De Gustibus | Monte Cerignone e dintorni - Part 2

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L’eredità del fascismo

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Fascist Legacy ("L'eredità del fascismo") è un documentario in due parti sui crimini di guerra commessi dagli italiani durante la Seconda Guerra Mondiale, realizzato dalla BBC e mandato in onda nei giorni 1 ed 8 novembre 1989.

Fascist Legacy (L'eredità del fascismo), Regno Unito, BBC 1989. 2×50 minuti. Regia: Ken Kirby; consulente storico: Michael Palumbo; fotografia: Nigel Walters; montaggio: George Farley; voce fuori campo nella versione originale: Michael Bryant.

Trama

Attenzione: di seguito viene rivelata, del tutto o in parte, la trama dell'opera.

La prima parte tratta dei crimini di guerra commessi durante l'invasione italiana dell'Etiopia e nel Regno di Jugoslavia. Enfasi vi viene posta sull'impiego dell'iprite, o gas mostarda, da parte del Generale Badoglio, sui bombardamenti di ospedali della Croce Rossa, e sulle rappresaglie dopo un attentato contro l'allora Governatore italiano dell'Etiopia. La sezione che esamina l'occupazione della Jugoslavia si concentra sulle testimonianze relative al campo di concentramento di Rab e sulle atrocità commesse nel villaggio croato di Podhum, presso Fiume.

La seconda parte tratta del periodo successivo alla capitolazione italiana nel 1943 e si rivolge principalmente all'ipocrisia mostrata tanto dagli USA quanto soprattutto dai britannici in questa fase. L'Etiopia, la Jugoslavia e la Grecia richiesero l'estradizione di 1,200 criminali di guerra italiani (i più attivamente ricercati furono Pietro Badoglio, Mario Roatta e Rodolfo Graziani), sugli atti dei quali fu fornita una completa documentazione. Entrambi i governi alleati videro però in Badoglio anche una garanzia per un dopoguerra non comunista in Italia, e fecero del loro meglio per ritardare tali richieste fino al 1947 quando i Trattati di Parigi restituirono la piena sovranità al paese: gli stati sovrani in genere non estradano i propri cittadini. L'unico ufficiale italiano mai perseguito e condannato a morte da un tribunale britannico fu un antifascista, Nicola Bellomo, responsabile della morte di prigionieri di guerra britannici.

Il documentario termina cinicamente con una citazione di Winston Churchill su the better tomorrow with a new world order ("un domani migliore in un nuovo ordine mondiale").

La televisione di stato italiana RAI acquistò una copia del programma, che però non fu mai mostrato al pubblico televisivo del paese perché ciò avrebbe cambiato in maniera significativa l'idea che gli italiani hanno del proprio ruolo durante la Seconda Guerra Mondiale. Il canale La7 trasmise degli ampi stralci di Fascist Legacy nel 2004.

Proiezioni del documentario vengono organizzate in Italia da parte di gruppi con un orientamento antifascista.

Collegamenti esterni

Italy's bloody secrets, BBC 1989 documentary Fascist Legacy, from The Guardian, London, UK, 25Jun03

La Cotta – azienda agricola ed agrituristica

Sabato sera siamo stati a magnà'lla Rupe.
Qualcuno però aveva proposto "La Cotta" ma in questi giorni, a distanza di nemmeno una settimana dall'apertura, la nuova birreria di Mercatale è praticamente gremita di prenotazioni perciò non è consigliabile neppure provarci. Così c'abbiamo fatto una capatina solo sul tardi.
Forse è proprio la novità a determinare tutta questa curiosità fatto sta che l'iniziativa ha riscosso un successo enorme. Sembra strano se si pensa che infondo si tratta solo di una birreria e che probabilmente la birra non è neppure così buona. Eppure i clienti non mancano e gli ingredienti del successo vanno, secondo me, ricercati nella bellezza del locale e nella nostalgia di un posto, in quel di Mercatale (che per tradizione ha raccolto la meglio gioventù notturna degli ultimi 20 anni) che appunto riuscisse a catalizzare ancora per una volta l'interesse dei ragazzi dei dintorni.
Il posto, a parte la stretta e ripida stradina che bisogna percorrere per arrivarci, è davvero bello, si trova in cima al colle che dalla parte opposta di Sassocorvaro sovrasta Mercatale.
Da lì si può ammirare un panorama piuttosto vasto e lo spazio intorno al locale è molto ampio con un verde praticello e diversi alberi illuminati, di notte, da accecanti faretti che creano proprio un bell'effetto.
D'estate sembrerebbe il luogo ideale per delle tranquille cene all'aperto.
Non avevo mai visto, almeno mi pare, di dover prenotare per andare a mangiare una pizza e probabilmente mai mi succederà di farlo perché come sempre aspetterò che la ressa si dissolva e poi farò anch'io la mia comparsa.
Ma in verità non è detto, magari la settimana prossima qualcuno deciderà di andare a mangiare la pizza alla birreria e ci sarò anch'io.
Devo dire che come locale è particolare, non so se sia volutamente così o se i gestori debbano ancora rendersi conto di cosa vogliano fare perché fa strano entrare in una specie di pub, con poca luce, con la musica anche piuttosto alta e poi salire le scale e ritrovarsi in un ristorante illuminato a giorno e animato da un intenso vociare e sforchettare.
Tuttavia queste atmosfere contrastanti non mi sono dispiaciute e non mi è stato difficile passare dall'una all'altra perché infondo chi sta di sotto manco si rende conto di quanto stia accadendo di sopra e lo stesso vale per chi si trova di sopra.
L'unica stranezza è il dover per forza passare attraverso il pub/birreria per poter raggiungere il ristorante o per poter, da questo, andare in bagno.
Ma devo anche dire di essere arrivato a "La Cotta" verso l'una di notte, quando il locale comincia ad attirare un genere diverso di clientela, probabilmente, in prima serata il piano terra si trasforma in un'accogliente bar dove consumare un aperitivo o qualcosa del genere.
Comunque, per concludere, se è vero che il buongiorno si vede dal mattino, La Cotta mi da l'impressione di essere partita davvero bene.

