le scale quando aperto il portone d'ingresso si ritrovò di fronte una zingara col suo lungo sottanone e col proprio pargolo seduto su un gradino. L'equivalenza fu fulminea: "è venuta a prendermi la strolga!" e allora di corsa dal nonno! Da lì fino in cima alle scale fu il buio più completo e giunta da costui, non le veniva manco più il fiato per raccontargli l'accaduto. Per fortuna la zingara, nel frattempo, se l'era già data a gambe levate perché conoscendo mio nonno [1] e il suo attaccamento alle nipotine, credo sia stato un bene che quella strolga sia sparita prima che Grispin riuscisse ad affacciarsi al terrazzo.
Erano ovviamente molto furbe e la loro scaltrezza derivava appunto dal fatto di aver sempre vissuto "alla giornata", d'espedienti. Mia zia e mia mamma un giorno se ne ritrovarono in casa due, erano sole con le bambine e quindi un po' impaurite ma più che altro temevano le fatture e le maledizioni. Iniziarono come sempre col chiedere un po' di carità così mia zia diede loro un piccolo formaggio. Queste avendo facilmente ottenuto una mano, tentarono di prendersi tutto il braccio e dunque cominciarono a domandare prima un po' di prosciutto, poi del pane, quindi delle uova e così via. Mia zia ad un certo punto si disse -adesso basta!- così prese un po' di coraggio, andò in cucina, tirò fuori il "lasagnolo" e minacciando di darlo loro sulla schiena e poi di andare a chiamare il marito (che però in realtà non c'era) le cacciò via in malo modo. Queste se ne andarono a gambe levate imprecando e lanciando maledizioni.
Perché era proprio su questo che contavano, sulla "bocaloneria" della gente. Dicevano di saper vedere nel futuro, leggevano la mano, facevano e disfacevano le fatture e con il loro strano abbigliamento mediorientale incutevano un certo timore. L'ignoranza, l'ingenuità, la maggior disposizione della civiltà contadina di un tempo ad accogliere i "bisognosi" nelle proprie case, facevano la restante parte.
Ricorda mio babbo che quand'era ragazzino, verso la fine degli anni quaranta o forse nell'immediato dopoguerra, gli zingari arrivavano coi loro carrozzoni trainati da cavalli e si piazzavano al campo sportivo o nel prato dove ora stanno i depuratori.
Si ricorda di un perenne fumo denso che usciva dai loro accampamenti e dice che secondo lui era il fumo dei forni usati per fondere il metallo.
Un giorno si presentarono da mia nonna asserendo di essere in grado di aggiustare le padelle rotte o bucate così questa diede loro un paio di caldai in rame da rattoppare.
Questi tornarono con due pentoloni sottilissimi. Secondo mio babbo avevano sciolto via il rame riducendoli all'osso. Io non ho idea di cosa avessero potuto fare ma certamente non potevano averli sciolti, al limite potevano aver limato via del metallo e poi aver fuso la limatura, ma molto più probabilmente li avevano semplicemente sostituiti con un paio di caldai di qualità più mediocre oppure, ma ci conto davvero poco, ripuliti di tutta la fuliggine che certamente avranno avuto.
Fatto sta che quei caldai pesavano molto meno di prima.
Mio babbo ancora ride quando racconta questa storia perché il bello viene solo ora, oltre al pacco ci fu infatti anche il doppio pacco e il contropaccotto: una volta restituiti i caldai, dissero a mia nonna che bisognava farci delle "chiarature" per fare in modo che sulla superficie esterna si producesse una crosta che li avrebbe resi più robusti e duraturi. Una chiaratura, per chi non sapesse cosa sia, consiste nel cospargere e strofinare qualcosa con la chiara dell'uovo. Ovviamente i tuorli, che per la chiaratura non servivano, se li bevevano… devo dire che erano proprio dei geni!!! tuttavia non posso non associarmi al dispiacere della mia povera nonna bocalona nel vedersi restituire due sottili padelle d'alluminio al posto dei due bei paioli di rame che aveva dato loro.
Racconta ancora mio babbo che all'epoca non potevano sostare in un luogo per più di tre giorni a meno che il Comune concedesse loro una proroga di un giorno o due.
Dice mia madre, la quale tuttavia ha ricordi più offuscati, che sapevano davvero fare un sacco di mestieri, erano abili a fare tante cose e, dico io, certamente avevano imparato anche l'arte di "arrangiarsi". Però non erano dei ladri nel senso stretto del termine, magari dei raggiratori, questo sì, o meglio degli imbroglioni. Spesso tuttavia si limitavano ad elemosinare e a predire il futuro.
Solo in seguito al radicale cambiamento del nostro paese che proprio in quell'epoca fu soggetto ad un impensabile sviluppo, mai visto prima, a mio avviso si determinarono le condizioni per una degenerazione della loro cultura e del loro stile di vita. In quegli anni cambiarono le campagne e cambiarono le città, l'Italia divenne un paese altamente industrializzato, la televisione rese tutti quanti un po' più scaltri. Credo che le popolazioni nomadi non avessero più abbastanza opportunità di sopravvivere in un contesto simile mantenendo al contempo una tradizione ed uno stile di vita dignitosi.
Ai giorni nostri, quando mi si parla di Rom mi vengono in mente loschi figuri ancor più degenerati, che vivono nella miseria, in baracche paragonabili a porcili, uomini che a volte picchiano le loro mogli sfruttandole insieme ai loro figli, spesso probabilmente dei truffatori, dei ladri, degli spacciatori, chi lo sa. Non so se questo sia vero solo nel mio immaginario oppure se sia realmente così tuttavia credo che la figura di molti Rom odierni non si discosti molto da questo profilo.
Un'ulteriore degenerazione dunque persino rispetto agli zingari di qualche decennio fa che abbandonate le varie arti che conoscevano e praticavano si limitavano ormai a domandare la carità e a mandare maledizioni.
Questa è un po' l'idea che ho io dei Rom oltre ovviamente a quella di giostrai (vedi i baracconi alle fiere di San Giuseppe e San Gregorio) e circensi ma ora visto che il commento della Robi (Absentia) lasciato nel post "Tor di Quinto" mi ha fatto riflettere su una cosa, ovvero sul fatto che noi non abbiamo la più pallida idea di quella che sia o perlomeno sia stata la cultura romanì, ho deciso di approfondire un po' l'argomento.
La prima cosa che mi sono chiesto è stata questa: chi sono e da dove provengono?
L'opinione prevalente è che provengano dall'India da cui sembra se ne siano dovuti andare intorno ad un migliaio di anni fa. Questa tesi si basa sul fatto che nel loro DNA è stato riscontrato un tipo di cromosoma comune, molto diffuso all'interno delle comunità Rom ed estremamente raro al di fuori del popolo indiano, nonché per altre particolarità del loro stesso DNA. Un altro indizio deriverebbe inoltre dalla loro lingua (il romanì) che sembra essere molto simile al sànscrito.