Ascesa e caduta di Ziggy l'alieno

All'alba degli anni 70, in Inghilterra, il rock diventa un ballo in maschera. Sotto le sgargianti luci dei neon, impazzano i giovani "dudes": neo-fricchettoni che trasformano i barbosi raduni eco-pacifisti dei loro cugini hippie in uno sfrenato festival del kitsch. Che sia "peace and love", insomma, ma senza più vincoli ideologici o politici di sorta. Trionfano così il disimpegno, il travestitismo e l’ambiguità sessuale, in un profluvio di lustrini e paillettes, piume e rimmel, stivali e tutine spaziali. E' il tempo del "glam-rock" e di una nuova ubriacante Swingin' London. "Rock'n'roll col rossetto", lo definirà John Lennon. In questo carnevale delle vanità, David Bowie centra la maschera perfetta: Ziggy Stardust. Un alieno androgino dalle movenze sgraziate, truccato come una drag queen e munito di parrucca color carota. E' lui "l'uomo che cadde sulla terra", il messia ("a leper messiah") di una rivoluzione rock che dura una stagione sola, il tempo che passa tra la sua ascesa e la sua caduta ("the rise and fall"). E in questa parabola c'è tutta la rappresentazione dell'arte di Bowie: la messa in scena del warholiano "quarto d'ora di celebrità", l’edonismo morboso di Dorian Gray, la parodia del divismo e dei miti effimeri della società dei consumi e, non ultimi, i presagi di un cupo futuro orwelliano.

Ma andiamo per ordine. E' il 1972 e un anno prima David Bowie, già autore di prove tanto promettenti (il gioiello "Space Oddity") quanto discontinue, è riuscito finalmente a mettere a fuoco il suo sound in "Hunky Dory", summa di un nuovo vocabolario rock, al crocevia tra psichedelia malata à la Velvet Underground, folk d'ascendenza dylaniana e – per l'appunto – glam-rock, sulla scia dei T.Rex di Marc Bolan. Ma per entrare appieno nell'epopea glam, serve un personaggio che colpisca l'immaginario del pubblico. Con un'anima rock e una storia da raccontare: quella di "The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars". Registrato dallo stesso ensemble di "Hunky Dory", la band ribattezzata per l'occasione "The Spiders from Mars" – Mick Ronson (chitarra e pianoforte), Trevor Bolder (basso) e Woody Woodmansey (batteria) – e il produttore Ken Scott, è un concept-album su ascesa e (auto)distruzione di un "plastic rocker", secondo la definizione dello stesso Bowie. Romantico e voluttuoso, ambiguo e sfrontato, "extraterrestre", e quindi libero dai tabù sessuali che incatenano l’umanità, Ziggy polveredistelle è la quintessenza dello spirito glam. In lui convivono passato e futuro: figlio dell’aura decadente del cabaret mitteleuropeo anteguerra, è proteso nello slancio avvenirista dell’"Arancia Meccanica" di Kubrick (1971), le cui note iniziali apriranno gli show dello Ziggy Stardust Tour. E’ la maschera che incorpora tutti gli stereotipi del rock filtrati attraverso la lente grottesca del glam. Una caricatura del divo, destinato a essere idolatrato dal pubblico e stritolato dallo star-system. I suoi modelli sono i padri nobili del rock (Jim Morrison, Brian Jones, Mick Jagger, Lou Reed, Jimi Hendrix), ma anche personaggi improbabili, come Vince Taylor, il "Presley francese", rocker dei Sixties morto pazzo e suicida che Bowie citerà proprio come diretta ispirazione della sua "creatura", e The Legendary Stardust Cowboy, ovvero Norman Carl Odom, bizzarro bluesman americano che sarà omaggiato perfino con una cover ("I Took A Trip On A Gemini Spaceship") in "Heathen" (2002). La finzione scenica, però, prevarica presto la realtà e Bowie si incarna nel suo alter ego fino a immolarlo sul palco, donandogli l'immortalità. Già, perché è sulla dicotomia "effimero-eterno" che si gioca tutta l'opera. E il fatto che alla fine abbia prevalso il secondo (il disco è tuttora considerato un classico) è la dimostrazione che nel dandy londinese marketing e arte sono un binomio vincente e inscindibile.

Musicalmente, l'album è una raccolta di ballate romantiche e di rock'n'roll elettrificati e tiratissimi, al limite del punk. Musica da suonare a tutto volume, come raccomanda il retro della copertina. Nelle undici tracce viene sfoderato tutto l'armamentario glam: dalle voci sguaiate ed effeminate alle chitarre affilate, dagli arrangiamenti pomposi d’archi alle melodie struggenti. Ma in tanto melodramma Bowie non si prende mai sul serio: le sue canzoni sono uno sberleffo alla morale bacchettona, un saggio di trasgressione ironica e, spesso, di puro nonsense. Per aumentare il clamore, poi, confesserà al britannico Melody Maker: "Sono gay e lo sono sempre stato". Vero o falso, non importa: lo scandalo è creato, perché "fame, what you need you have to borrow" ("fama, quello di cui hai bisogno devi prenderlo in prestito"), come teorizzerà in "Fame" (1975). La saga di Ziggy inizia con una profezia apocalittica. La Terra è sull'orlo del collasso, restano cinque anni prima della catastrofe: "We had five years left to cry in". E' la batteria di Woodmansey a dettare le cadenze di "Five Years", che parte come una ballata languida e si impenna in un magnifico crescendo, fino a esplodere nell'urlo isterico di Bowie. Cullato dalla rapsodia swing di "Soul Love", l'ascoltatore viene poi proiettato in un sogno a occhi aperti: "Moonage Daydream", l'Era lunare è arrivata e con essa il suo messia: "I'm an alligator, I'm a mama-papa coming for you/ I'm the space invader, I'll be a rock 'n' rolling bitch for you". Ziggy è un redentore, dunque, ma anche "una puttana", il simbolo del meretricio del music-business. Esaltata dallo stridulo falsetto di Bowie, dalle distorsioni da capogiro della Gibson Les Paul di Ronson e da un assolo di sax al fulmicotone, è una cavalcata elettrica folgorante e l'apoteosi definitiva del glam-rock. Ziggy è l'uomo delle stelle, invocato nella ballata spaziale di "Starman", una delle melodie più leggendarie di Bowie, nonché (forse) uno spunto per la trama del film di fantascienza "Incontri ravvicinati del terzo tipo" di cinque anni dopo. Il celeberrimo ritornello ("There's a starman waiting in the sky/ He'd like to come and meet us/ But he thinks he'd blow our minds") è un capolavoro, degno di stare al fianco dei classici dei Beatles. Perché come i quattro di Liverpool, Bowie possiede la rara dote di saper costruire da poche sillabe ciò che gli americani chiamano "hooks", gli ami da pesca, capaci di catturare per sempre l’ascoltatore.

Il melodismo bowiano trionfa nella svenevole "Lady Stardust", con le chitarre sature e le struggenti figure di piano di Ronson ad assecondare il canto da crooner del nostro. E' un omaggio a Marc Bolan (nel demo originario si intitolava proprio "A Song For Marc"), ma le "Femme fatales emerged from shadows" riportano direttamente al Lou Reed di "Velvet Underground & Nico". Porta invece la firma di Ron Davies l’unica cover del disco, "It Ain't Easy", sorta di space-country con un ritornello quasi gospel. A spezzare questo clima trasognato da musical anni Trenta provvedono un paio di scorribande proto-punk lanciate a velocità forsennata dai Ragni Marziani: "Hang On To Yourself", che per ammissione degli stessi Sex Pistols ispirerà "God Save The Queen", e "Suffragette City", inno alle prostitute con tanto di esclamazione post-orgasmica ("Ohhh, wham bam thank you ma'am!"), che farà da colonna sonora alle pantomime sessuali di Bowie e Ronson sul palco dello Ziggy Stardust Tour.

Divenuto ormai "Star", Ziggy può finalmente esser celebrato dal riff immortale della title track: la chitarra gracchiante di Ronson sottolinea la storia della stella che "strabuzzava gli occhi e agitava la chioma come alcuni gatti giapponesi", ma che è finita in pasto a un'orda di fan-carnefici: "Facendo l'amore col suo ego Ziggy fu risucchiato nella sua mente/ come un messia lebbroso/ Quando i ragazzi l'hanno ucciso, ho dovuto sciogliere il gruppo". Bowie si traveste da cantastorie appassionato, ma in realtà è dietro le quinte, a muovere i fili della sua creatura con aristocratico sarcasmo. Proprio come farà un anno dopo, quando, teschio di Amleto in mano, sceneggerà le gesta del suo "Cracked Actor" hollywoodiano in "Aladdin Sane". La conclusione naturale del disco non può che essere un "suicidio del rock and roll", consumato nel più teatrale dei modi, con una sigaretta in bocca ("Time takes a cigarette, puts it in your mouth") e implorando un ultimo gesto d'affetto ("Gimme your hands, cause you're wonderful"), che Ziggy mimerà negli show dal vivo andando incontro al pubblico. Gli Spiders From Mars allestiscono un altro terrificante crescendo, sfondo ideale per il canto allucinato e nevrastenico di Bowie. Sceneggiata da cabaret brechtiano, "Rock And Roll Suicide" è il commiato del disco e il brano con cui, il 4 luglio 1973, nel corso di un concerto all'Hammersmith Odeon di Londra, Bowie annuncerà la morte di Ziggy, tra le lacrime dei fan. I "dudes" resteranno a galla ancora per un po' (a loro Bowie dedicherà anche l'inno generazionale "All The Young Dudes", affidato ai Mott The Hoople), lo stesso Bowie si rifarà il trucco per un altro paio di dischi in quello stile (ottimo soprattutto "Aladdin Sane"), ma l'epopea glam si dissolverà rapidamente nella polvere di stelle del suo eroe.

Un paio di curiosità da segnalare: la copertina del disco ritrae Bowie con acconciatura stile Greta Garbo in una piovosa Heddon Street, a pochi metri da Regent Street, nel cuore di Londra; nella versione rimasterizzata su cd sono stati inclusi cinque bonus: "John I'm Only Dancing" e "Velvet Goldmine" (due eccellenti B side di 45 giri), l'inedita "Sweet Head" e i due demo di "Ziggy Stardust" e "Lady Stardust". Irrimediabilmente datato, ma al tempo stesso foriero di tanto rock a venire, il melò di Ziggy Stardust abbatte gli sterili confini tra cultura "alta" e "bassa". Perché Bowie – come ha detto lui stesso – "è insieme Nijinsky e Woolworth". Chiunque negli anni abbia affrontato il rapporto tra performer e pubblico ha dovuto fare i conti con questo alieno in calzamaglia. "Era una creatura nata per essere idolatrata dai fan – rivelerà Bowie – la utilizzai servendomi dei semplici canoni del rock'n'roll". Un prodotto di marketing, insomma, ma studiato fin nei minimi dettagli. Come un'opera d'arte. Per dirla con le parole di Bowie, "pensavamo d'essere esploratori d'avanguardia, rappresentanti d'una forma embrionica di post-modernismo". Un'arte "totale", in cui la musica si sposa con il teatro, il music-hall, il mimo, il cinema, il fumetto, le arti visive, ma senza mai perdere di vista l'obiettivo finale: la celebrità. "Diventerò famoso" aveva giurato lo stesso Bowie prima della pubblicazione di "Ziggy Stardust". Chi lo definisce "un disco commerciale", dunque, non si sbaglia. Si sbaglia solo quando pensa che arte e commercio non siano compatibili. Un abbaglio che diventa colossale quando si pronuncia il nome di David Bowie.

Claudio Fabretti – OndaRock

Da Hollywood con orrore

The Black Dahlia“Non l’ho mai conosciuta da viva. Lei, per me, esiste solo attraverso gli altri, nell’evidenza delle loro reazioni alla sua morte.”


Comincia così, con le parole di Bucky Bleichert, poliziotto della Divisione Centrale di Los Angeles, Dalia Nera (1987), il romanzo più famoso di James Ellroy oggi portato sul grande schermo da Brian De Palma. L’opera tenebrosa che intreccia due volte realtà e finzione, cronaca e letteratura: l’omicidio di Elizabeth Short e quello di Geneva Hilliker Ellroy, madre dello scrittore, commesso a undici anni di distanza ed esplorato in maniera più apertamente autobiografica ne I Miei luoghi oscuri (1996). Casi irrisolti. Misteri americani. Ossessioni private.