Studi diversi mirano a demolire questa tesi sostenendo che non è sufficiente basarsi sulla lingua e su fattori genetici per determinare le origini di una popolazione.
Basta infatti pensare agli ebrei. Questi sono sparsi in tutto il mondo ed hanno assunto i caratteri genetici ed imparato la lingua dei luoghi in cui si sono stanziati. Non per questo possiamo dire che gli ebrei o perlomeno la loro civiltà, abbia origini argentine, russe, polacche o tedesche.
Per questo ci sono tesi miranti a sostenere che la popolazione Rom non sia altro che una delle varie conseguenze della diaspora ebraica. La religione, monoteista e tanti altri aspetti della loro cultura li avvicinano infatti in maniera impressionante alla cultura giudaica. Avendo vissuto in India per diversi secoli potrebbero essere stati contaminati dai caratteri genetici di queste popolazioni cosiccome la lingua potrebbe aver subìto una pesante influenza indiana ma la religione, nonché l'organizzazione sociale, il diritto, il modo di concepire il lavoro e di rivolgersi a chi non fa parte della loro comunità (usando ad esempio il termine "impuri") e tantissimi altri dettagli della cultura Rom li pongono assai più vicini alla civiltà giudaica che a qualsiasi altra cultura o subcultura indiana.
In definitiva quindi è possibile che i Rom non siano altro che ebrei fuggiti in India e da qui, costretti nuovamente ad andarsene, spostatisi nell'Europa dell'Est, soprattutto Romania e Ungheria, ed in Spagna dove esistono le comunità più numerose. Gruppi minori sono attualmente sparsi, o lo sono stati, un po' in tutta Europa e persino in Sud America.
Chiarito ciò mi sono domandato: com'è organizzata da un punto di vista sociale la comunità Rom? Perché il lavoro non rientra nella loro cultura? Qual è la loro cultura?
Anche qui ho imparato un sacco di cose che non sapevo. Per esempio che esiste (o forse esisteva fino a qualche tempo fa) un consiglio superiore degli anziani che dirime le controversie tra membri della comunità Rom. La non accettazione di tali regole determina l'esclusione sociale o l'allontanamento. Pertanto hanno anche una sorta di diritto.
La loro religione impedisce loro di svolgere certi lavori, solo nelle epoche più recenti, a causa appunto del fatto che non sono riusciti ad adattarsi al cambiamento del mondo si sono dovuti dare all'arte dell'arrangiarsi.
Di seguito un estratto di una pagina di un sito (http://www.imninalu.net/Romsinti.htm) dedicato alle origini e alla cultura di Rom e Sinti:
Credenze
Il credo dei Rom mostra le seguenti caratteristiche:
·Stretto monoteismo, senza la minima traccia d'aver praticato nel passato alcuna presunta religione politeista o panteista.
·Il carattere molto personale di Dio, Chi è accessibile e con Chi è possibile persino discutere (concetto ebraico) – non è irraggiungibile come Allah e neanche relativamente accessibile come nel cristianesimo, che usualmente necessita d'un Mediatore per avere un contatto personale con Lui.
·L'esistenza d'un mondo spirituale, che consiste in spiriti puri ed impuri (concetto ebraico) e rappresentano il bene ed il male in costante lotta – questa concezione è originalmente ebraica, anche se ha una marcata influenza zoroastrica, risultato naturale dell'esilio assiro/babilonese/persiano e sviluppato nella stessa maniera del giudaismo kabbalistico, mostrando un'evoluzione contemporanea della spiritualità romanì ed il giudaismo mìstico nel medesimo ambiente.
·La credenza nella morte come passaggio definitivo al mondo spirituale (concetto ebraico). No c'è la minima traccia dell'idea della reincarnazione.
·La persona morta è impura durante il suo viaggio verso il regno degli spiriti (concetto ebraico), e tutte le cose connesse con la sua morte sono impure, come lo sono anche i suoi parenti durante il periodo di lutto (concetto ebraico). Ulteriori dettagli verranno descritti nel prossimo argomento, "marimè".
·La destinazione dei Rom dopo la morte è il Paradiso, mentre che i gagè possono essere redenti e meritare il Paradiso se sono stati buoni con i Rom – concetto identico a quello giudaico di "giusto tra i Goyim".
Questi parametri di fede trascendono qualsiasi religione "ufficiale" che i Rom possano confessare. Ci sono generalmente aspetti tradizionali e rituali che appartengono alla loro confessione d'adozione, i quali i Rom esprimono in modo pittoresco ed osservano con grande rispetto, come la "pomana", una pratica della chiesa ortodossa, o altre cerimonie. Ci sono altri elementi complementari di natura piuttosto superstiziosa, tutti i quali risalgono al culto del fuoco dell'antica Persia. Alcuni di questi sono considerati validi all'interno della loro società, come avere sempre il fuoco acceso in casa, giorno e notte, inverno ed estate (una tradizione ancora osservata dalle famiglie più conservatrici, mentre generalmente sta evolvendosi verso l'uso d'un fuoco "simbolico" come la TV sempre accesa anche se di fatto nessuno la guarda). Altri costumi si praticano solo esteriormente, come divinazione, chiromanzia, tarot, ecc. nelle cui potenti virtù i Rom non credono ma usano queste pratiche come fonte di guadagno dall'ambiente gagè. Questo è stato imparato dagli antichi magi ed alchimisti Persiani.
Ci sono fondati motivi per credere che i Rom erano già cristiani sin dal primo secolo e.c., cioè, prima di giungere in India o durante il primo periodo del loro soggiorno in quella terra, ed è una ragione per cui non hanno adottato alcun elemento indù nella loro concezione religiosa. Risulta infatti che i Rom erano molto ben informati sul cristianesimo quando entrarono in Europa, anche se non avevano avuto la possibilità d'aver mai letto la Bibbia. C'e qualcosa di misterioso nella spiritualità romanì che negli ultimi decenni li ha portato verso un approccio genuino verso i movimenti evangelici (la forma di cristianesimo più vicina al giudaismo, senza santi né culto delle immagini) ed ultimamente ad un passo successivo verso il giudaismo messianico. Non c'è nessun altro popolo sulla terra che abbia esperimentato un così numero di conversioni praticamente in massa in così poco tempo. Il fatto interessante è che tale fenomeno non è il risultato d'attività missionaria ma d'una volontà autonoma e spontanea (di fatto, i gagè avrebbero difficilmente intentato d'evangelizzare gli "zingari", devoti alle arti occulte e la stregoneria, secondo le comuni vedute pregiudicate). Contro ogni probabilità, molti Rom di diversi Paesi e quasi simultaneamente, senza connessione tra di essi, esperimentarono conversioni ed iniziarono a leggere la Bibbia. Adesso l'attività missionaria è svolta dai Rom e Sinti stessi. Questo può avere una spiegazione se si comprende che esiste un legame atàvico che è particolare della spiritualità romanì. La maggioranza dei Rom adesso stanno abbandonando gli elementi del culto del fuoco e tradizioni ancestrali proibite dalla Torah, come la pomana, la divinazione e cose collegate ad essa.