Elizabeth, nata a Boston nel 1924, vissuta a Medford, a diciannove anni decide di lasciare la madre e di andare a vivere con il padre in California. Lavori saltuari, vita burrascosa tra arresti per ubriachezza e legami sentimentali men che effimeri. Lei è la Black Dahlia, questo il nomignolo affibbiatole durante una permanenza a Long Beach con un riferimento sia al film La Dalia Azzurra che alla sua abitudine a vestire di nero.

Le piacevano i film. Nutriva aspirazioni da stellina del cinema: nell’estate del 1946 Beth arriva ad Hollywood con la speranza di poter entrare nel mondo dello spettacolo (voci non confermate riferiscono che fece la comparsa nel film Casablanca). Il 15 gennaio, cinque mesi più tardi, il suo corpo viene trovato in un sobborgo di Los Angeles, tra la Trentanovesima strada e Norton. Nudo, squarciato in due all'altezza dei fianchi, prosciugato di sangue e accuratamente lavato. “La metà inferiore giaceva a gambe divaricate qualche metro più in là del torso” scrive Ellroy. “Sulla coscia sinistra era stato inciso un grosso triangolo e un orribile taglio si allungava dal bordo sezionato fino a raggiungere il pelo pubico. I lembi di pelle erano stati tirati all’indietro e si poteva vedere come gli organi interni fossero stati asportati.”

L’orrore non finisce qui. Altri vistosi segni di tortura denunciano un crudele accanimento sulla vittima. Poche pagine più avanti, si legge: “Automobili, poliziotti, cronisti e ficcanaso si addensarono tra la Trentanovesima e la Norton per tutta l’ora successiva. Il cadavere fu ricomposto su due barelle e coperto. Uno della Scientifica si infilò all’interno dell’autolettiga per prendere le impronte digitali, poi la portiera fu richiusa e il furgone prese la via dell’obitorio.”

Aveva 22 anni. Il soldato Joseph A. Dumais si auto-accusa del delitto a poche settimane di distanza. La stampa strepita. Si scopre che Dumais era alla sua base di appartenenza in New Jersey al momento dell'omicidio. Gli investigatori lo bollano come mitomane. Durante gli anni Cinquanta, Dumais viene ripetutamente arrestato per reati minori e ogni volta continua ad auto-accusarsi del delitto Short.

Le indagini intorno alla terrificante dipartita della ragazza coinvolgono centinaia di agenti ed ispettori, un numero ingente di persone interrogate e sospettati. In cima alla lista: Robert M. Manley, detto "Red", l'ultimo ad aver visto Elizabeth in vita. Poi Walter Alonzo Bayley, chirurgo mai iscritto ufficialmente nel registro degli indagati. Dopo la sua morte per malattia cerebrale degenerativa nel gennaio del 1948, venne fuori che la sua amante era a conoscenza di un oscuro segreto che lo riguardava. Nel 1996, il redattore del Los Angeles Times Larry Harnisch, giunse alla conclusione che Bayley potesse aver ucciso Elizabeth Short basandosi sull’ipotesi del detective Harry Hansen che indicava proprio un chirurgo molto esperto quale omicida.

Parole. Congetture. Vicoli ciechi.

E poi nomi più eccellenti, certo: il cantante folk Woody Guthrie, denunciato per molestie da una donna californiana. Il regista Orson Welles, indicato da Mary Pacios, ex-vicina di casa della famiglia Short a Medford. Nel suo libro Childhood shadows, la Pacios basa la sua fantasiosa speculazione sulla mania di Welles di tagliare tutto a metà. Cita gli spettacoli di magia che Welles ha tenuto durante la Seconda Guerra Mondiale per divertire i soldati al fronte e fissa nel particolare taglio eseguito a metà del corpo la "firma" dell’assassino. Sempre secondo la Pacios, Welles e la Short frequentavano lo stesso ristorante di Los Angeles e, nei giorni del delitto, il regista era impegnato nella realizzazione di un film piuttosto "particolare" poi repentinamente abbandonato per un viaggio improvviso in Europa che l’avrebbe tenuto lontano dagli Stati Uniti per dieci mesi.

Nel 2003, Steve Hodel, ex-detective della Sezione Omicidi della Polizia di Los Angeles e figlio del dottor Hodel, ha pubblicato Black Dahlia avenger: a genius for murder, libro in cui sostiene che il padre, defunto nel 1999, è il responsabile sia dell'omicidio della Short che di altri delitti irrisolti commessi nell’arco di un ventennio. Hodel rivela di aver maturato tale ipotesi dopo il ritrovamento di due scatti fotografici del padre in compagnia di una ragazza somigliante ad Elizabeth Short. La famiglia della vittima nega ogni somiglianza fra la ragazza nella foto e Beth.

Non basta. Nel suo The Mob, the Mogul, and the Murder That Transfixed Los Angeles lo scrittore Donald Wolfe ha puntato il dito contro l’editore del Los Angeles Times Norman Chandler quale mandante. Causale: Chandler avrebbe messo incinta la Short quando questa lavorava come squillo in un noto bordello hollywoodiano gestito da "Madame" Brenda Allen. Esecutori: gli scagnozzi del gangster Bugsy Siegel. Incognita: non risulta che Elizabeth Short abbia mai esercitato il mestiere di prostituta.

Altro sensazionalismo. Altri figli che accusano i padri: all’alba degli anni Novanta, Janice Knowlton cantante fallita e titolare di una agenzia di pubbliche relazioni dichiara di aver visto suo padre George uccidere Elizabeth Short. Rivelazioni basate su ricordi riaffacciatisi in seguito ad una terapia. La polizia non le giudica attendibili; il dipartimento di Westminster prende tuttavia in seria considerazione le affermazioni della donna, cercando di scoprire qualcosa di più sulla sua infanzia. Le indagini non portano a nulla di convincente, la Knowlton scrive un libro insieme all’esperto di crimini Michael Newton nel quale rinforza l’ipotesi di una relazione tra suo padre e la Short facendo leva sulle informazioni raccolte da un ex-collaboratore dello sceriffo di Los Angeles. Torna alla carica verso la fine degli anni Novanta, sparando accuse in vari newsgroups sparsi sul web: ad una setta satanica di Pasadena, al dottor Hodel, a Walt Disney. La bannano da tutti i forum.

L’enigma diventa sempre più fitto.

La soluzione ancor più lontana. Nel 1975, viene prodotto un film televisivo dal titolo Who is the Black Dahlia? Con la regia di Joseph Pevney. Nel 1977, il caso ispira True confessions romanzo di John Gregory Dunne dal quale verrà tratto nel 1981 l’omonimo film interpretato da Robert Duvall e Robert De Niro (titolo italiano: L’Assoluzione). Nel 1988, un episodio del telefilm Hunter è incentrato su un caso simile a quello della Dalia Nera e i protagonisti ricevono aiuto da un poliziotto in pensione che ha lavorato sul caso Short. Sempre nel 1998, la Take 2 Interactive lancia sul mercato il videogame Black Dahlia sceneggiato da Patrick Freeman e diretto da Eric Trow (e da Lance Laspina per la sequenza introduttiva). Il gioco, realizzato con attori in carne e ossa (nel cast anche Dennis Hopper nel ruolo del detective Walter Pensky) lega i responsabili dell'omicidio ad ambienti nazisti ed esoterici.

Nel 2001, il musicista jazz Bob Belden incide un album ispirato al caso di Elizabeth Short. Nel 2002 la rockstar Marilyn Manson dipinge una serie di acquerelli ispirati al delitto, mentre in libreria arriva il romanzo Angelo in nero di Max Allan Collins che lega la storia della Dalia Nera con le gesta del serial killer di Cleveland attivo negli anni Trenta.

È il 2006, il progetto cinematografico di De Palma ispirato all’opera di Ellroy ha avuto una lunghissima gestazione e in origine avrebbe dovuto portare la firma di David Fincher (Fight Club). La sceneggiatura è di Josh Friedman, che ha adattato per Steven Spielberg il remake de La Guerra dei mondi. Gli interpreti sono Josh Hartnett (nei panni di Dwight "Bucky" Bleichert), Scarlett Johansson, Aaron Eckhart, Hilary Swank, mentre Mia Kirshner ha il ruolo di Elizabeth Short. Fotografia e montaggio sono, rispettivamente, di Vilmos Zsigmond e Bill Pankow, lo scenografo Dante Ferretti, l’autore della colonna sonora Mark Isham (subentrato a James Horner).

Budget: tra i 40-45 millioni di dollari raccolti in gran parte fuori dagli States.

Voci che si sovrappongono nell’attesa spasmodica che la pellicola esca nelle sale: De Palma è una garanzia. De Palma omaggerà anche questa volta Hitchcock. De Palma ha sempre la fissa del doppio, delle personalità interscambiabili. Sul set, la Johansson ha dato parecchio filo da torcere al regista ma alla fine pare che si sia dimostrata all’altezza del ruolo.

Il 27 febbraio del 2006, Ellroy ha buttato giù un articolo tradotto in italiano da Alessandra De Vizzi e apparso sul numero di giugno della rivista Noir Magazine. Una messe di elogi. Una benedizione che è anche un caldo invito a vedere la pellicola, premesso che i rapporti tra lo scrittore e il cinema non sono mai stati idilliaci. Ellroy indica in De Palma l’artista ideale per dirigere un film sulla Dalia. E dice: “Baby, chi eri? Come saresti cresciuta e chi avresti amato?


Nino G. D’Attis – Blackmailmag

www.integrazioneposturale.org

Vi consiglio di visitare questo sito.

Metà Europa e metà Africa (riflessioni sul film di S. Guzzanti)