Una congettura fattibile (osservazione: una congettura) può essere che il loro primo approccio verso la fede cristiana abbia a che fare con i biblici magi che adorarono il fanciullo Yeshua di Natzaret; evidentemente, essi non erano semplici adoratori del fuoco Persiani, ma gente che aspettava il Messia promesso ad Israele, quindi, Israeliti del Regno di Samaria che a quel tempo erano già completamente immersi nel culto zoroastrico, ma tuttavia speravano nella redenzione del proprio popolo. Documenti storici riportano che nel primo secolo e.c., si verificarono conversioni di massa in Assiria, dove gli Apostoli sono andati a riscattare "le pecore perdute" della Casa di Israele, giacché molti di loro erano ancora in quella regione. Altri Apostoli raggiunsero l'India per lo stesso motivo. Un fatto curioso è che i popoli discendenti degli antichi Israeliti recentemente scoperti in India erano quasi tutti cristiani, non indù o d'altra fede. La totale assenza d'elementi indù nella spiritualità romanì deve avere un significato.
Le leggi di purezza rituale, "marimè"
Il concetto romanì di "marimè" equivale alla forma negativa del concetto ebraico di "kosher"; il primo indica impurità rituale, mentre il secondo si riferisce alla purezza rituale. Oltre a questa diversità di punti di vista, l'essenza è la stessa (è come dire se il bicchiere è mezzo vuoto o mezzo pieno). Ciò ch'è marimè per un Rom, non è kosher per un Giudeo, quindi entrambi prenderanno le dovute misure per non contaminarsi con tali cose, oppure se si tratta d'un inquinamento necessario ed inevitabile, entrambi seguiranno determinate regole di purificazione. Nello stesso modo che la kashrut giudaica, le regole sul marimè sono un valore fondamentale nella società romanì, le quali definiscono i limiti comportamentali all'interno del loro àmbito sociale e spirituale e condizionano i loro rapporti con il mondo esterno (la società gagè).
I Rom classificano tutto in due categorie: "vuzhò" (=kosher, puro) o "marimè" (impuro). Tale distinzione riguarda in primo luogo il corpo umano, ma s'estende al mondo spirituale, alla casa o al campo, agli animali e le cose.
·Il corpo umano: le regole concernenti le parti del corpo umano che devono ritenersi impure sono esattamente le stesse che troviamo nella Torah Mosaica (Levitico, cap. 15). In primo luogo, gli organi genitali, perché portano flussi dal corpo interiore, e la parte inferiore del corpo, perché si trova sotto i genitali. La parte superiore esterna del corpo è pura, e la bocca in primo luogo. Le mani sono in stato di transizione, perché devono svolgere atti sia puri che impuri, quindi devono essere lavate in modo particolare, ad esempio, se si deve mangiare dopo aversi allacciato le scarpe o alzato dal letto (il letto è impuro perché a contatto con la parte inferiore del corpo). Quando le mani sono state contaminate, devono essere lavate con un sapone appositamente adibito a questo scopo, ed asciugate con un panno altrettanto destinato per questo, per renderle pure. Diversi saponi e panni per asciugare si usano sempre per le parti superiore ed inferiore del corpo, e non possono essere scambiati.
·Vestiti: devono differenziarsi accuratamente perché vanno lavati separatamente, in recipienti adibiti ad ogni categoria. I panni impuri devono sempre lavarsi nella bacinella marimè, e quelli puri sono ancora differenziati dalle tovaglie e tovaglioli da tavolo, che hanno il proprio recipiente. I vestiti della parte superiore del corpo e quelli dei bambini si lavano nella bacinella vuzhó, mentre i vestiti della parte inferiore vanno in quella marimè. Tutti i vestiti della donna durante le mestruazioni sono impuri e quindi si lavano con gli articoli marimè. L'unico popolo che applica queste regole di lavaggio a parte i Rom sono i Giudei.
·Il campo: prima della recente urbanizzazione forzata, la dimora romanì era il campo piuttosto che la casa. Il campo gode dello stato di purezza territoriale, per cui i bisogni fisiologici devono espletarsi fuori dalle sue vicinanze (o gli eventuali gabinetti igienici si costruiscono fuori dal campo); quest'è un precetto giudaico (Deuteronomio 23:12). Anche la spazzatura dev'essere gettata via ad una distanza accettabile dal campo.
·Nascita: la nascita di un bambino è un evento impuro e deve avvenire in una tenda isolata appena fuori dal campo, quando è possibile. Dopo la nascita, la madre è considerata impura per quaranta giorni, soprattutto durante la prima settimana: questa regola è esclusiva della Torah Mosaica – Levitico 12:2-4 -. Durante questo periodo, la donna non può essere in contatto con elementi puri o svolgere attività come cucinare oppure comparire in pubblico, soprattutto in presenza degli anziani; ella non può assistere ai servizi religiosi. Le sono assegnati piatti, bicchieri e posate, che vanno gettati via una volta trascorsi i 40 giorni di purificazione; i vestiti che ha indossato ed il suo letto sono bruciati, come anche la tenda o altra dimora dove è stata durante quei 40 giorni. Questa legge è sconosciuta a tutti i popoli eccetto i Giudei e i Rom .
·Morte: così come nella Legge Giudaica, la morte di qualcuno comporta impurità rituale per tutti e tutto ciò che abbia avuto relazione con quella persona in quel momento. Tutto il cibo presente nella casa al momento della morte è buttato via, e tutta la famiglia è impura per tre giorni. Regole particolari devono essere osservate, come lavarsi con sola acqua, senza sapone per non fare schiuma; è vietato pettinarsi o radersi, così come spazzare, forare, scrivere o pitturare, fare fotografie, e varie altre cose. Gli specchi vanno coperti. Il campo dove la morte è avvenuta è abbandonato e trasferito altrove, o la casa è venduta. L'anima del morto si crede sia errante per tre giorni di purificazione prima di raggiungere la dimora finale: questo non si trova nelle Scritture Ebraiche, ma è un'idea comune in certe correnti mistiche giudaiche. Il concetto che il contatto con un corpo morto comporti impurità non esiste in nessuna tradizione antica eccetto nella Bibbia Ebraica (Levitico 21:1). Com'è stabilito dalla Legge Giudaica, anche fra i Rom il morto dev'essere seppellito e non può essere incenerito.
·Cose: possono essere marimè per natura o per uso, o essere contaminate per circostanze incidentali. Qualunque cosa che viene a contatto con la parte inferiore del corpo è impura, come le scarpe, sedie, ecc., mentre i tavoli sono puri. Le regole riguardanti queste leggi sono descritte in Levitico 15 ed altre Scritture Ebraiche.