E' piuttosto noto ormai, ma nessuno sembra rendersi conto di cosa significhi, che, secondo un autorevole osservatorio internazionale, in quanto a libertà d'informazione, l'Italia sia regredita, negli ultimi 2/3 anni oltre il 50° posto (su 160 posizioni circa in totale) venendosi a trovare, in tale classifica, addirittura dietro diversi stati africani.
Se devo essere sincero a me sembra una cosa assurda, anche se tuttavia la voglio prendere per buona, non tanto per il fatto che non sia convinto di questa statistica bensì per un'altra ragione ovvero perché non ritengo esatto dire che fino a tre anni fa l'Italia potesse essere considerata uno stato libero come invece si sostiene.
Lo spiega lo stesso Marco Travaglio affermando, anche se con altre parole, che la TV pubblica italiana è malata di un peccato originale e che dunque l'attuale governo non ha fatto altro che approfittare di tale situazione.
E tale peccato fonda le sue radici nelle modalità attraverso cui vengono effettuate le nomine delle cariche all'interno della televisione pubblica.
Fino a qualche anno fa era forse possibile un maggior equilibrio, il sistema di lottizzazione della RAI era ben definito e per questo forse si poteva parlare anche di maggior libertà, attualmente tale equilibrio, probabilmente per una maggior forza dell'attuale governo, si è spezzato.
Di conseguenza l'opposizione ha visto saltare alcune delle sue roccheforti principali quali Santoro, Biagi e compagnia bella.
Dunque, come sostengono i media di mezza Europa e di mezzo Mondo, fintanto che in Italia l'organo esecutivo ovvero il governo in carica potrà decidere delle sorti di quello che già oltre 50 anni fa Orson Welles definì "quarto potere" ovvero, in aggiunta al già menzionato esecutivo, al legislativo proprio del parlamento ed al giudiziario della magistratura, quello identificato con il potere dei mass-media, dell'informazione, della possibilità di muovere a proprio favore l'opinione delle masse, ebbene fintanto che anche tale potere non sarà reso indipendente, non si potrà parlare di democrazia e quanto scritto nella costituzione, nella carta dei diritti umani ed in non so quanta altra carta straccia, non rimarrà altro che tale: carta straccia.
Questo stato di cose è inoltre aggravato dal fatto che attualmente il presidente del consiglio è anche proprietario di ben tre reti televisive che trasmettono a livello nazionale. Tale situazione pone quindi il capo del governo al centro di un grave confilitto d'interesse oltre che di assoluto privilegio, garantendogli la possibilità, secondo la logica discussa più sopra, di disporre in maniera pressoché assoluta di ben due poteri su quattro in totale e di non trovarsi mai in svantaggio nei confronti della "concorrenza".
Tuttavia, a questo punto sorge spontanea una domanda: in tanti si chiedono come mai la sinistra, quando ne ebbe l'opportunità non mosse un dito per cambiare le cose e per evitare di condurre l'Italia nelle acque in cui naviga attualmente. Qualcuno, giustificandosi, minimizza rispondendo di non aver voluto accanirsi o infierire contro un uomo che usciva da una sconfitta, di aver sbagliato ma di averlo fatto in buona fede. Qui mi dispiace ma devo dire che non ci sto, le frottole non sono ammesse. La sinistra è vigliacca, corrotta, fiacca ed inetta. Lo dimostra anche il marciume che sta emergendo proprio in questi ultimi tempi.
L'opposizione, riciclata e riesumata, al pari della destra è complice e corresponsabile dell'attuale stato delle cose, ne ha anzi preparato il campo.
Ci riproporrà dunque altri Prodi e Rutelli all'infinito e noi, sempre all'infinito continueremo a votarli.
Evviva il ricambio.
Evviva Andreotti che si è ritirato per vecchiaia ed inopportunità altrimenti, molto probabilmente, ci ritroveremmo a dover votare anche per lui.
"Viva Zapatero", in definitiva, mi è sembrato una denuncia contro la pericolosità di un uomo che come "Citizen Kane" rappresenta lo strapotere dei mass-media e del denaro, che fonda la sua fortuna oltre che su precise radici politiche, sui mezzi di comunicazione, sull'informazione, sulla manipolazione di quest'ultima, su di un piano ben congegnato che lo ha reso prima ricco poi padrone di ben oltre metà dei mezzi di comunicazione di tutta la penisola e quindi dittatore incontrastato dell'attuale regime politico.
Un uomo che, bisogna ammettere, fondamentalmente ha saputo farsi strada ;)
Nello stesso tempo però "Viva Zapatero" va interpretato come una profonda autocritica, una critica dell'attuale opposizione che non promette nulla di buono, nor cambiamenti neither riforme.
Dire che si tratta di una crociata personale della Guzzanti contro la censura del suo programma di satira "RAI8T" sarebbe invece profondamente riduttivo, anche se per tutto il corso del film domandare spiegazioni circa la censura subita sembra essere il suo chiodo fisso.
Ed eccoci quindi giunti ad uno dei principali argomenti affrontati: la questione censura.
Perché è soprattutto di questo che si parla, focalizzandosi, a volte forse un po' troppo, su un determinato tipo di censura ovvero quello della satira politica sostenendo la tesi che sia illegittimo e profondamente antidemocratico praticarla, mentre ritengo, dal canto mio, che ogni genere di censura vada delegittimato perché concepito esclusivamente a discapito dei più basilari diritti umani ed unicamente a privilegio di chi detiene il potere.
Ma perché ciò avvenga non è sufficiente che le regole siano scritte soltanto sulla carta, è necessario lavorare per creare i presupposti affinché possano essere fatte rispettare e difese.
Serve la buona volontà che a mio avviso, non è attualmente riscontrabile né nella maggioranza né, male peggiore, nell'opposizione.
E neppure ciò sarebbe sufficiente senza una minima dose di moralità da parte di chi si ritrova al potere e senza l'interesse e la partecipazione dei cittadini al governo della cosa pubblica. Se ne erano resi conto i romani già duemila anni fa in uno stato dove la corruzione e la decadenza delle istituzioni andavano di pari passo con la mancanza d'interesse, da parte del popolo, per la vita politica, un distaccamento che alimentava quello stato patologico in cui versava tutta la società e da cui traeva a sua volta nutrimento. Ma il popolo deve trovarsi in condizioni di poter capire per potersi interessare alle questioni pubbliche, è necessario quindi redistribuire la conoscenza ancor prima che la ricchezza e partecipare attivamente affinché ciò avvenga.
E allora, fintanto che il popolo, sovrano, sarà tenuto all'oscuro o si disinteresserà di come vanno veramente le cose nel proprio regno, in casa sua, qualcuno, in sua vece, avrà tutto lo spazio per far in modo che la bilancia cominci a pendere a proprio favore penalizzando ogni possibilità di equilibrio e determinando le condizioni per una completa paralisi del cosiddetto ascensore sociale.
Il privilegiato, il potente, tenderà dunque a soggiogare con ogni tecnica a propria disposizione lo sprovveduto per continuare ad usufruire della sua posizione di vantaggio così, come racconta Michael Moore nel suo "Fahrenheit 9/11" o nell'altrettanto tagliente "Bowling for Columbine", continueranno a regnare strategie come quelle della paura e del terrore, o come invece testimonia la vicenda, agli inizi degli anni cinquanta, di Charlie Chaplin, dovuta a quella politica antidemocratica ed estremista che passò alla storia sotto il nome di "maccartismo", pratiche come quelle dell'esilio e della deportazione, senza biso gno di menzionare la più rudimentale e brutale dittatura instaurata da Stalin.
Si tornerà dunque a parlare, in maniera ciclica, di guerre come quelle del Vietnam, della Cambogia e della Corea dovute semplicemente a teorie, allarmiste, fasulle ed esagerate come la cosiddetta teoria del domino, oppure saranno ingaggiate nuove corse agli armamenti come quella dovuta alla ricambiata paura rossa degli americani per i russi, e ancora, per arrivare ad oggi, a noi, verranno inventati nuovi nemici e conseguentemente verranno combattute, di nuovo, ulteriori guerre: ne sono un esempio i più recenti conflitti in Iraq e Afghanistan dovuti quasi esclusivamente ad interesse, malcelato da pure menzogne e da un'infame ipocrisia antiterrorista.
Scoppieranno infine e verranno poi improvvisamente taciute nuove epidemie di mucca pazza e d'influenza dei polli e divamperanno nuove "sindromi cinesi" (così mi piace definire l'attuale paura nei confronti della Cina) dovute, come sempre all'uso distorto e ad hoc dei mezzi d'informazione.
…to be continued (forse)

Ca’Rando d’oriente

Dal cinema “sotto le stelle” al cinema “sotto le stalle” (ve la ricordate l’idea di Tattica e lo Zar?) al cinema “sotto le stalattiti”….di ghiaccio però!
Si perché come previsto il teatro era un frigorifero e come in programma è stato proiettato un film, benché non si trattasse del titolo recensito nel mio precedente post.
Causa eccesso di tecnologia non si è potuta vedere “l’estate di Kikujiro” in quanto disponibile solo in VHS ed essendo noi già irrevocabilmente transitati al DVD ce la siamo dovuta “prendere nel fiocco”.
Devo ammettere tuttavia che il film somministratoci in sostituzione non mi è affatto dispiaciuto, anzi….è stata proprio una piacevole sorpresa.
Come promesso mi ero attrezzato con castagne da conciare, patate da pelare e granturco per popcorn da scoppiare ma una schienata, proprio mentre mi approssimavo al sagrato della chiesa (non è mai corso buon sangue tra me e i luoghi sacri), pardon del teatro, dovuta al gelo che ricopriva beffardamente il selciato, mi ha messo improvvisamente di cattivo umore (mi era giusto giusto passata la sciatica che mi stava attanagliando da oltre due settimane quando appena rialzatomi in piedi, sotto lo sguardo perplesso di un passante: Roberto Zerbini, mi sono amaramente reso conto di ritrovarmi nuovamente nei panni di prima) e così, nell’attesa che anche qualcun’altro si facesse vivo, ho deciso che me ne sarei andato al bar a prendere un orzo caldo abbandonando, causa anche il solito consenso di pubblico, l’idea di mettermi a friggere le patate, esplodere il mais, arrostire le castagne e bollire il vin brulé.
Giunto al bar ho subito notato dei volantini dal gusto decisamente minimalista, che avvisavano delle modifiche apportate al “palinsesto”. Mi sono detto: a questo punto me ne ritorno a casa….”e mi rimetto in mutand..oni…”
Poi arrivano la Franci (la moglie di Zimo) e l’Irene (la moglie di Franco) che mi convincono a restare.
Tornati sul luogo della spanzata cominciamo a notare un minimo afflusso di gente così decidiamo di entrare.
Il teatro sembra accogliente: grazie al c…., di fuori stavamo per assiderarci! ma, tempo che la circolazione si rilassi un attimino e torno immediatamente a rimpiangere il caldo divano di casa.
Sono scettico e comincio a vedermi il film standomene in piedi pronto per scappare via quando già dalle prime scene qualcosa mi dice che molto probabilmente finirò per appoggiare il culo sulle famigerate sedie di gelido metallo.
L’incipit è folgorante: mi sembra di assistere ad una partita a piastre, in terra di Ca’Rando, tra Nello, il mio povero zio Cagaia, Mario’d Lesc e’l povero Gianetto’d Pavlon: dei monaci buddisti (di tali credo si tratti) si sfidano in gare, tutt’altro che rocambolesche, al tiro con l’arco improvvisando scoordinate danze di gaudio ogni qualvolta realizzano un centro mentre un giovane funzionario capellone venuto dalla città che in abbinamento all’abito tipico indossa ridicole scarpe da tennis occidentali e che divora una sigaretta dietro l’altra, assiste annoiandosi a morte e sognando ad occhi aperti di fuggire in America.
Sono gli abitanti di uno sperduto villaggio del Bhutan dalle case costruite in uno stile insolitamente sobrio per essere abitazioni orientali, a metà tra il “nostrano” chalet alpino e la “stereotipica” casa asiatica. Il villaggio è ben tenuto, ordinato, così sono le strade e i ponti che scavalcano gl’impetuosi torrenti, le opere civili realizzate ancora in pietra, il paesaggio incantevole; i boschi di cipressi sembrano luoghi fantastici, i paesaggi, di nuovo, permeati da atmosfere vagamente surreali. La fotografia è opera di un vero maestro.
Nel contempo stonanti “oggetti” di derivazione occidentale si mescolano al quadro locale: dai bizzarri mezzi di trasporto alle calzature, alle sigarette, allo stereo portatile, alle colorate buste “par avion” che si contrappongono all’indigena carta di riso.
E così, mentre si viene rapiti da questi suggestivi paesaggi e da rilassanti visioni new-age, la storia, passata quasi in secondo piano, scivola via in maniera brillante, senza mai annoiare. Unica pecca un finale un pochino sbrigativo, forse deludente ed il messaggio relativamente scontato… anche se bisogna dire che la suspance raramente diviene tanto elevata da creare aspettative oltre la normalità perché è proprio la vita di tutti i giorni che viene raccontata e messa in contrasto con il velleitario sogno americano. Certo, per noi si tratta di uno stile di vita esotico, a volte arretrato, non comune, che ci rapisce, mentre per gli abitanti del luogo, quella è la quotidianeità, la normalità.
Ed il messaggio in sintesi è questo: se come dice Buddah la speranza crea sofferenza, è meglio soffrire per seguire un sogno che può rivelarsi vacuo o imparare a godere di ciò che si ha? Chi lo sa!, ognuno è libero d’imboccare la strada che vuole in fondo no?, non è detto che il cammino si debba per forza rivelare inutile e scontato e poi da quando mondo è mondo ci sono sempre stati dei pionieri, dei ricercatori degli sperimentatori.
Devo infine precisare che in realtà non di storia si dovrebbe parlare bensì di storie perché si tratta di due racconti paralleli, uno di viaggiatori e uno di maghi ed il titolo del film proprio questo è “Maghi e viaggiatori” di Khyentse Norbu.
Ne consiglio a tutti la visione, vi garantisco che vien voglia di partire per il Bhutan.
PS: lessi un sacco d’anni fa un articolo sul Venerdi di Repubblica o forse su Sette a proposito di questa terra e ricordo era descritta come un posto incantevole stretto tra l’India e la Cina, non lontano dal Nepal. A distanza di anni ho l’opportunità di rendermi conto che dev’essere proprio così.

Rassegna di Cinema d'autore presso il Teatro di Santa Caterina

Vorrei portare all'attenzione dei lettori del blog che martedì 20 (domani), presso l'ex Chiesa di Santa Caterina, ora teatro, verrà proiettato il film intitolato "L'estate di Kikujiro" del regista japponese Takeshi Kitano.