·Animali: i Rom considerano gli animali puri o impuri, anche se i parametri per definirli sono diversi da quelli giudaici. Per esempio, cani e gatti sono marimè perché si leccano, cavalli, asini ed ogni animale da sella è impuro perché la gente ci si siede sopra, e così via. Gli animali impuri non si possono mangiare.
·Spiriti: gli spiriti maligni sono marimè, che è un concetto ebraico.
Leggi matrimoniali
Il fidanzamento e matrimonio romanì si celebrano nello stesso modo che nell'antico Israele. I genitori d'entrambi sposi svolgono un ruolo essenziale nel disporre la dote della sposa ed il matrimonio si celebra all'interno della comunità Rom, senza alcuna partecipazione delle istituzioni gagè. In caso che la ragazza scappa via con il suo fidanzato senza il consenso dei genitori, la coppia è considerata come sposata a tutti gli effetti, ma la famiglia dello sposo deve pagare un risarcimento a quella della sposa, che generalmente equivale al doppio della dote. Questo risarcimento si chiama "kepara", una parola che ha lo stesso significato dell'ebraico "kfar" (Deuteronomio 22:28-29). Il pagamento della dote da parte della famiglia dello sposo è una regola biblica, esattamente l'opposto di quanto avviene nei popoli indiani, in cui sono i genitori della sposa a pagare a quelli dello sposo.
C'è un precetto particolare che dev'essere osservato per consolidare il matrimonio, il "panno di prova di verginità", che dev'essere mostrato alla comunità dopo il primo rapporto sessuale – questa regola si trova nella Torah, Deuteronomio 22:15-17. Certamente, in caso di una coppia fuggitiva tale regola non ha alcun senso e di conseguenza non viene osservata.
Comportamento sociale
Così come i Giudei, i Rom assumono diversi parametri comportamentali per i rapporti con il proprio popolo e per l'interazione con gli altri, e si può stabilire con certezza che le opposizioni Rom/gagè e Giudei/goyim sono regolate in maniera assai simile, magari identiche in quasi tutti i dettagli.
Siccome i gagè non conoscono le leggi che regolano il marimè, essi sono sospetti d'essere impuri o si assume che lo siano, di conseguenza, i Rom non alloggiano in case dei gagè e non mangiano con i gagè; alcuni Rom nemmeno entrano in una casa di gagè – la stessa usanza si trova nell'antico Israele, ed è tuttóra praticata dai Giudei ortodossi. I gagè che diventano amici dei Rom sono ammessi una volta che sono al corrente delle regole fondamentali da osservare in modo di non offendere la comunità, e dopo aver superato delle "prove" d'affidabilità. In altre situazioni, le istituzioni gagè sono usate come "zona franca", dove si possono svolgere attività impure necessarie – un esempio tipico è l'ospedale, che permette d'evitare la sistemazione d'una tenda apposita per le nascite.
Cortesia, rispetto ed ospitalità sono obbligatorie fra i Rom. Quando si salutano l'uno l'altro si deve domandare per le rispettive famiglie desiderando a tutti i membri bene e salute, anche se s'incontrano per la prima volta e di fatto non si conoscono le famiglie. L'autopresentazione include i nomi dei genitori, avoli e quante generazioni si ricordino – il nome e cognome anagrafici non hanno alcuna rilevanza; i Rom si chiamano come nell'antico Israele, A figlio di B, figlio di C, della famiglia dei D. Questo sistema è comunque comune a molti popoli medioorientali, tuttavia il modo come lo formulano i Rom è assai biblico.
Le cause giudiziarie fra i Rom si devono presentare all'assemblea degli anziani della comunità , come prescritto nella Legge Mosaica. L'assemblea degli anziani Rom si chiama "kris", ed è una vera e propria Corte di Giustizia, le cui decisioni devono essere ubbidite, altrimenti la parte ribelle può essere messa al bando dalla comunità romanì. I casi generalmente non sono così gravi da non potersi risolvere con il pagamento di un'ammenda, come regolato dalla Torah (Esodo 21:22; 22:9; Deuteronomio 22:16-19).
Ci sono molti altri aspetti che possono essere di secondaria importanza, che in ogni caso ricordano antiche regole e costumi israeliti. Purtroppo, tali particolari si stanno perdendo con le nuove generazioni (come molti si sono persi anche tra i Giudei) perché il sistema della società moderna restringe la libertà dell'individuo e delle comunità "esotiche". Tuttavia, i sentimenti e le tendenze romanì devono essere prese in considerazione, perché corrispondono ad un'eredità psicologica ancestrale trasmessa da generazione in generazione, in maniera inconsapevole ma risalendo alle vere origini. Per esempio, i Rom non sono affatto attratti dalla cultura o la musica indiana (inoltre, le donne Rom hanno un tono di voce grave, in contrasto con le cantanti indiane, un particolare che può essere insignificante, ma forse no), mentre hanno sempre prediletto la musica del Medio Oriente. In Europa dell'Est, la maggioranza delle espressioni folk sono ebraiche o romanì, e spesso la stessa opera è attribuita all'una o all'altra di queste tradizioni. I complessi "klezmorim" erano spesso composti da Rom insieme ai Giudei, e lo stile di jazz europeo è stato coltivato dai Rom come dai Giudei. Il flamenco probabilmente nacque tra i Giudei Sefaradim prima della loro espulsione dalla Spagna, e fu successivamente sviluppato dai Gitani che rimasero in quel Paese. In altri aspetti, i Rom hanno una grande abilità commerciale (e se devono lavorare in società, i Giudei sono preferiti) e quelli che scelgono un inserimento professionale nella società gagè usualmente preferiscono le stesse carriere scelte dai Giudei (forse per motivi collegati alle leggi di purezza rituale, che non permettono ogni sorta d'attività). Per ultimo ma non meno importante, i Rom fanno distinzione tra i comuni "gagè" ed i Giudei, che non sono ritenuti come gagè a tutti gli effetti ma come una categoria intermedia che osserva le leggi di purezza rituale e di conseguenza non sospetti d'essere marimè.
Si tratta di una ricerca sulle loro origini che descrive usi e costumi assai lontani da quella che probabilmente è ridotta la cultura Rom odierna.
In ogni caso tutto ciò è semplicemente volto a rispondere ad un'invito o meglio, un'esortazione fattami di nuovo da Absentia: "Bingo, non fare confusione tra i Rom e chi è caduto in disgrazia…".
Insomma, forse non si tratta di gente caduta in disgrazia nel senso più stretto che questa frase può assumere (anche se comunque la diaspora, ebraica o meno che sia, cui da secoli è costretta, direi proprio non sia una condizione di grazia) tuttavia ritengo che qualcosa sia degenerato all'interno della loro società e del loro modo di vivere e non solo (anzi, in buona parte non di certo) per volere loro.
E così concludo questa lunga disgressione sulla cultura e tradizioni Rom.