Il "Chiù", detto anche "Manubrio" e ribattezzato per l'occasione "Lumière", di questa iniziativa, curerà gli aspetti tecnici mentre i contenuti credo, suppongo e ipotizzo siano stati scelti dall'ensemble dei membri della Pro-Loco.
La rassegna comprende una serie di 4 film (in questo momento non ricordo tutti quanti i vari titoli, invito tuttavia chi più informato di me, a pubblicare un commento a riguardo) di cui uno, intitolato "Gatto nero – gatto bianco", del regista bosniaco Emir Kusturica, è già stato proiettato venerdì scorso. L'inaspettato consenso da parte del pubblico (la sala era gremita di gente costretta a stazionare anche in piedi e accalcata a ridosso degli ingressi) nonostante le avverse condizioni climatiche (dovete sapere che il teatro è riscaldato, molto intelligentemente, con una serpentina radiante posta sotto il pavimento, senza minimamente tenere in considerazione che il locale si sviluppa praticamente in verticale, ha una cubatura enorme e viene utilizzato discontinuamente con una periodicità che può variare dalle due alle tre volte al mese. Di conseguenza penso proprio che quel "brav'uomo" d'un termotecnico abbia realizzato un capolavoro d'ingegneria se consideriamo che per ottenere una temperatura non dico confortevole ma semplicemente antiassideramento è necessario avviare il riscaldamento almeno 3-4 giorni prima di soggiornarvi (alla faccia del risparmio energetico) …e aver ingurgitato almeno un paio di litri di liquido antigelo (qualcuno ha sopperito con della discreta acquavite di vinaccia)), fa ben sperare gli organizzatori. In altre parole se vi passasse per la testa di venirvi a vedere questo spassosissimo film (Rossi Fabrizio, rispettato critico cinematografico dall'humor tendenzialemente banzai che l'ha visto non si sa quante volte, dice che è molto simpatico e non se lo perderà neppure domani sera …vi ricordo tuttavia, per dovere di cronaca, che si tratta della stessa persona che mi ha raccontato della faccenda alle befane) vi raccomando di portare con voi almeno un plaid e un cuscino da mettere sotto il sedere perché anche le sedie sono caldissime ed ergonomicissime, oserei dire antiemorroidali, in quanto realizzate in caldo metallo nero-cromato (al solo pensiero di doverci appoggiare il culo vengono i brividi). E' inoltre vivamente consigliata la borsa dell'acqua calda da mettere sotto i piedi.
Scherzi a parte spero che la sala, nel frattempo, si sia riscaldata e spero anche che nessuno abbia spento i caloriferi.
Detto ciò pubblico di seguito, anzi mi limito a linkarle, una "breve" sinossi ed una recensione del film:

 
Ah!!! dimenticavo, gira voce che l'Osteria Clementina offrirà pop-corn, patatine fritte, castagne nonché vin-brulé a tutti i partecipanti (ma per poter essere più preciso mi dovrò prima consultare con il mastro-chef).
A conferma del fatto che si dovrebbe trattare di un film senz'altro divertente vi ricordo che il regista Takeshi Kitano è lo stesso che la Gialappa's Band chiamava “Generale Putzerstoven” nelle puntate di “Mai dire Banzai” (vedi recensione). Vi assicuro tuttavia, che non assisteremo a scene altrettanto demenziali bensì a qualcosa di un tantino più impegnativo perciò mi raccomando, accorrete numerosi! ….e ci vediamo in chiesa, pardon, al teatro domani sera.

 
N.B.:
-Inizio proiezioni ore 21.00
-Seconda visione h. 23.15 (è uno scherzo, nessuna seconda visione! :)
-Ingresso completamente gratuito! (è uno scherzo anche questo!….no sto scherzando, questo è vero! :)

L'ottimismo dei piazzisti

Un cialtrone col volto ricoperto di fango, spalleggiato dai suoi sgherri, da qualche anno, invita gli italiani ad essere ottimisti, a non dare ascolto a coloro che parlano di recessione, a diffidare delle "cassandre" improvvisate. Elargisce i suoi consigli attraverso lo schermo televisivo, a reti unificate tranne una.

Sarà. Stranamente, su Rai Tre va in onda una trasmissione di sano giornalismo d'inchiesta, fatta da gente senza amici importanti o santi in paradiso, che ci prende. Purtroppo. Perchè se Report non sbaglia un colpo, io, che non mi perdo un servizio, vi posso assicurare che questo paese è già nella sala rianimazione di un ospedale siciliano, altro che ottimismo.

Oggi, nella mia casella di posta elettronica ho trovato questa mail.


Gentili telespettatori vi informiamo che questa sera alle 23.25 su RAI TRE andra` in onda la replica della puntata di REPORT del 16/10/2005 dal titolo "I Fazisti".

Segue sinossi:

Antonveneta, Bnl e Rcs. E i loro protagonisti. A cominciare dagli immobiliaristi Ricucci, Coppola e Statuto a proposito dei quali: come hanno fatto tutti quei soldi in così poco tempo? La cronaca comincia ad aprile e tutte le vicende sono state seguite fino a pochi giorni fa, in una ricostruzione minuziosa degli intrecci che ruotano attorno al sistema bancario italiano, e della costante violazione delle regole. Vedremo i loro conti, i loro affari, le loro proprietà. Paolo Mondani ha incontrato banchieri, capitani d'impresa, testimoni, analisti e fonti anonime che ci hanno raccontato i dietro le quinte delle tre scalate. Saranno analizzati i documenti delle società anonime e dei fiduciari con sede in Svizzera, Lussemburgo e Stati Uniti. Dalla ragnatela alla fine emergono gli obiettivi della Banca Popolare Italiana di Giampiero Fiorani, le prospettive di Unipol su Bnl, e prendono forma le ombre che hanno appoggiato il tentativo della scalata di Ricucci in Rcs. Infine la vicenda delle intercettazioni e del Governatore della Banca d' Italia. Il discredito internazionale che ha coinvolto le istituzioni economiche del nostro paese. Le ragioni che hanno portato le procure di Milano e Roma a indagare. Il ruolo svolto dalla politica in relazione agli affari che contano che ha spinto molti a porre una nuova questione morale. E una domanda: perché il provvedimento sulla tutela del risparmio che staziona da due anni in Parlamento, non è ancora stato approvato?

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