[1] Imbarcato, durante il servizio militare, probabilmente prima che ebbe inizio la guerra del 15/18, sull'Orione, presso il porto di Trieste, da qui fu trasportato in Africa, presumibilmente nel sud della Somalia. Nairobi, che tuttavia si trova in Kenya e nomi di altre città sono infatti quelli che stando ai ricordi di mio babbo, mio nonno pronunciava più spesso. A quanto pare doveva trovarsi a Couluck o Kouluck o chissà come si scrive tuttavia non posso dirlo con certezza perché non sono neppure riuscito a risalire alla precisa localizzazione di questo posto. Sembra descrivesse spesso il mercato dove venivano vendute le donne tutte avvolte nei loro abiti (islamici?) e sghignazzava per le fregature che si prendevano gli acquirenti convinto che le più belle i venditori se le tenessero strette per loro. Ricordava i lunghi colli inanellati delle ragazze, le mammelle altrettanto lunghe che si caricavano sulle spalle e i loro giganteschi padiglioni auricolari per via degli enormi buchi che si praticavano nei lobi.
Al ritorno sbarcò a Taranto e durante il viaggio si trovò nel bel mezzo di una tempesta, mare forza nove, che costrinse l'equipaggio della nave a gettar via beni e bestie. E' rimasta impressa nella sua memoria la morte di tanti poveri muli caduti dalla nave (o molto più probabilmente gettati intenzionalmente a mare) secondo il quale morirono non tanto per annegamento quanto piuttosto per via del fatto che entrò loro in pancia l'acqua dal sedere che quindi li costrinse ad "affondare". Sopravvisse dunque alla malaria e perfino ad una tempesta ma poi si trovò sul Piave rosso sangue e quando lo descriveva faceva sempre una certa impressione. Qui si salvò solo perché con abile scaltrezza si disse capace di fare le iniezioni e venne quindi assegnato al reparto infermeria. Come racconta mio babbo, aveva la penna, faceva parte dell'artiglieria di montagna, probabilmente era un alpino e durante un'azione di guerra gli esplose una granata "quasi sotto il culo", volò di qualche metro e sopravvisse mentre il compagno che si trovava a suo fianco rimase sepolto nella trincea in cui era appostato. Disse: "provai a scavare, mo dio grezia a fuggia!!!". Fu insignito di diverse medaglie al valore tra cui quella dei Cavalieri di Vittorio Veneto.
Contrabbandò la foglia (che non era marijuana ma un surrogato del tabacco), per sopravvivere, durante la seconda guerra mondiale. Una volta ne perse un'intera botte che rotolò dal bosco dove di nascosto i "contrabbandieri" transitavano, ovvero da quasi incima al monte San Paolo, fino in fondo alla valle e dunque fino al letto del fiume Conca.
Si fece qualche settimana di galera per colpa del prete che testimoniò a suo sfavore quando diede "un pugno nel muso" all'ingiusto fattore che lo voleva fregare e col quale aveva avuto da ridire sulla spartizione del raccolto. Il fattore, durante la discussione si avventò sul fucile con l'intenzione di spianarlo addosso a mio nonno, questi a sua volta si avventò sul fattore e lo stese prima che costui potesse portare a termine la sua mossa. Purtroppo non fu difficile farlo passare dalla ragione al torto e i carabinieri non misero dentro il fattore bensì, come sempre accade, il più "purett". Non contava nulla che avesse fatto la guerra e passato diversi anni in Africa. Il mondo non era poi così diverso da adesso.
Fu accompagnato a suon di "vinghiate" dalla Rocca fino al ponte grosso durante il periodo fascista quando si rifiutò di votare per Mussolini.
Erano lui e il suo compagno d'avventure, certo Andrea'd Tibirin.
La notte di quello stesso giorno aspettarono i fascisti, che venivano da fuori a fare il lavoro sporco (i locali probabilmente sarebbero stati troppo teneri o forse se ne sarebbero vergognati o molto più verosimilmente sarebbero potuti andare incontro a qualche sorta di rappresaglia), appostati dietro un canneto e spararono due colpi di fucile contro il camion che li stava riportando a casa, probabilmente in quel di Rimini. Li condussero ad inseguirli fino ad un passaggio forzato (un passetto) rivolgendo loro esattamente queste parole: "ades nit olta un per volta!". Erano solo due, i fascisti invece un camion intero. I primi due beccarono un fracco di mazzate e finirono ammollo nell'acqua del fosso che avrebbero dovuto superare, degli altri nessuno osò più attraversare il passetto.
Quegli stessi fascisti, raccontava, avevano costretto il padre di Gig d'Bonasera ovvero proprio Bonasera in persona ad appiccare un fuoco e metterci dentro i piedi.
Durante la ritirata tedesca alla fine della seconda guerra mondiale, un soldato tedesco, probabilmente affamato ma certamente di buoni principi, stava mietendo il campo di polenta che mio nonno aveva piantato.
Grispin non ci stava e cercando di dissuaderlo a smettere, continuava a ripetergli che quel mais non era solo suo ma anche del padrone.
Il camerata gli domandò: "quale tuo e quale del padrone?"
Grispin ovviamente rispose che era tutto quanto insieme ma il camerata fece la mossa di dividere il campo in due e disse: questo tuo e questo del padrone e continuò a raccogliere dalla parte del padrone.
Mio nonno che sapeva benissimo che la parte restante sarebbe stata comunque da dividere, insisteva col rompere le balle al camerata che stanco di stare ad ascoltare tirò fuori la pistola e gliela puntò dritta in fronte[2].
Ricorda mio padre che allora avrà avuto otto o nove anni: "a serme sotta'l paié'd la seccia, t'in cal mument un mi paseva minca'n spaghett mal cul!"
Credo che da questa tipica espressione abbia tra l'altro origine la frase "ho preso un bel spaghetto!!!".
Ho una cartolina dalla Russia (sarà degli anni sessanta) la quale ritrae il palazzo sede dell'Università che il povero Spunciòn o Spulciòn che dir si voglia, spedì a mio nonno durante la sua visità a Mosca con una delegazione comunista. Ogni volta che la rileggo mi viene in mente il viaggio in Unione Sovietica di Peppone e Don Camillo.
Una volta ribaltò un carro pieno di mele in piazza Begni proprio di fronte a casa del padrone per via di un diverbio avuto con questi.
Un'altra volta, forse in occasione della fiera di Santa Croce, stese con un secco pugno in faccia un tipo che era il doppio di lui e che a suo avviso continuava a stargli addosso da tutto il giorno con una certa "faccia coionarella". La sua idea era che faceva il gradasso perché era grosso e aveva quindi "fatto intenzione" di prenderlo per i fondelli ma Grispin era uno che la voleva davvero poco lunga.
A dire di Michele Maiani, cui da ragazzino incuteva un certo timore per via dell'ottocentesca mantella che ancora negli anni settanta era solito indossare, durante gli spostamenti da Monte Cerignone verso i paesi limitrofi, si è sempre rifiutato di pagare il biglietto della corriera (l'autobus) in quanto sosteneva che il servizio di trasporto pubblico dovesse essere garantito in maniera totalmente gratuita. Nonostante le liti col conducente non ci fui mai verso di fargli sganciare i soldi (come ho già detto aveva le sue idee).
Questi in estrema sintesi, alcuni aneddoti attraverso cui intendo delineare il profilo di quello che era Grispin. Lo faccio con un po' d'orgoglio perché era mio nonno ma soprattutto perché la sua assomiglia vagamente alla rocambolesca storia di Dustin Hoffman ne "Il piccolo grande uomo". Tra l'altro so benissimo di essere molto diverso da costui, nonostante qualcuno sostenga che fisicamente siamo praticamente uguali. Era un tipo energico, sanguigno, non voleva mosche intorno al naso e se le mandava via a modo suo. Inoltre sembra fosse un Don Giovanni e quindi davvero credo, caratterialmente, di non assomigliargli neanche un po'. L'unico ad assomigliargli, stando alle storie che ogni tanto ho modo di ascoltare, ritengo sia un mio zio (Ottavio o Tavièn, o meglio, per chi lo conosce così: Martìn) ma non so' se in realtà sia più la chiacchiera a prevalere o i fatti veri e propri.
Pertanto quella che ho voluto raccontare non è tanto la storia di mio nonno, un mio caro, bensì le avventure di un uomo di altri tempi, di oltre un secolo fa (nacque nel 1896) che visse un periodo davvero movimentato ed ebbe certamente una vita molto intensa e, visto che c'ero, degna in qualche modo di essere, seppur a grandi linee e non certo in maniera esaustiva, raccontata.
[2] Mi viene in mente un altro curioso aneddoto: la stessa sorte toccò infatti a Bastien'd Ca'Flent, il marito d'la Caribalda (il bisnonno di Marco Riminucci, della Daniela e Manuela Benzi) che si chiamava così perché sembra che il nonno di costei combattè al fianco di Garibaldi (ma se devo essere sincero e non certo senza delusione, credo che questa sia soltanto una leggenda "metropolitana").
Costui parlava un dialetto molto vicino al romagnolo (o perlomeno molto più vicino di quanto non lo sia già il nostro) ed al contrario di molti uomini che la bestemmia la usavano come intercalare, non era solito bestemmiare.
Un po' come accadde a mio nonno beccò un camerata nell'intento di rubargli un'oca così gli corse incontro e cominciò a cercare di persuaderlo a voler lasciare in pace la sua bestiola. Il camerata fingendo di non comprendere continuava a ripetere: "non capire, non capire". Bastien, spazientito, in un romagnolo ibrido e mentre gli puntava contro il suo destro, pronunciò allora questa famosa frase: "orca d'na dona camerata, butta giù l'oca ch'at spac la musa!!!". Per quel gesto rischiò di essere linciato sul momento. Non so se fu più coraggio o incoscienza ma anche costui si racconta fosse un personaggio davvero particolare.
Carabiniere l’ha innamorata
Uno dei racconti famigliari più intensi riguardano il come i miei genitori si siano conosciuti: sugli anni di fidanzamento vige uno stretto riserbo, che ruppi io soltanto quando mi capitarono fra le mani le lettere di due innamorati giovani e lontani –una a Cremona, uno a Cesenatico in servizio di Carabiniere- spezzati fra certezze e dubbi. Proprio a Cesenatico un ladruncolo d’albergo s’intrufolò nella camera di tre giovani ragazze cremonesi. Gli altoparlanti in spiaggia mandavano Modugno, e l’alternavano con Celentano e Nicola di Bari. La sera era caldo, caldo tutto il giorno in spiaggia, e le limonate al baracchino poco potevano fare. Senza più borsetta, rubata proprio dalla camera, che fare? Talvolta i ladri meritano il loro posto nel mondo, forse addirittura un premio. Le ragazze invece pensarono che più che un premio si sarebbe meritato qualche anno di galera, e per non por tempo in mezzo si recarono alla locale Caserma dei Carabinieri. Si dice che una delle cremonesi abbia scambiato uno dei carabinieri in servizio anti-droga –capelli lunghi, faccia da schiaffi- per il ladro. Non sbagliava del tutto: la sera stessa tre carabinieri –fra cui il capellone- e tre giovani lombarde ballavano assieme in discoteca, la sera stessa uno dei tre carabinieri si ritrovava uno schiaffone in faccia per aver tentato di baciare la biondina.
Eppure, la biondina accettava il giorno dopo di viaggiare col capellone ed andare fino a Monte Cerignone, a trovare i genitori del carabiniere. Carabiniere l’ha innamorata, volta la carta e…
Da un ladro ed uno scambio di persona, uno schiaffo ed un viaggio a Monte Cerignone nasceva la più grande avventura a cui io ed i miei fratelli abbiamo mai partecipato: più precisamente, a scadenze prestabilite, dopo qualche anno saremmo nati noi.
….e gli anni cento?…o zero che dir si voglia…
E', ovviamente, solo una mia impressione priva di qualsiasi approfondimento.
Comunque, sia quel che sia, riporto di seguito un paio di quelle che ritengo interessanti proposte.
Una è l'ultranota "I don't feel like dancing" dei Scissor Sisters che mi ricordano, con quel loro falsetto esasperatissimo, tanto i Bee Gees quanto il nostranissimo Jake Slaves Blues meglio conosciuto come "SolSchiavi" dei tempi di quando all'Europa interpretavamo Jake ed Elwood Blues o ancora dei tempi di Capitan America (a dire il vero mi ricorda anche quello più remoto dei tempi delle superiori), del suo "burka", del montgomery, del bomber verde, della barba lunga, del giubetto di jeans con su cucito CheGuevara, dei tramezzini ingozzati all'animalaus (lo so che si scrive animal house), di Smith&Wesson, delle "missioni per conto di Dio", di "quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare", di "chiamatemi aquila" (insomma di un po' tutta la filmografia di John Belushi), delle marcette al bar con la paletta usata a mo' di fucile, di "colpirne uno per educarne 100"… è vero, di citazioni e frasi fatte ne usava parecchie, però credo che l'ormai Dr.Solskjaer, con la sua vena musicale, la sua comicità innata e la sua sana malcelata pazzia, sia un raro talento rubato allo show-business, uno di quei geniacci che non nascono "di spesso", incontenibili, che riescono a sfogare la loro "materia" come un torrente in piena travolgendo e ammutolendo tutti coloro che hanno la fortuna/sventura di trovarsi nei dintorni.
Senza peraltro mai scadere nel rozzo o nel volgare e soprattutto quasi mai diventando pesante, come è spesso invece accaduto a quanti hanno tentato di ricalcarne le gesta.
Gli studi da avvocato ne avrebbero potuto completare il curriculum se poi non avesse deciso d'intraprendere la carriera di vigile urbano: immagino già come potrebbe essere stata un'arringa del Solskjaer in preda ad uno dei suoi "raptus" di follia: lo vedo saltare sui tavoli dell'aula del tribunale e lanciarsi in qualche strana e spericolata acrobazia a cavalcioni delle sbarre che separano il pubblico da giudici e imputati indossando, quale veste, una ben poco tradizionale tunica gospel di colore blu e magari anche un altrettanto insolito parrucchino soul supercotonato al ritmo delle note di qualche canzone stile James Brown o Sister Sledge e ciò nonostante vincere la causa brillantemente. Sapeva interpretare di tutto, dai Prodigy ai Verve (ricordo quando all'IO rischiò di buscare facendosi spazio tra la folla proprio come succedeva in un video di questi ultimi o come quando, a proposito di IO riuscimmo, indossando un paio di occhialoni scuri alla Ray Charles raccattati non so dove, a convincere la cassiera che ero cieco…devo dire peraltro che quella fu una magistrale interpretazione del sottoscritto il quale, già dai tempi del RockHudson, era piuttosto renitente a frequentare la cassa di quel locale) a Jovanotti (ricordo un gesto rap che fece una sera alla Baia Imperiale che lasciò sbalorditi sia Bicio che me), sapeva circondare il Pocol avvolgendolo con la carta igienica e l'aiuto del settimo cavalleggeri, riusciva ad invadere il Baraonda rubando la scena al gruppo che stava suonando buttandolo letteralmente giù dal palcoscenico e conquistarne pubblico e proprietario al punto da guadagnarsi una scritturazione che a mente lucida deciderà di non accettare mai per il giustificatissimo timore di rovinarsi la salute. Ma non avevo intenzione di parlare di Schiavi che tuttavia ricordo con estremo piacere e che rivedo non solo nel fin troppo John Travolta dagli occhi sbarrati del video, ma anche nella stessa cantante dai capelli rossi che non so perché, forse saranno i colori psichedelici che adotta nell'abbigliarsi e che assomigliano tanto alle copertine degli album dei Jefferson Airplane, ma mi riporta alla mente la meravigliosa Grace Slick (ecco una sua affermazione a proposito che condivido pienamente: nessuna voce riusciva a farglielo venire, forse non solo metaforicamente, tanto duro quanto quella della cantante degli aeroplani psichedelici). Quindi, pensando al Sol dei tempi che furono, godetevi questo energetico video dei Scissor Sisters che ho trovato su YouTube:
Sempre nel panorama musicale di questi ultimi due anni ecco un'altro video che non c'entra assolutamente niente con quello precedente:
Per chi non li conoscesse si tratta dei Royksopp, un duo norvegese che ha il merito di aver riportato in auge la musica elettronica. La canzone è "What else is there". L'ho sentita diverso tempo fa, di notte, alla radio, e mi era piaciuta parecchio però non ero riuscito a capire di chi fosse, l'ho scoperto solo oggi, risentendola di nuovo su Radio2 così, dalla giuoia, m'è passato per la testa di portarla all'attenzione di quei lettori distratti come me che magari non la conoscono già. Quello che mi fa impazzire oltre naturalmente al sound (avete capito cosa intendo vero?…perché meglio non so proprio spiegarmi), è la voce adolescenziale di questa ragazza che presumo invece sia sulla trentina.
Stasera ho trovato il video su YouTube e devo dire che rende questa canzone ancor più suggestiva però vi consiglio di ascoltarla, la prima volta, a video spento: la sensazione che se ne ricava è altrettanto piacevole perché la mente è più libera di correre via.
Mi piacerebbe che chiunque avesse qualcosa di nuovo e d'interessante da proporre lo facesse in questo spazio…sto imparando ad apprezzare anche le cose belle che ci propone l'attualità, convinto come sono che sia davvero difficile inventare qualcosa di nuovo e soprattutto di buono e anche se magari, ascoltando queste canzoni e vedendo questi video, torna sempre in mente anche qualcosa del passato, provando, non di rado, come una sorta di dejà-vù, resta il fatto che il modo sapiente, forse furbo, con cui sono confezionati li rende, a loro modo, originali.
Natale a Monte Cerignone
Alla radio lo avevano detto: avrebbe nevicato. Il vetro sottile delle finestre non bastava a fermare il freddo, e nemmeno la carta da pacchi con il quale avevano cercato di riparare uno spicchio di finestra dove il vetro non c'era più.
La neve cadeva in cima alla Rocca, imbiancava la salita fino alla Porta del paese, e s'ammucchiava lungo le scale e sui davanzali delle case, sui terrazzi dell'orto dove una fenditura del terreno era stata approntata a rifugio. Vorticava tra gli alberi fino al Santuario del Beato Domenico, ed il vento forte l'appiccicava come fosse intonaco sui cipressi che dalla strada principale accompagnavano il sentiero che porta al cimitero, e lì decorava gentile le tombe.
Guardavano con la testa girata verso l'alto i fiocchi grossi scendere obliqui, ed infilarsi nelle pieghe del cappotto mentre a passo lento tornavano verso casa. Dal bar fino alla porta c'erano un centinaio di metri e riempivano quei passi di qualche parola, di qualche commento.
"Vedrai, l'inverno li avrà fermati". "Si, ma a primavera chi li ferma più?
La neve cadeva e cadeva, e al bar si poteva godere un po' di quel caldo che a casa usciva alle prime pioggie di novembre per ritornare soltanto a primavera: il camino scaldava solo la cucina, e la legna raccolta qua e là andava risparmiata. Non erano notizie buone, no.
Sopra al tavolo, alle travi del soffitto era appesa un aringa salata, recuperata in qualche modo, tramite qualche amico, e al pane si poteva -sfiorando le fette tagliate sottili- dare un po'di sapore, la parvenza di una cena un po' più abbondante. I due bimbi giocavano a fianco del camino, in attesa di mangiare.
La porta s'aprì si chiuse in un attimo, accompagnata da qualche fiocco di neve lesto ad entrare.
La moglie appoggiò i piatti sulla tavola, lì riempì di un brodo lungo. Finirono di cenare prima che don Pietro suonando le campane chiamasse tutti alla Messa di Mezzanotte. Furono cantate le canzone, furono accese tutte le luci in chiesa. Tutto il paese -tranne gli uomini partiti per andare lontano, partiti e sparsi per il mondo- cantò e pregò, ed alla fine qualcuno aveva portato una bottiglia di vino per festeggiare. Dopo la Messa i bimbi andarono a letto felici, attendendo il risveglio ed i regali, e loro due si trattennero ancora un poco in cucina.
Mentre lei rigovernava, lui accese la pipa guardano fuori, seguendo una ad una con gli occhi le fioche luci rade nel buio della valle.
Si strinsero nel letto, e -mentre il ceppo nel camino diventava brace e cenere fredda si tennero caldo l'un altra col fuoco che ardeva nel petto.
Quella era la notte di Natale, un Natale così lontano in memoria di un tempo così lontano che ancora il Natale non era stato inventato.
Fu quella notte che con i fiocchi di neve, con i canti e qualche luce in più, che venne dal Cielo un altro fratellino, e senza che nessuno lo sapesse, senza che nessuno se ne accorgesse - nemmeno loro! nemmeno loro!- s'era accesa un'altra luce nel presepe di Monte Cerignone.
Auguri Joe!!!
12 Ottobre 2006: Joe ne compie "40".
Auguri amico, ma non basta, bisogna festeggiarli. Non so perchè, ma secondo me i "40" vanno festeggiati. Non la quantità in se (che si fa consistente purtroppo), ma la qualità di quei quaranta.
E comunque sentivo la voglia di organizzare una festa per il Giorgini. Lui che ne ha organizzate e ne organizza ancora tante di serate e anche quando non le organizza c'è comunque dentro, perchè con Joe si sta bene. Nemmeno l'ingrato compito di vigile del paese è riuscito a renderlo antipatico. Sta bene ovunque! Se fosse un personaggio televisivo lo chiamerebbero in tutte le trasmissioni, dai reality a Porta a Porta.
40 significa tanti ricordi legati ad un periodo di vita che va veloce, dove i cambiamenti sono tanti perchè tanti sono gli obiettivi.
L'infanzia spensierata delle sfide a tappi o a giocare con i rocchetti e comunque a giocare.
L'adolescente lotta con il prete e Guerrino, le partite nel parcheggio o in qualunque spazio calpestabile, le corse in bici,le prime sigarette o le vitalbe, le prime cotte estive e i cartacei porno al lago San Cirillo. Smanie di crescita, movimento e così il primo motorino, il ciao celeste, oppure quello verde, non ricordo bene anche perchè il Joe di mezzi di trasporto ne ha avuti parecchi.
E comunque via fino ai diciotto con il vespone 125 bianco, rigorosamente in due e senza casco, assieme a quello arancio di Feo e quello verde o nero di Luca (non ricordo bene). Quante volte al Bistrot, quante al Pocol, quante volte indenni siamo tornati nonostante i bicchieri bevuti.
Eh si, le prime gatte, anche quelle non si scordano mai. Anche perchè eravamo spesso in combriccola, a casa di uno o dell'altro a mangiar penne al fumè.
Così l'adulto tattica (il più celebre dei suoi soprannomi), dai venti ai trenta ne ha fatte eh!!! Nelle sue vetture in quanti siam saliti? Taurus, LN, la Fiesta e chi se le ricorda tutte? E come ricordare tutti i momenti, le feste, le gite, le vacanze?
Eh si, a quaranta se guardiamo indietro c'è tanto da scriverci un libro. Ma il bello è che siamo qui a festeggiare ancora, ma a festeggiare un'età della vita secondo me piena e straordinaria, dove la maturità è consapevolezza di ciò che si è, di ciò che si vuole, di ciò che non si riesce ad ottenere, di gioia, dolore, voglia di "sistemarsi" o di non "sistemarsi" mai.
<<Sabato a Pesaro c'è Guccini>> e via che si va…
Quante "canzoni di notte" abbiamo scritto e quante ancora ne scriveremo con Joe. E quante canzoni abbiam cantato e canteremo ancora con il suo karaoke e la sua allegria. Si perchè il microfono a Joe gli stà come un cappello nuovo, direbbe Valerio.
Auguri sempreverde, auguri…
Il Vento sopra Monte Cerignone
Quando vengo a Monte Cerignone viaggio con lo scooter. Anche se avessi un'automobile lo preferirei, perchè è molto più bello volare a bordo del mio ScooterSpiritOfSaintLouis piuttosto che arrivare in macchina. Ma visto che da un anno non ho più l'auto, neanche se volessi potrei fare diversamente.
Il viaggio me lo sento addosso, l'aria, i profumi che cambiano ad ogni curva, il caldo ed il freddo che vengono dai campi e dai fossi. Una di queste volte, superando Monte Cerignone in direzione del Carpegna, seguivo la strada per vedere dove mi avrebbe portato. Ora, ad un certo punto la strada è come sospesa nel mezzo d'un campo, passando da un promontorio all'altro. E ti senti appeso ad essa ed al prato che a destra e sinistra pare gettarsi nel vuoto. Dev'essere in un punto di valico, perchè a destra ed a sinistra si aprono i monti e le colline allo sguardo.
Una sera ero con mio padre a Monte Cerignone. Mio padre è Giuliano, il fratello di Roberto Zerbini, ed adesso è Maggiore dei Carabinieri. Mi voleva portare in un posto che aveva visto tante volte, ma che aveva scoperto solo ultimamente. Con l'automobile abbiamo preso quella stessa strada, abbracciato le stesse curve, fino a trovarci sul quel prato. Era una sera di vento, e l'erba sul campo formava onde alla luce della luna. Il buio dei monti e delle colline attorno si faceva più denso nei pieni, più chiaro negli avvallamenti e nella distanza, punteggiato di luce dalle case, dal paese, e da qualche automobile solitaria e lontana, luce senza rumore in movimento. Solo il frusciare dell'erba del prato, solo il suo profumo. C'è sempre vento in quel punto, e io mio padre abbiamo parlato di tante cose, di come era Monte Cerignone tanti anni fa, di come era lui, dei giochi e delle sfide tra quelli del borgo e quelli del mulino, di come ero io, di quello che sarà.
Un funerale a Monte Cerignone
La strada che gira attorno a Monte Cerignone è il confine di tutto. Finisterre, di là ci sono i leoni, c'e' il fiume Conca, con qualche pesce e un laghetto dove fare il bagno, un po' di fango, e quegli insetti strani, che sanno pattinare sull'acqua, e ci sono i boschi dove mio zio Roberto va a caccia. La Rocca, dove venne trovato uno dei Codici della Divina Commedia più importanti, è lì dai tempi dei Malatesta, e anche da prima.
Dal paese, una via scende, e in tre quarti d'ora si è a Rimini. Ma questa volta ci fermiamo prima; dalla chiesa del paese camminiamo dolenti, e giriamo nella strada con i cipressi a fianco. A seppellire un altro pezzo di sè, fra le lapidi di cent'anni di gente mia, nel disfacimento dei giorni. Il Giudizio Universale si celebra davvero ogni sera, e oggi è la nonna, che in dispensa aveva sempre la spianata col sale per me, che parlava col mio amico Nicola di totocalcio. Che aveva un gatto di nome Arcù. Era stato il nonno a dargli questo nome: era andato in guerra in Africa, e diceva che laggiù volesse dire "amico".
Attorno la terra nel suo splendore, i campi coltivati e feriti dai calanchi, le rocce affiorate, il fiume che scorre sempre lì,e -inaspettato- il miracolo di un ponte che lo attraversa. E ascolto ascolto ascolto De Andrè, una tromba che, straziata, grida il dolore di chi è sul Monte degli Ulivi, di chi è sul confine tra terra e cielo. Rifioriranno le gioie passate, se quest'ombra nei secoli va calcinando la terra, se anche la luce sembra morirne?

